MONONGAH, LE CELEBRAZIONI PER IL CENTODECIMO ANNIVERSARIO

Tra le iniziative organizzate in occasione del 110° anniversario del disastro minerario di Monongah  vi è quella del sig. Michele Maddalena, pensionato di Formia che, camminando in modo solitario, ha iniziato una marcia attraverso le regioni italiane colpite dalla tragedia mineraria.
Per sopraggiunti motivi il signor Maddalena ha dovuto interrompere la sua marcia prima di giungere in Molise, ma questo impedimento non ha fermato il suo progetto.
Infatti è stato organizzato, il giorno 1 aprile 2017 alle ore 10:30, un incontro commemorativo della tragedia mineraria di Monongah presso la sala convegni “Don Antonio Cerrone” di Torella del Sannio.


 

29/03/2017 - MADDALENA A TORELLA, IN MARCIA TRA LE REGIONI DELLA TRAGEDIA MONONGAH


Torella del Sannio.

Sono passati 110 anni dal disastro minerario di Monongah. Torella del Sannio ricorderà la tragedia avvenuta il 6 dicembre 1907 in West Virginia: 362 le vittime ufficiali. Nel paese molisano arriverà Michele Maddalena, un pensionato di Formia che ha iniziato una marcia attraverso le regioni colpite dalla tragedia mineraria. Un lungo viaggio, su e giù per l’Italia, per incontrare studenti ed amministratori e raccogliere una piccola quantità di terreno in ognuno dei comuni coinvolti nel disastro minerario. Maddalena parteciperà all’incontro commemorativo che si svolgerà sabato 1 aprile, dalle ore 10.30, nella sala convegni ’Don Antonio Cerrone’ di Torella del Sannio. All’evento, organizzato dall’istituto comprensivo ’G.Barone’ di Baranello e dall’associazione culturale ’Monongah’, parteciperanno Michele Maddalena, i sindaci dei paesi molisani coinvolti, le rappresentanze scolastiche dei Comuni dell’I.C. ’G. Barone’ e le autorità civili locali. Al signor Maddalena saranno consegnati i campioni di terreno provenienti dai comuni di Duronia, Frosolone, Torella del Sannio, Fossalto, Bagnoli del Trigno, Pietracatella e Vastogirardi. Campioni che, insieme a quelli provenienti dalle altre Regioni, saranno conservati in una teca che sarà consegnata al sindaco di Monongah il 6 dicembre 2017.



 

Quando i migranti eravamo noi


Monongah 1907, strage dei mille morti in miniera


Monongah, una cittadina di duemila anime nella West Virginia che si fa fatica a trovare sulle carte geografiche. Tristemente famosa per essere stata teatro del più grave disastro minerario degli Stati Uniti. La mattina del 6 dicembre 1907 – narrano le cronache dell’epoca – alle 10 e 8 minuti, la terra trema scaraventando a terra uomini e cavalli. Una serie di esplosioni provenienti dal cuore della miniera copre il cielo con una gigantesca nube nera e semina il terrore. In questa valle, che ricorda Real de Catorce in Messico ma senza il deserto sacro dei peyote, in quegli anni opera la Consolidated Coal Company con un impianto considerato una meraviglia della modernità industriale.
L’energia elettrica alimenta i macchinari per tagliare il carbone, un sistema di rotaie con locomotive e carrelli provvede al trasporto. Le miniere sono collegate da un ponte d’acciaio sopra il fiume West Fork e sottoterra da un labirinto di tunnel. Una delle prime teleferiche sale lungo il pendio della montagna. Dopo il boato, sconvolti e sanguinanti, quattro minatori emergono da una crepa sul fianco della galleria numero sei. Non sono in grado di riferire cosa sia successo o sul destino dei loro compagni. Il bilancio ufficiale  è di 362 morti, gli storici parlano di almeno 956 vittime.
La maggior parte sono italiani, perlomeno 171, emigrati da San Giovanni in Fiore, San Nicola dell’Alto, Falerna, Gizzeria, Civitella Roveto, Duronia, Civita d’Antino, Canistro, Torella del Sannio e altri paesi in Calabria, Abruzzo e Molise. Uno di loro, Giovanni Colarusso, aveva dieci anni, perché a scavare carbone in miniera scendevano anche i bambini. Sono storie come quella di Amerigo, cantata da Francesco Guccini: «E fu lavoro e sangue e fu fatica uguale mattina e sera, per anni da prigione, di birra e di puttane, di giorni duri, di negri ed irlandesi, polacchi ed italiani nella miniera, sudore d' antracite in Pennsylvania, Arkansas, Texas, Missouri». Storie queste finite in tragedia a Monongah.
Le ha ricordate giovedì il vice ministro degli Esteri Franco Danieli, giunto a Monongah insieme all’ambasciatore d’Italia Giovanni Castellaneta esattamente cento anni dopo . La regione Molise ha mandato in dono in una campana commemorativa. Oltre due milioni furono gli italiani arrivati negli Stati Uniti all’inizio del secolo scorso, spinti dalla fame e dalla disperazione. Gente senza istruzione che poteva offrire solo il lavoro delle proprie braccia. E di quelle dei propri figli.
Quel giorno maledetto ai soccorritori è immediatamente chiaro che chi fosse sopravvissuto all’esplosione sarebbe andato incontro a un’atroce morte per soffocamento. Gli impianti di ventilazione sono andati distrutti. La concentrazione di fumi e gas nei cunicoli e nelle gallerie è tale che i volontari – sprovvisti di maschere e respiratori - possono lavorare in turni di 15 minuti al massimo prima di essere costretti risalire in superficie. Questa elementare precauzione non impedisce malori, perdita di conoscenza e altri morti. Alle 4 del pomeriggio, in un tunnel secondario a 30 metri di profondità, viene trovato Peter Urban. È in stato di shock, rannicchiato accanto al cadavere del fratello Stanislao. È l’ultimo minatore a uscire vivo da quell’inferno.
Una folla composta soprattutto da donne e bambini insonne continua a sperare e a pregare. Gli sviluppi sono strazianti. Dalle viscere della terra vengono estratti resti umani orrendamente mutilati e carbonizzati. L’edificio ancora in costruzione della banca locale viene adibito a camera mortuaria e l’odore è ammorbante. Non esistono esami del Dna: gli effetti personali o un brandello di vestiario sono spesso l’unico modo per cercare d’identificare un cadavere. Molte salme rimangono senza nome, altre vengono rivendicate da più di una famiglia. Centinaia di bare allineate sulla Main Avenue, la strada principale, attendono sepoltura mentre a poca distanza si scavano le fosse nella terra gelata.
La causa scatenante dell’esplosione non è mai stata determinata con certezza. Forse il brillare d’una carica di dinamite al momento sbagliato, o la rottura di una lampada. Quel che è certo è che si è sviluppata una micidiale reazione a catena: l’ignizione di gas metano, e quindi dell’onnipresente polvere di carbone. Tredici giorni dopo l’incidente il governo federale pubblica il suo bravo rapporto. Il documento cita la «mancanza di normative minerarie adeguate e assenza di informazioni sul corretto uso degli esplosivi».
Il New York Times del 19 dicembre nota che gli incidenti minerari sono in aumento negli Stati Uniti, in controtendenza rispetto all’Europa, dove sono diminuiti proprio a seguito degli interventi governativi. È nel 1908 che le società minerarie americane iniziano a capire che la mancanza di sicurezza ha un costo. Nel 1909 un articolo comparso sul Engineering & Mining Journal mette per la prima volta in relazione incidenti e mancanza di efficienza. Migliorare l’efficienza significa aumentare la produttività e quindi investire nella sicurezza può tradursi anche in un ritorno economico. Le dotazioni di sicurezza ai minatori rimangono però su base assolutamente volontaria e molte compagnie seguitano del tutto a ignorarle.
Nel 1910 il Congresso americano, di fronte a migliaia di «fatalità in miniera», istituisce il Bureau of Mines, organismo governativo con il compito di studiare il problema della sicurezza e di ispezionare le miniere. Nonostante sia una divisione del dipartimento dell’Interno, ha poteri molto limitati perché società come la Consolidated Coal Company riescono ad affermare il principio dell’autoregolamentazione. Il fratello gemello dell’ultimo sopravvissuto a Monongah muore 19 anni dopo in un altro incidente minerario.
Bisogna aspettare sino al 1969, dopo l’esplosione di una miniera a Farmington, non lontano da Monongah, perché il Congresso vari la prima vera legislazione in materia di sicurezza: il Mine Health and Safety Act. La tragedia avvenuta nell’agosto di quest’anno in Utah, dove sei minatori sono rimasti sepolti vivi e tre soccorritori sono morti nel tentativo di salvarli, ha riacceso le polemiche sulle inadempienze del governo federale. Un ex rappresentante della lobby mineraria è l’attuale responsabile della sicurezza per l’amministrazione Bush.

 

 


 

 

ESTERI

Il 6 dicembre 1907 un'esplosione nei cunicoli della Fairmont Coal Company uccise centinaia di persone.
Almeno 171 erano immigrati dal nostro Paese.
Cent'anni fa la strage di Monongah in miniera l'ecatombe degli italiani.

dal nostro inviato MARIO CALABRESI

Un'immagine dei minatori di Monongah all'inizio del secolo scorso

MONONGAH (West Virginia) - Erano le dieci e trenta del mattino del 6 dicembre 1907, quando la miniera di carbone e ardesia di Monongah saltò in aria. In quel momento c'erano dentro quasi mille persone, moltissimi italiani. Sopravvissero in cinque. Fu il più grande disastro minerario d'America. E d'Italia, visto che i nostri emigranti pagarono un prezzo superiore addirittura a Marcinelle. Cento anni dopo, siamo tornati in West Virginia per ritrovare la memoria di una tragedia rimasta senza un perché.

La Storia è passata di qui cento anni fa e ha lasciato il suo segno su un ripido pendio erboso. Il cimitero non ha un recinto, le lapidi sono messe nella terra senza un ordine, sono sparse come fossero state gettate a caso. Nella pancia della collina sono sepolti molti più uomini di quanti non si possa immaginare contando le pietre tombali: in un solo giorno le fu chiesto di accoglierne cinquecento, forse mille. Era il 6 dicembre del 1907. A Monongah, piccolo paesino tra i boschi dei monti Appalachi, abitavano 3.000 persone, vivevano per la miniera della Fairmont Coal Company.

Estraevano carbone e ardesia. Ci lavoravano grandi e piccoli. Ogni uomo regolarmente assunto e con il bottone di ottone, che riportava la sua matricola, appuntato sul petto portava con se almeno due aiutanti, erano adolescenti o bambini, la loro discesa sotto terra non era registrata da nessuna parte. Pochissimi furono riconosciuti. Arrampicandoci sul crinale ne troviamo uno: "Qui è che giace Giuseppe Colarusso, in Santa Pace volò in grembo di Dio, nella tenera età di anni 10. Suo fratello Michele pose".

Gli adulti guadagnavano 10 centesimi l'ora, i ragazzini ricevevano una mancia legata alla quantità di carbone che portavano in superficie. Vivevano in baracche di legno ricoperte di carta catramata, in dieci per stanza, pagando anche dieci dollari al mese, metà dello stipendio.

Quel venerdì mattina alle 10 e 30 una scintilla incendiò il grisou, il gas che riempiva le gallerie, non si è mai saputo perché e le inchieste non hanno trovato responsabili. L'esplosione fu terribile e si propagò per centinaia di metri dalla galleria otto alla sei. Sopravvissero in cinque, per gli altri non ci fu scampo. Il boato si sentì a trenta chilometri di distanza. Ci vollero molti giorni per recuperare i corpi, che erano carbonizzati e sfigurati, in gran parte irriconoscibili.

Venne allestita una camera mortuaria nella sede della banca, un luogo di cui nessuno si fidava tanto che i morti avevano i risparmi arrotolati nella cintura. Quando fu piena si cominciò ad allineare i cadaveri sul corso principale. Una folla di madri, vedove e orfani vagava alla ricerca di qualche segno di riconoscimento. Le scarpe, una giacca, i segni della barba. Alla fine soltanto 362 ebbero un nome e il diritto alla lapide. Gli altri ebbero sepoltura comune, o rimasero sotto il carbone.

Su sei vagoni ferroviari arrivarono 500 casse di legno. Il sindacato dei minatori disse che tanti erano state le vittime, i giornali arrivarono a parlare di mille morti. Di certo ci furono 250 vedove e un migliaio di orfani. La moglie di Carmine Ferrario era incinta di due mesi quando la minierà crollò, sulla lapide fece scrivere: "A Carmine nato a Vacri Chieti, vittima del disastro di Monongah, la moglie desolata pose". Otto mesi dopo fece aggiungere: "Il figlio Carmine di mesi uno seguì il padre nella tomba il 9 agosto 1908". La pietra si era spezzata esattamente a metà, oggi l'hanno aggiustata e padre e figlio sono tornati insieme.

Fu il più grande disastro minerario della storia americana, e di quella italiana. 171 dei morti riconosciuti erano emigrati dal nostro Paese. Più che a Marcinelle, in Belgio dove nel disastro del 1956 morirono 136 italiani. Ben 87 venivano dal Molise, poi dalla Calabria, dall'Abruzzo e dalla Campania. Ce lo raccontano le lapidi. Scritte in italiano, piene di errori, piene di disperazione: "A riposo di Cosimo Meo del fu Donato e di Filomena Paolucci, morto di 20 anno nel disastro di Monongah nella miniera N 8, nato ha Frosolone di Campobasso lascia sua madre".

Gente povera, semianalfabeta, sfruttata. Solo l'anno precedente erano arrivavati ad Ellis Island, la porta d'ingresso per l'America, più di 300mila emigranti dall'Italia. Dalla baia di New York li portavano qui per soddisfare il bisogno di carbone e legname del boom industriale americano. La compagnia anticipava i 15 dollari del viaggio, che poi avrebbe trattenuto dalle paghe settimanali.

Erano giovanissimi e vivevano quasi da reclusi come racconta il direttore dei Quaderni sulle Migrazioni, Norberto Lombardi, nel libro "Monongah 1907, una tragedia dimenticata", che il Ministero degli Esteri ha pubblicato questa settimana. I campi di lavoro erano controllati da guardie armate, non si poteva evadere, se non prima di aver pagato tutti i debiti. Anche il cibo si comprava allo spaccio della compagnia mineraria che tratteneva la spesa dallo stipendio. Così erano sempre sotto scorta, tanto che circolava una battuta: "Gli emigranti italiani fanno parte tutti della famiglia Reale".

Di loro per molto tempo si era persa la memoria. Le lapidi erano ridotte in uno stato pietoso, spezzate, semicoperte dalla terra che con la pioggia smotta ogni inverno verso la strada, ma questa estate sono state recuperate e ripulite: dopo anni di incuria e dimenticanza il governo italiano ha spedito 100mila dollari per i lavori.

La storia è passata di qui e poi se ne è andata con la fine della miniera. Oggi tra queste colline boscose abitano meno persone dei morti di quella mattina di cento anni fa. Non sono diventati ricchi, ce lo raccontano le casette bianche ad un piano in finto legno, le automobili datate, la merce nei negozi. La storia ha lasciato non solo la West Virginia ma tutta questa parte d'America, le acciaierie di Pittsburgh hanno spento gli altiforni, il periodo d'oro cominciato con Andrew Carnegie, l'uomo che pagò per le sepolture, è finito da un pezzo e il declino non ha risparmiato nessuno. La miniera ha segnato la storia anche perché da quel momento cominciò la discussione per mettere nuove regole, la richiesta di sicurezza. Ma la strage dei minatori continuò, l'anno dopo, mese dopo mese, in decine di incidenti morirono in 700. In un secolo rimasero sotto terra 20mila persone solo in questo Stato, e gli ultimi 14, poco lontano da qui, li hanno persi lo scorso anno.

Ma la memoria è rimasta. "Come sarebbe possibile dimenticare, ogni famiglia ha un antenato che era nella miniera quel giorno. Il bisnonno di mio marito si salvò perché doveva scendere il turno dopo": Diane Masters, caschetto biondo, è la proprietaria del piccolo ristorante Diary Kone. Più una gelateria fast food che un ristorante, ma i suoi sei tavoli sono un'istituzione in paese. Ci sono dal 1960, lei lo ha preso tre anni fa: "Gli affari vanno bene, anche perché ho convinto il vecchio proprietario a vendermi con il locale anche la ricetta segreta per la salsa degli hotdog". È una specie di ragù leggermente piccante. "Ma il vero campione della memoria è stato il reverendo". Everett Francis Briggs è morto lo scorso anno, era nato due anni dopo la tragedia, era cresciuto ascoltando la storia dell'esplosione che uccise italiani, polacchi, irlandesi, russi e slovacchi e si è battuto perché non si dimenticasse.

Nel cinquantesimo anniversario ha aperto una casa di riposo per anziani intitolata a Santa Barbara, la protettrice dei minatori. Oggi ci vivono 57 vecchi non autosufficenti della zona. La dirige suor Mary, che non ha molto tempo da perdere, sotto il braccio ha un fascio di cartelle cliniche, ma con la mano libera con tre gesti secchi ci indica la statua della santa patrona ("Sotto sono incisi i nomi di tutti i caduti"), il ritratto di un ragazzino minatore ("È originale e mostra che sotto terra andavano anche i bambini") e la targa che ricorda il reverendo. Poi apre la porta del suo ufficio e ci congeda: "Buona fortuna". Nella sua struttura ci sono persone che hanno combattuto nella Seconda Guerra Mondiale e per loro ha messo l'adesivo sul vetro all'ingresso: "Se ami la libertà ringrazia un veterano". Anche il cimitero è costellato di bandierine a stelle e strisce, perché tra le tombe dei minatori ci sono anche quelle dei reduci delle Guerre Mondiali, della Corea e del Vietnam.

Aveva 98 anni quando se n'è andato, non potrà vedere la campana regalata dal Molise, nata nella fornace della Fonderia Pontificia Marinelli di Agnone, suonare domani mattina. I ragazzi della scuola media, che ha come mascotte un leoncino, sono pronti. A turno, ad ogni rintocco della campana, leggeranno i nomi dei morti. Sul muro della scuola hanno attaccato uno striscione dipinto a mano su un lenzuolo bianco: "Noi ricordiamo".

Oltre il fiume West Fork, sui cui lati stavano le due gallerie della miniera, c'è la città vecchia, da allora non si è mai ripresa. Il ponte è dedicato a padre Briggs, sopra ci sono gli striscioni della regione Molise, scritti in due lingue. Accanto all'ufficio del sindaco e dello sceriffo, di fronte Blumberg building del 1911, dove oggi c'è il "Dark Side Karaoke", c'è la statua dell'"Eroina di Monongah", una donna con il fazzoletto in testa, un figlio in braccio e l'altro per mano: "In memoria delle mogli vedove e della madri delle vittime della miniera".

Una di queste si chiamava Caterina Davia, perse il marito e due figli, ma i loro corpi non vennero mai trovati. Ogni giorno, per quasi trent'anni, tornò all'ingresso delle gallerie per portare via un sacco di carbone che poi svuotava nel suo giardino. Diede vita ad una collina, "la collina di carbone", che arrivò a sommergerle la casa. Diceva che lo faceva per togliere loro un po' di peso. E per dare un senso alla sua follia.

 

TESTIMONIANZA GIANNI MEFFE


Ricordare Monongah è un dovere per tutti noi ed integrare le iniziative in un percorso unico è il viatico giusto per riuscire a far conoscere, come merita, questa drammatica pagina del mondo del lavoro e dell'emigrazione italiana.

Con questo spirito ho accolto con entusiasmo l'iniziativa del Prof. Michele Maddalena con cui sono entrato in conttatto grazie alla Console dei Maestri del Lavoro Pina Petta.

Attraversare e conoscere i luoghi colpiti dal disastro di Monongah aiuta a rilanciare, dopo oltre un secolo, un percorso di condivisione fondamentale e per troppo tempo dimenticato.

Monongah racconta storie lontane ma che risultano essere ancora attuali ed il dialogo con le nuove generazione, come avvenuto a Torella alla presenza di moltissimi studenti provenienti da più paesi, deve permetterci di recuperare il secolo di oblio che ha apportato ulteriore sepoltura a questa immane tragedia.

Voglio ringraziare, per la riuscita dell'evento, Maria Domenica e Vincenzo D'Alessandro, Izzi Clemente, i Comuni che hanno condiviso l'iniziativa, l'Istituto Comprensivo G. Barone ed i Maestri del Lavoro del Molise, nelle persone di Pina Petta e di Anna Di Nardo Ruffo. Un grazie particolare a Michele Maddalena, per il suo impegno ed il suo incredibile entusiasmo.

Gianni Meffe
Presidente Associazione Culturale Monongah

 

 

TESTIMONIANZA: COMUNE DI VASTOGIRARDI

 

 

 

TESTIMONIANZA VINCENZO D'ALESSANDRO

Presidente Unione Nazionale Mutilati per Servizio



 

TESTIMONIANZA SUL CONVEGNO: GIUSEPPE PRIOLETTA

"Sabato 1 aprile ho partecipato, in rappresentanza del Comune di Frosolone, all’incontro commemorativo della tragedia mineraria di Monongah che si è tenuto a Torella del Sannio nella sala convegni “Don Antonio Cerrone”. Nello stesso luogo, dove qualche anno prima, in occasione del centenario della tragedia, quando era ancora studente liceale, venni a conoscenza per la prima volta dei tristi fatti di Monongah. In quell’occasione mi fu consegnato un opuscolo dal titolo “1907-2007 Monongah, cent’anni di oblio” che ho conservato negli anni nella mia piccola libreria.  Essendo un appassionato di storia, sono abbonato a “Focus Storia”, rivista, che nel maggio 2013 pubblicò un articolo in cui si parlava della tragedia di Marcinelle nel 1956. Appena letto l’articolo mi permisi di scrivere una mail alla redazione per segnalare e sollecitare la pubblicazione di un articolo in ricordo della tragedia di Monongah. Nel numero successivo, la mia segnalazione fu accolta e venne pubblicato un articolo nella pagina dei lettori. Grande fu la mia soddisfazione per aver contribuito con un piccolo gesto a ricordare il sacrificio dei tanti nostri emigranti molisani che persero la vita nelle gallerie di Monogah".

Giuseppe Prioletta

 

 

STORIA / INTERVISTA / Morire a Monongah

di Alessandro Scanavini


Monongah, West Virginia, venerdì 6 dicembre 1907 ore 10:28 a.m.: un boato terrificante travolge la tranquilla routine della cittadina. Le miniere n. 6 e n. 8, collegate tra loro, esplodono seppellendo sotto una coperta scura di carbone trecentosessantuno minatori compresi i giovanissimi "aiutanti", poco più che bambini. Delle vittime, centosettantuno erano italiani. Erano arrivati dall’Abruzzo, dal Molise, dalla Calabria, qualcuno da altre regioni, da piccoli paesi, alcuni come fossero capitati per caso a Monongah.
Le cause dell’esplosione sono tuttora sconosciute. Malgrado all’epoca furono fatte indagini dall`autorità americane non si arrivò mai ad accertarne la causa. Ci rimangono alcune traballanti teorie, flebili indizi fondati su un mare di incertezze. Si presume, possa esser stato un attimo di "disattenzione" di qualche giovanissimo aiutante che i minatori, autorizzati dalla legge americana, portavano con loro, e che ricompensavano con una piccola parte del magro salario giornaliero. Un’altra ipotesi vede un vagone adibito al trasporto del carbone che improvvisamente si sgancia dagli altri, esce dai binari e, nella corsa impazzita, va a toccare fatalmente un filo elettrico provocando l’esplosione. Ancora ipotesi, naturalmente.
Purtroppo quello che ci rimane è la conta dei morti. E` stata la più grande tragedia mineraria avvenuta negli Stati Uniti. Sono ormai passati quasi cento anni da quel venerdì. Per molto tempo i morti di Monongah sono stati soltanto i nomi, oggi erosi dal tempo, incisi sulle lapidi nel piccolo cimitero del paese. Li hanno seppelliti l’uno accanto all’altro su una collinetta verde sotto l’ombra di un pino a fare un po’ d’ombra. I centosettantuno [ma si suppone fossero molti di più] emigranti italiani erano partiti all’inizio del secolo scorso. Nessuno poteva immaginare un destino che li avrebbe visti morire nel piccolo paese dal nome indiano-americano, Monongah, che nelle lingua della tribù Seneca significa "Fiume dalle acque ondulate", un nome dolce di una bellezza poetica. Erano uomini che avevano attraversato l’Oceano accompagnati da sogni e speranze, come si usa dire, grandi come le onde che spingevano le navi. E rivedo le loro notti passate a guardare le stelle, e la testa appoggiata sul "cuscino rosso", come chiama il salvagente lo scrittore molisano Giose Rimanelli nei suoi racconti di emigrazione.
Li immagino assorti e pensierosi alle cose lasciate in quei paesi dai nomi antichi. Duronia, Torella del Sannio, Roccamandolfi, nel Molise, e poi l’Abruzzo, Civitella Roveto, Atri, Canistro, e più giù la Calabria, S. Giovanni in Fiore, Noepoli, Castrovillari, Strongoli. E poi altri minatori che stranamente sembrano capitati per caso a Monongah. Nessun amico dello stesso paese a confortarli, a ricordare la vita nel paese, nessuno a parlare lo stesso dialetto. Come l’isolano di Ponza Luigi Feola, e gli altri due che suppongo fossero montanari uno da Vallesella nel Bellunese, l’altro da Premia vicino Novara. Gli altri erano per lo più contadini sradicati dal lavoro nei campi e finiti ingoiati dalla montagna che scavavano tutti i giorni per meno di un dollaro l’ora.
Circa un mese fa, su Oggi 7, il collega Generoso D’Agnese ci rincuorava ricordandoci della tragedia, del film che ne hanno tratto, di giornalisti e ricercatori, e di padre Everett Briggs. Abbiamo così appreso che c’è qualcuno che ricorda e che soprattutto non vuole dimenticare. A Pittsburgh vive uno dei ricercatori della tragedia di Monongah, il professor Joseph D’Andrea, ex Console Onorario di Pittsburgh. L’ex console è un molisano di Roccamandolfi, che con grande passione da più di vent’anni viaggia in Italia e in America per cercare tra le pieghe di qualche pagina ingiallita la verità sul disastro, e l’identità di quanti vi perdettero la vita.
Professore quanti suppone siano stati i morti di Monongah?
«Attraverso le mie ricerche ritengo siano stati più di novecento. Dalle informazioni in mio possesso so che giunsero a Monongah mille bare per i defunti, e che furono usate quasi tutte. Un piccolo numero di bare restò inutilizzato perché non in buone condizioni dopo il trasporto. Questo è soltanto uno degli indizi che lasciano ritenere che il numero dei morti sia stato molto superiore alle cifre ufficiali. Basta pensare che negli elenchi delle compagnie minerarie non vi era nessuna traccia degli aiutanti che scendevano in miniera con gli adulti. A differenza degli operai della miniera regolarmente salariati, i ragazzi, non portavano il bottone di ottone, il tristemente famoso ‘timechecks’ con impresso il numero che riconduceva al nome del minatore. Per questo le ricerche tese ad identificare le vittime risultano spesso difficili. Molti paesi all’inizio del secolo scorso, non effettuavano censimenti precisi, e a volte non li effettuavano affatto. Poteva capitare così che l’emigrante appena arrivato a Monongah, per esempio, scendesse immediatamente in miniera senza che nessuno ne avesse registrato la presenza nel paese. L’unica fonte attendibile, da dove provengono le cifre ufficiali, sono gli elenchi compilati dalla compagnia Fairmont Coal Co. proprietaria della miniera. Da questi sappiamo che vi lavoravano italiani, austro-ungarici, turchi, neri americani, alcuni anglosassoni. Purtroppo le esplosioni nelle miniere all’inizio del 1900 erano piuttosto frequenti. Un impressionante dato statistico ci dice che soltanto in West Virginia in quell’anno ve ne furono cinque, dove morirono cinquecentoventinove minatori. Ma in tutti gli Stati Uniti nel 1907 i morti furono tremila. Una cifra terrificante».
Professore, oltre all`inesattezza delle cifre ufficiali delle vittime, sulle cause della sciagura mi sembra non sia giunto a conoscerle.
«Ci sono ancora soltanto supposizioni. Si ipotizzava che uno dei vagoni utilizzati per il trasporto del materiale sfiorò un filo elettrico provocando una scintilla che causò l’esplosione. Oppure qualche giovanissimo aiutante che inavvertitamente provocò qualche scintilla che dette origine al disastro. Così si suppone, ma la causa vera non si saprà mai. Nessuno è sopravvissuto. A quei tempi purtroppo non esistevano precauzioni particolari per i minatori. I turni e le condizioni di lavoro erano massacranti. Ritengo personalmente che ci sia stata superficialità e forse negligenza tra i responsabili della miniera. Le compagnie avevano ispettori che avrebbero dovuto controllare il lavoro e l’ambiente dove i minatori scavavano. Ma certamente gli strumenti di controllo non erano ancora evoluti e quindi a volte potevano risultare inefficaci. D’altra parte basta pensare che fino a pochi anni prima, a segnalare la presenza di gas nel sottosuolo le Company lasciavano portare ai minatori i canarini. Gli scavatori portavano gli uccellini nella profondità della miniera, e quando questi presentavano i primi segni di intossicazione, era il segnale per i minatori di fuggire dal posto di lavoro perché di lì a poco sarebbe stato saturo di gas. Soltanto dopo la Seconda Guerra Mondiale con l’apporto delle Unions furono approntate misure adatte alla salvaguardia degli operai delle miniere. Erano passati quaranta anni dalla tragedia. Troppo tardi».
Cosa fece il Governo Italiano per tutelare le famiglie dei morti di Monongah?
«Ci fu un interessamento da parte del Regio Console di Filadelfia, Fara Forni, che lavorò per risolvere la procedura burocratica relativa agli atti di morte delle vittime. Effettuò, così mi risulta da lettere che ho ritrovato, un controllo sulle liquidazioni delle successioni ai congiunti dei morti. C’era anche un agente consolare a Fairmont che si occupò della tragedia. I documenti che dai paesi d’origine tornavano controfirmati dai congiunti delle vittime, erano redatti da questo "Reale agente consolare" che si chiamava Giuseppe Caldera. Ad aiutarlo c`era un sacerdote dell’ordine degli Scalabriniani, originario di Premia, Giuseppe d’Andrea [nessuna parentela con il professore, ndR.] che aveva perduto il fratello nell’esplosione. Furono loro due a firmare centinaia di atti di morte. Fu comunque costituita a Monongah una commissione che si chiamava "Monongah Mines Rilief Committee" con il proposito di risarcire con 200 dollari ogni vedova, e 75 dollari ogni orfano minore di 16 anni e inoltre pensarono pure di destinare una somma agli eredi eventualmente mantenuti dai minatori scomparsi. La Commissione fece un ottimo lavoro. Ci fu poi un grande contributo attraverso la beneficienza privata, che raccolse la cifra rilevante di 150.000 dollari da distribuire tra le famiglie delle vittime. Da parte del Governo Italiano non mi risulta ci sia stato nessun risarcimento ai familiari delle vittime del disastro».
Che cosa è rimasto oggi sul luogo dell`esplosione ?
«Quasi nulla. Adesso sul luogo della sciagura tutto è ricoperto da sterpaglie. Si fa fatica a capire, a ricostruire il luogo del disastro. Resiste ancora qualche tratto di mura che reggono a stento quello che rimane di un tetto. All’interno vi sono spazi non definiti, forse le docce o gli spogliatoi dei minatori. Lì nei paraggi inoltre sono ancora visibili parti di macchinari, ma di difficile identificazione. Giacciono anche sull`erba vicino all’ingresso della miniera i resti di giganteschi ventilatori che si pensa provengano dalla miniera espulsi in superficie dalla violenza dell`esplosione.

 

 

GLI ELABORATI DEI RAGAZZI DELLA SCUOLA MEDIA DI BARANELLO

 

Un particolare ringraziamento va alla Prof.ssa Marianna Fasano che ha sensibilizzato i ragazzi della terza media di Baranello i quali, attraverso i diversi tipi di elaborati, hanno deciso di parlare, a loro modo e con la loro spontaneità, di questa orribile tragedia che ha lasciato non poche cicatrici in numerose regioni d'Italia colpendo maggiormente il Molise con ben 86 vittime.

 

 

I FATTI

Il giorno 6 dicembre 1907 alle ore 10.30, nelle gallerie 6 e 8 della miniera di carbone situata a Monongah si verificò una serie di potenti esplosioni.
Monongah, cittadina mineraria del West Virginia situata sulle rive del West Fork, fu teatro del più grave disastro della storia mineraria degli Stati Uniti e determinò il maggior numero di vittime italiane, ancora più di quelle di Marcinelle.
I dati ufficiali parlarono di 361 minatori morti, dei quali 171 italiani e ben 86 molisani. Il Molise pagò quindi il tributo più alto.
Secondo i resoconti giornalistici dell’epoca, il numero delle vittime sembra superare il numero di 900.
Fra le tante inchieste svolte, l’ipotesi più fondata sostiene che la miniera era stata chiusa per due giorni per la festività di San Nicola e, per risparmiare energia, furono spenti gli aeratori. Secondo gli esperti questo elemento avrebbe determinato un forte accumulo di gas, causando alla prima scintilla, una forte esplosione.
Fu una vera strage: un terremoto che per 13 chilometri scosse la terra spazzando via case, strade, sogni di riscatto.
Quella mattina, alla ripresa del lavoro, italiani, polacchi, slavi, turchi si stavano avviando al lavoro ed in pochi minuti furono travolti, schiacciati dal crollo dei tunnel, bruciati dalla fiamme, soffocati dal fumo.
Ai medici accorsi per prestare soccorso, non restò che constatare l’inutilità del loro intervento, mancando i sopravvissuti.
Le squadre di soccorso, non disponendo di adeguati respiratori, non riuscivano a resistere all’interno della miniera per più di 15 minuti consecutivi; alcuni durante il loro intervento perirono.
Non ci furono superstiti e, a distanza di un secolo, non ancora è possibile stabilire il numero esatto delle vittime, non essendo registrati all’ingresso in miniera, né sul libro paga della Fairmont Coal Company, tutte le persone che al mattino prendevano servizio in quanto presso la miniera, la paga non era commisurata alle ore effettivamente prestate, ma alla quantità di carbone portato in superficie, cosicché per estrarre più carbone quei poveri minatori si avvalevano dell’aiuto di altri familiari e spesso erano i figli ancora bambini.
I fatti sopra descritti, con particolari descrizioni sulle bare, centinaia di bare, allineate di fronte alla First National Bank, nel corso principale della città, suscitarono molto clamore in tutto il mondo poi, una stanca rassegnazione ha coperto d’oblio quegli angeli che per 10 / 12 ore al giorno, ripagati con paghe da fame, affidando al piccone la loro speranza di riscatto, hanno lasciato a noi tutti la testimonianza di cosa sia stata per molti l’emigrazione nel mondo: figli di NESSUNO, anonimi italiani coperti con il manto scuro dell’oblio. A quanto è dato sapere, in quel freddo dicembre 1907, l’Italia fu ASSENTE.
Le vittime italiane provenivano da 9 regioni: Veneto 1, Puglia 1, Piemonte 1, Lazio 1, Basilicata 6, Campania 13, Abruzzo 14, Calabria 43, Molise 86.

Le vittime molisane provenivano dai comuni di:
Vastogirardi 1
Bagnoli del Trigno 3
Fossalto 7
Pietracatella 7
Torella 12
Frosolone 20
Duronia 36

Lo scrivente Consolato, come già fatto per i caduti di Marcinelle (Belgio 8 agosto 1956) e per Cannavinelle (23 marzo 1952), intende onorare la memoria di questi lavoratori, per cui fa istanza alla Regione Molise perché deliberi la richiesta al Ministero competente per l’assegnazione della decorazione della Stella al merito del Lavoro “alla memoria” ai sensi dell’Art 2 legge 5 febbraio 1992 n°143.
Sarà nostra cura informare i consolati regionali interessati perché facciano analoga richiesta alle Istituzioni competenti.

A disposizione per eventuali, ulteriori notizie e chiarimenti.

Cordiali saluti.

 

 

 

A cura della MdL Anna DI NARDO RUFFO//Impaginazione Web Serenella FUSCHI

 
Federazione Maestri del Lavoro D'Italia - Ente Morale D.P.R.1625 del 14 Aprile 1956 - Consolato Regionale del Molise
Realizzazione Grafica RamoWEB