MAESTRI DEL LAVORO D'ITALIA

Consolato Regionale Maestri Lavoro Molise

Il sogno delle tradizioni inizia dall'infanzia. Bambini alla sfilata dei Carri a Larino

 

 

Storia della Regione Molise

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La Regione Molise fu costituita giuridicamente nel 1963, ottenendo l'autonomia amministrativa dagli Abruzzi e Molise.  La nuova regione (4438 mq), coestensiva con la provincia di Campobasso, divenne così la più piccola delle venti regioni italiane, se si eccettua la Valle d'Aosta.
Il nome Molise fu usato ufficialmente solo a partire dal 1806 per definire una provincia (capoluogo Campobasso) dell'Abruzzo istituita con la riforma amministrativa di Giuseppe Bonaparte.  Tuttavia già in epoca medievale esso indicava una contea (con capoluogo il paese di Molise, ove tuttora sussistono i resti di un castello) che come estensione massima raggiunse press'a poco i limiti dell'attuale regione.  La provincia di Campobasso ebbe un nuovo assetto: le furono staccati 15 comuni, passati alla provincia di Benevento, e gliene furono aggregati 12 della provincia di Caserta; altri 8 comuni (1 di Benevento e 7 di Caserta) le furono aggregati nel 1927.  La storia del Molise, dalle epoche più remote fino agli inizi del XIII secolo, si identifica con quella del Sannio, una vasta regione che comprendeva, inizialmente, la parte orientale della Campania, l'attuale Molise, gli Abruzzi meridionali e, dopo la calata dei Longobardi (VI secolo), parte della Lucania, della Puglia e della Calabria.  Per naturali connessioni e particolari eventi dei quali quella regione fu teatro, la storia del Molise è in gran parte storia delle popolazioni sannitiche, che si distinsero eccezionalmente nel contrastare l'espansionismo di Roma.
Già nel V secolo a.C., i Sanniti erano divisi in tribù, tra le quali si distinguevano, per organizzazione civile e militare e per un certo livello di cultura, i Caraceni che abitavano l'alta valle del Sangro, i Pentri che popolavano i versanti dei Matese ed i Frentani, che occupavano il versante adriatico. I loro maggiori centri erano rispettivamente Alfedena, di cui si conserva una vasta necropoli, Bojano, Isernia, Alife e Telesia, fondate e fortificate per sostenere le pressioni etrusche ed umbre e contenere le forti migrazioni dal vicino Oriente.  Rozze, fiere e valorose, come testimoniano Tito Livio, Orazio e Lucio Anneo Fiore, le tribù sannitiche fecero del Matese il loro maggiore centro e, scesero quindi in Terra di Lavoro alla conquista di Capua (438 a.C.) e di Cuma (421 a.C.), toccando Napoli e Pompei e, stabilendo così il loro dominio tra il Volturno ed il Vesuvio.
L'urto con Roma, che tendeva ad unificare la penisola, si risolse in un conflitto che durò oltre cinquant'anni (343-290 a.C.), durante il quale i Romani subirono rovesci e sconfitte, la più clamorosa delle quali ebbe luogo a Caudio (Forche Caudine, 321 a.C.). Tuttavia la lunga guerra, l'inevitabile logorio, la distruzione di Saepinuin (295 a.C.), l'impossibilità di rifornimenti e l'indifferenza di altre popolazioni portarono alla definitiva sottomissione dei Sanniti, completamente decimati, dopo la guerra sociale (82 a.C.), da Silla, che fece distruggere anche le loro città.  Ripopolato con l'insediamento di quarantamila Apuani, sotto Augusto, il Sannio fu ricondotto agli antichi confini: dedotte le colonie di Bojano, Sepino, Trivento, Larino e Venafro, fu incluso nella Regio IV (quarta regione).  Devastato durante la guerra gotico-bizantina (535-553), saccheggiato dalle bande di Leutari poi sconfitte da Narsete, subì l'invasione longobarda e, nel 570, fu annesso al ducato longobardo di Benevento. I grandi latifondi furono frazionati, i patrimoni ecclesiastici dei vescovadi di Bojano, Sepino, Venafro, Trivento, Isernia, Larino e Termoli furono ridimensionati e il territorio fu diviso in gastaldati, i cui signori, pur dipendendo direttamente dal re, esercitavano il potere politico, militare e civile.  Sotto il ducato di Benevento, tuttavia, il Molise prese a progredire, sia pure lentamente: l'insediamento di un'orda di mercenari bulgari, al cui capo fu dato il gastaldato di Bojano (VII secolo), se inizialmente produsse alcuni scompensi, in seguito portò vantaggi per la coltivazione delle terre loro assegnate di Sepino, Isernia, Trivento e Venafro e dell'agro dove poco dopo doveva sorgere Campobasso.  La conversione dei Longobardi al cattolicesimo determinò un incremento del monachesimo benedettino, la fondazione di monasteri e di abbazie come quella di S. Vincenzo al Volturno e di S. Vito a Sepino, nonché una nuova preminenza della Chiesa che ottenne vasti possessi nel Molise. Il benessere economico derivato da alcuni secoli di pace ebbe termine con le frequenti e sanguinose scorrerie saracene (IX secolo): Bojano, Venafro e Isernia furono saccheggiate, Sepino fu distrutta e soltanto nel 915, con la battaglia del Garigliano, i Saraceni furono definitivamente debellati.
Il X secolo vide il consolidamento di alcune signorie feudali, che accentuarono le proprie tendenze autonomistiche dopo la divisione del ducato di Benevento (847) e, con la creazione del principato di Capua (860).  Sorsero così le importanti contee di Venafro (964), di Larino (975), di Trivento (992) e, agli inizi dell'Xl secolo, quelle di Bojano, Isernia, Campomarino e Termoli (1022).  Ma, sopra tutte, prevalse il conte di Bojano, Ugo l de Molinis, feudatario normanno di Mulhouse (dal quale avrebbe preso il nome la regione), che con una serie di azioni fortunate, ora appoggiando ora contrastando la penetrazione normanna, restituì gli antichi confini ai territori del Sannio (1053), gettando le basi di una compatta signoria feudale.  Con il conte Ugo ll, che contrastò lo sforzo unificativo del re normanno Ruggero ll, il Molise si costituì in forma indipendente intorno al 1128.  Con la pace del 1140 Ugo ll, divenuto nel frattempo suocero di Ruggero ll, ottenne la signoria di un vasto ed unitario Stato feudale, comprendente Isernia, Venafro, ßojano, Trivento e Guardialfiera, nonché altri territori minori e, nel 1144, assunse il titolo di conte dei Molise.  Ceduta da Margherita di Navarra a Riccardo de Mandra (1166), la contea del Molise pervenne, agli inizi dei XIII secolo, a Tommaso da Celano il quale, per aver disertato la cerimonia della incoronazione di Federico ll, ne fu privato dallo stesso imperatore, dopo una lunga lotta alla quale pose fine la pace del 1223.  Federico ll, seguendo il suo disegno politico di eliminare o ridurre all'impotenza i grandi feudatari, trasformò il comitato del Molise in sede di un giustizierato che comprendeva anche la Terra di Lavoro; contemporaneamente svuotò di ogni contenuto autonomistico l'altra contea molisana di Loritello, che era stata donata da Roberto il Guiscardo (1060) e tenuta dagli Altavilla e poi dai D'Aquino.
Carlo d'Angiò, divenuto re di Napoli, non conservò più la vecchia contea del Molise e, nel 1270, la avocò al demanio regio, dandola in appannaggio, nei suoi maggiori centri, ad alcuni feudatari.  Devastato dalle lotte fra Durazzeschi, Angioini e Aragonesi, agli inizi del XV secolo il Molise subì anche le prime migrazioni albanesi, che si protrassero fino al XVIII secolo.  Schiere di mercenari albanesi, dopo l'ascesa al trono degli Aragonesi, chiesero ed ottennero di rimanere nel Molise, dove fondarono i centri di Ururi, Montecilfone, Portocannone e Santa Maria di Magliano.
Agli inizi del XVI secolo la regione fu aggregata alla Capitanata, con capitale Lucera, aggravando ancor più le sue condizioni, già insostenibili per l'oppressione feudale alimentata dagli Aragonesi e dai viceré spagnoli di Napoli, che avevano accresciuto alcune prerogative baronali.  Fino al XVIII secolo, pertanto, il Molise fu preda dei baroni, completamente isolato dagli altri centri del Regno, privo di strade, di scuole, di iniziative comunque intraprese per sollevarlo dalle sue condizioni di estremo disagio.
Dopo l'occupazione francese, con decreto del 27 settembre 1806, Gioacchino Murat staccò il Molise dalla Capitanata e lo rese provincia autonoma, con i distretti di Campobasso e di Isernia ai quali si aggiunse, nel 1811, quello di Larino.  L'abolizione della feudalità e la conseguita autonomia determinarono la nascita e lo sviluppo del brigantaggio, soprattutto nei centri albanesi, sostenuto dagli Inglesi e soprattutto dai Borboni nell'intento di provocare una insurrezione che facilitasse la loro restaurazione.  Ma sotto i Borboni le condizioni della provincia molisana non mutarono in meglio, anche se la circolazione di nuove idee favorì tentativi patriottici e insurrezionali, presto repressi, ad Agnone, a Belmonte, a Santa Croce di Morcene e a Pontelandolfo.  Anche nel Molise, come nell'Abruzzo, l'unità d'Italia (1860) ebbe conseguenze dolorose per una serie di forti agitazioni di contadini e di braccianti; subito fermati con spietata violenza, essi finirono con l'ingrossare le orde del brigantaggio organizzato.
Nel settembre 1943 la zona di Campobasso fu teatro di numerosi quanto aspri combattimenti e la città fu liberata poco dopo dagli alleati, sbarcati a Termoli il 13 ottobre.
La consistenza demografica regionale, dopo aver conosciuto un notevole incremento nel trentennio 1920-1950, ha subito, nei decenni seguenti, contrazioni vistose. Oggi si contano circa 328.000 abitanti, con una densità media di 73 ab/kmq.*
*La ricerca sulla ‘Storia della Regione Molise’ è stata elaborata dall’ Istituto Comprensivo di San Martino in Pensilis (CB) per il Concorso “Voglia di nuovo, voglia di Molise” indetto dal Consolato Regionale Maestri del Lavoro del Molise – Anno 2000.


Da ‘MOLISE: UNA CIVILTA’ CHE HA RADICI ANTICHE’ del Prof. Natalino Paone – Anno 1983.


<<Il Molise è una piccola regione (1,5% della superficie del Paese) segnata da civiltà importanti documentate nel tempo e ormai all’attenzione del mondo.
E’ Regione con autonomia amministrativa solo dal 1963, ma già nei secoli che precedettero la nascita di Cristo fu il cuore di quel Sannio che diede filo da torcere ai Romani; e prima ancora, un milione di anni ad oggi, allevò nella sua steppa temperata dal fiume il primo abitante europeo, che lavorava la pietra e bonificava il suolo.
Gravita nell’area meridionale e si estende dall’Adriatico alla Campania e al basso Lazio.
Il litorale, lungo circa 36 chilometri, si presenta grosso modo per metà organizzato (Campomarino - Termoli) e per il resto (Petacciato – Montenero di Bisaccia) allo stato naturale. Il porto di Termoli è ben collegato con navi e aliscafi alle isole Tremiti, paradiso della pesca subacquea.
Partendo dal mare, il terreno sale rapidamente verso la dorsale appeninica, che ha le sue vette massime nel Matese (sede di una moderna stazione invernale ed estiva) e nelle Mainarde (in parte nel Parco Nazionale d’Abruzzo).
La natura è ben conservata, come sereni e silenziosi si presentano i paesi, i borghi, i cascinali, adagiati sugli altipiani, in bilico sulla rupe o seminascosti nella valle, tutti custodi gelosi di un discorso a misura d’uomo. Le stesse città conservano la dimensione umana.
L’intero territorio, sebbene orograficamente molto vario e spesso difficile, è ben collegato al suo interno e con l’esterno mediante una viabilità maggiore e minore e ben curata: tre strade scorrevoli e  comode attraversano da un capo all’altro la regione con innesto alla grande viabilità adriatica e a quella centrale Roma-Napoli e Benevento-Avellino-Salerno. Non mancano segni tangibili di moderna organizzazione (opifici, grandi laghi artificiali, servizi vari ecc. …).
La ricettività è diffusa e confortevole; la ristorazione semplice, sostanzialmente sana e ancorata alla cucina tipica locale.
Sono, quest’ultimi, i simboli più vistosi del Molise moderno, del Molise d’oggi, ben collegato al suo passato da un saldo rapporto uomo-ambiente che resta tuttora un dato permanente di vita e di sviluppo: un passato che si  arricchisce e si personalizza in modo peculiare mano a mano che si avvicina, nel percorso a ritroso, alla civiltà romana e sannitica, per finire poi a quella paleolitica di un milione di anni fa.
Di questo arco di tempo più antico, di rilievo sono le fortezze, i teatri, i santuari, i tratturi, testimonianze tutte risalenti a parecchi secoli prima di Cristo, nonché il villaggio paleolitico di Isernia, un insediamento umano che, allo stato attuale delle conoscenze, è il più antico d’Europa e il più ricco di messaggi rispetto al modello di vita che l’Homo erectus si era dato organizzandosi lungo il fiume che solcava la steppa molisana frequentata da bisonti, elefanti, ippopotami, rinoceronti.
Immune da contaminazioni, e da confusioni, sfuggita alle aggressioni del turismo consumistico, questa terra non fa nulla per illudere a prima vista. La purezza dell’aria, il colore del cielo, la musica della neve, il filo delle colline, le rocce aspre, i gomitoli di case, l’afflato umano danno all’ospite la piacevole sensazione dell’altra Italia, quella nascosta, ove la vacanza è sempre una scoperta personale, un fatto da raccontare.>>

Nell’anno 2005 lo studioso e sociologo prof. Domenico De Masi, molisano nato a Rotello, in una ricerca sullo sviluppo previsionale della regione Molise nel prossimo decennio diceva:
<<Amo ripetere che il Molise è una città di 330mila abitanti: una piccola città con alcuni quartieri in collina (come Isernia e Campobasso)  e altri quartieri in riva al mare (come Termoli).
Una città che sconfina ancora nella campagna e che della campagna conserva costumi, odori, pregiudizi, freschezza, slanci e diffidenza …
Oggi è possibile realizzare grandi comunità virtuali senza bisogno di addensare fisicamente la popolazione in un medesimo luogo.
Ciò significa che il Molise può creare reti telematiche con cui ai 330mila cittadini stanziali, si aggiunge un milione o più cittadini virtuali che, facendo capo ad un Sito Internet della Regione, godano di tutti i vantaggi amministrativi, economici e bancari che, avrebbero se vivessero fisicamente a Campobasso o ad Isernia. Basta solo creare reti telematiche capaci di tenere collegati stabilmente al Molise e alle sue vicende, i molisani emigrati>> …


 

 

MULISE

"Come vorrei lungo i tuoi tratturi
terra mia dolce, unirmi ai tuoi pastori
che lenti vanno e muti come numi,
antichi nel silenzio sopra l'erbe
o per le strade unirmi ai pellegrini
a ritrovar la fede dei miei padri
dietro un ramo intarsiato fatto croce...
Ma non odo che pianto nei crocicchi
e sulle soglie vedo solo addii.
Non si piangono morti qui ma vivi!
Uomini vanno col fardello carico
di stracci e di illusioni, chissà dove
partono!
Parte tutta la mia gente
per approdi lontani.
Partono all'alba come i condannati.
Ah, fermateli! É triste. Non più gioia
ne amore nelle case desolate,
non più canti di sposa ne vagiti
di culla, non più voci... ma silenzio,
deserto come morte:
Ah, tornate alle case,
alle case che gemono nel vento!
Ma non ode nessuno: il nostro cuore
è pietra di sepolcro.
Nella sua quiete alta la montagna
al dolor degli uomini fa eco.
Le primavere sacre si rinnovano
tormento se crudeli senza miti."

Sabino d’Acunto

 

 

 

Il Molise e le Carresi del Basso Molise


E' senza dubbio maggio il mese che con la sua rinascita primaverile e la forte valenza simbolica nel rinnovo del ciclo della vita porta le manifestazioni tradizionali più arcaiche. Assistere a tutte le fasi della gara è particolarmente entusiasmante. La popolazione è immersa in un clima di festa e di competizione … è una cosa unica. Le fasi della corsa sono concitate ed emozionanti. Si corre non solo per la voglia di vincere ma anche per la fede e l’amore che si nutre verso il proprio patrono.
Le corse dei carri nel Basso Molise (Portocannone, San Martino in Pensilis, Ururi, Larino), appartengono al medesimo ed antichissimo ciclo rituale della rinascita primaverile e dell'approssimarsi del raccolto, al quale la comunità affida le sue speranze di sopravvivenza. Sono celebrate in varie forme tra marzo – aprile – maggio - giugno: "la trasformazione della natura procurava stupore e sgomento, specialmente l'inverno che causava la morte della natura stessa. Da qui la necessità di una celebrazione per resuscitarla (feste di maggio-giugno) o l'opportunità di altri riti (marzo-aprile) per sollecitare le forze cosmiche a ritrovare il loro vigore".

La ricorrenza delle manifestazioni in due paesi di origine albanese potrebbe far supporre una provenienza del rito dall'altra sponda dell'Adriatico; in realtà, numerose testimonianze confortano la teoria di un'origine autoctona, ed addirittura Sannitica, del complesso cerimoniale. La corsa che si svolge a Ururi è forse collegata all'istituzione della festa della Croce in legno di Gesù, croce portata in Italia da Sant' Elena. La fase della preparazione più sentita è quella della sera della vigilia quando viene intonato il canto della carrese, tramandato oralmente dai cantori. La Carrese ha come protagonisti i cavalieri, i buoi, i carri e due (talvolta tre) partiti contrassegnati dai rispettivi colori: il bianco-celeste per i Giovani, il giallo-rosso per i Giovanotti e, quando presente, il bianco-verde per la Cittadella. Ai partiti viene affidata la manutenzione dei carri (a due ruote e con un'unica stanga), e soprattutto la preparazione dei buoi, animali da corsa che non vengono mai impiegati negli usuali lavori agricoli.

A Ururi il giorno della corsa, i carri si recano davanti alla chiesa di Santa Maria delle Grazie dove, nel silenzio più assoluto, viene impartita la benedizione ai buoi, ai carrieri e ai cavalieri. Successivamente i carri, seguiti dai sostenitori, si avviano alla partenza, dove si dispongono in ordine di merito, secondo l'arrivo dell'anno precedente, ad una distanza di 20-25 m l'uno dall'altro. La corsa inizia a 4 km dal paese (masseria Pantoni) e termina sullo spazio antistante alla chiesa S. Maria delle Grazie. Il carro che giunge per primo in paese è obbligato a seguire il percorso di via del Piano e via Tanassi, di 19 m, più lungo rispetto ad un altro percorso che, invece, possono scegliere di seguire gli altri carri. L'aria è piena di tensione: l'ansia si legge sui volti dei partecipanti e anche i buoi sembrano avvertire l'importanza della gara; essi sono trattenuti da un gruppo di persone che li lasciano andare solo al "via". E' il momento più spasmodico: i buoi scattano in maniera furibonda e la campagna si riempie di grida e incitamenti. I carri corrono verso il paese dove tutti attendono con ansia; la gente assiepata lungo le strade, pronta a spostarsi velocemente al passaggio dei contendenti, incita i buoi e i carrieri, mentre altri seguono la corsa dai balconi, dalle finestre e dai tetti. Vince il carro che per primo imbocca con metà timone via Commerciale, vicolo che conduce alla chiesa di S. Maria delle Grazie. Il giorno successivo il carro vincitore ha l'onore di trasportare il SS. Legno della Croce di Gesù per le vie del paese. Restando sempre nella zona, a Larino si perpetua la più antica manifestazione molisana: La Carrese.

La tradizione vuole che la festa si debba far risalire al lontano anno 842, quando i larinesi entrarono in possesso delle reliquie di San Pardo, custodite a Lucera. Proprio al santo sono dedicati i carri, riccamente addobbati rispettando tipologie costruttive consolidate, trainati da buoi che sfilano nei giorni del 25, 26 e 27 maggio. Nel primo giorno della festa si svolge, nella tarda serata, la processione che inizia lentamente dal centro storico verso la parte alta dell’antico capoluogo frentano, sito dove, sotto Diocleziano, furono martirizzati tre cittadini larinati, Firmiano, Primiano e Casto, qui viene prelevata la statua di San Primiano martire e successivamente viene riportata al centro. Il giorno seguente si assiste alla sfilata dei carri, allestiti con particolare cura negli addobbi floreali, ed infine l’ultimo giorno si svolge la solenne processione di San Pardo. La manifestazione richiama molte persone che accorrono anche da centri lontani. Alla manifestazione larinese, così come a quella di San Martino in Pensilis, è legato un canto popolare, la "laudata", che nei suoi versi e nella sua struggente melodia rappresenta un reperto folklorico di indubbio valore scientifico. E' senza dubbio maggio il mese che con la sua rinascita primaverile e la forte valenza simbolica nel rinnovo del ciclo della vita porta le manifestazioni tradizionali più arcaiche.

Ad Acquaviva Collecroce, agli inizi del mese, gira per le strade del paese "U Maje", un uomo interamente coperto di rami intrecciati, fiori, ed altri vegetali che si ferma ad ogni uscio cantando delle strofette benauguranti ricevendo sulla testa degli abbondanti spruzzi d'acqua seguiti dal ringraziamento dei padroni di casa.


 

Carrese di PORTOCANNONE

Secondo la leggenda, la corsa dei carri di Portocannone simboleggia la rievocazione della scelta di una nuova dimora fatta secoli fa da buoi indomiti guidati dall'immagine della Madonna di Costantinopoli, portata all'epoca dagli albanesi. Ogni anno il lunedì dopo la domenica di Pentecoste si svolge a Portocannone la tradizionale corsa dei carri trainati dai buoi in onore della B. V. Maria SS. di Costantinopoli, Patrona del paese. Le fazioni che si contendono la vittoria sono quelle dei Giovani e dei Giovanotti. Vince il carro che taglia per primo il traguardo sito nel portale di Borgo Costantinopoli, nel rispetto delle norme stabilite da un apposito statuto. I carri con i rispettivi cavalieri si portano a circa 3 km dall'abitato e si dispongono secondo l'ordine di arrivo dell'anno precedente. Su ogni carro prendono posto tre conducenti; un cavaliere si pone davanti ai buoi con il compito di guidare il carro, altri accompagnano incitando i buoi con lunghe aste di legno. L'arrivo è fissato sul sagrato della chiesa.

Al carro vincitore tocca l'onore di portare in processione, il giorno successivo, la statua della Madonna di Costantinopoli alla cui festa è collegata la Carrese.

La partecipazione passionale ed emotiva del popolo a questo rituale collettivo e lo straordinario spettacolo della corsa dei carri, che si propone immutato ogni anno, da secoli, creano uno scenario di rara suggestione. La corsa dei carri richiede una preparazione minuziosa durante l'intero anno ed impegna notevoli risorse economiche da parte dei sostenitori. Ricordiamo che solo a Portocannone è stata mantenuta l'antica tradizione consistente nell'aggiogare e far correre quattro buoi per ogni carro.

 

La Carrese


La tradizionale Corsa dei Carri trainata dai buoi, detta anche Carrese, deve la sua origine al ritrovamento delle Reliquie del Santo Patrono di San Martino in Pensilis San Leo. Brevi cenni sulla vita del Santo Patrono sono doverosi. Questi nacque nel villaggio fortificato di Cliterniano, intorno all’anno Mille, da nobile famiglia. Fu educato secondo principi cristiani indirizzati all’amore verso il prossimo e verso Dio. Si fece monaco dell’ordine di San Benedetto ed entrò nel convento di San Felice, non molto distante dal luogo ove era nato. Nel convento predicò il Vangelo e fece esercizio di virtù applicando la regola “ora et labora”; per tali motivi il Signore lo rese conosciuto con i miracoli: questi fecero sì che le popolazioni della zona del Cliterniano ed il Vescovo di Larino del tempo lo proclamarono “Santo” subito dopo la sua morte, che avvenne il 2 Maggio di qualche anno dopo il Mille. Fu sepolto sotto l’altare della Chiesa del convento di San Felice ove stette per circa un secolo. Un giorno, tra l’anno 1154 e l’anno 1182, a seguito di una battuta di caccia del Conte di Rotello, Roberto di Bassavilla, e di altri nobili della zona, il Corpo del Santo fu ritrovato e portato in “processione” su un carro trainato da buoi, con l’accompagnamento del Clero e del popolo, nella Chiesa di Santa Maria in Pensili di San Martino. La memoria del Santo era diffusa e forte nella tradizione dei sammartinesi. Presto, perciò, questi sentirono il bisogno di adorarlo con pellegrinaggi nei luoghi ove era vissuto ed ove erano state ritrovate le Sue Reliquie. Uomini, donne, bambini, anziani, a cavallo ed a piedi, su carri trainati da buoi, cantando e pregando, si portavano, per ogni strada, dove un tempo sorgeva il convento di San Felice. Al ritorno da tali visite, che avvenivano in primavera, quand ce rennov ’u munne, de sciure ce revéste la cambagne, per quel desiderio della gara che è innato nell’uomo, di tanto in tanto si pungolavano i buoi e si accendevano gare di velocità destinate ad affermarsi nel tempo ed a sostituire, con il passare degli anni, i pellegrinaggi. Il popolo, per ricordare la traslazione delle Reliquie, ripete così, ogni anno, quelle gare di corsa. Il primo documento esplicito sulla Corsa dei Carri, del Magistrato della Terra di San Martino al Duca di Termoli, Domenico Cattaneo, risale al 9 maggio 1728 dove è scritto: … “ed ogni anno si è celebrata, come si celebra, la festa dell’invenzione e della Traslazione suddetta il 2 maggio … i Massari correre co’ loro Carri, ed il primo che entra “la porta dell’abitato ha la prerogativa di portare il Palio”. Da un documento più “recente” del 4 maggio 1878, riportato nel nr. 16 del giornale il “Biferno”, si legge: Per l’antica corsa dei buoi … si ammaestrano ogni anno buoi per questo uso esclusivo … anche uomini adatti e coraggiosi vi si assuefanno, perrocchè i pericoli sono molti e spaventevoli. Dalla parte della Marina e propriamente dalla Bufalara del Sig. Norante si dilarga una pianura dove debbono per sette miglia correre i carri tratti dai buoi. Nei primi anni dell’Ottocento la corsa assunse aspetti diversi da quelli originari: al povero contadino che si recava a gareggiare con il bue da lavoro si sostituì il ricco proprietario terriero che si poteva permettere un piccolo allevamento di buoi utilizzati solo per la corsa. Nello stesso tempo le rivalità tra le famiglie autorevoli del Paese si accentuavano in quanto vedevano nella gara dei carri un mezzo per esaltare con la vittoria il proprio prestigio.
Nacquero così, per spirito di competizione, numerosi carri: nel 1820 il carro della famiglia Bevilacqua. Dal 1824 al 1841, quasi tutte le famiglie ricche di San Martino allestirono un carro: Sassi, Mancinetti, Raimondo, Tozzi e Facciolla.
Negli anni dal 1837 al 1851 quattro popolani allestirono propri carri: Giuseppe Di Oto, Lorenzo Caravatta, Vincenzo D’Angelo e Antonio Maria Pezzatelli, aiutati economicamente da alcuni proprietari del Paese che non avevano la possibilità manuale di formare un proprio carro o da quei proprietari che, avendo già un proprio carro, volevano attirare dalla loro parte i carri di questi popolani, che in gara avrebbero potuto aiutarli.
Dal 1851 al 1864 si contano dieci carri: la Carrese doveva essere uno spettacolo di gioia e di “confusione” dato che si gareggiava con 5 paia di buoi per ogni carro.
Con il passare degli anni quasi tutti questi carri si ritirarono.
Nel 1897 gareggiò per la prima volta il carro dei “Giovani”, che ebbe come padre fondatore Giuseppe Belpulsi, con i colori sociali bianco-celeste.

Avversario più temibile era il carro della famiglia Bevilacqua, che rimase in vita per oltre un secolo, dal 1820 al 1921, quando la famiglia Bevilacqua entrò a far parte del carro dei “Giovanotti” con una posizione importante. Il carro dei “Giovanotti” nacque nel 1919 con i colori sociali Giallo – rossi. Dal 2007 gareggia anche il carro dei “Giovanissimi” con i colori giallo – verdi.
La ‘Carrese’ oggi, si svolge su un percorso di 9 chilometri e prende avvio dal tratturo lasciando il primo posto al carro vincitore dell’anno precedente. A metà percorso si effettua il cambio dei buoi. Per conquistare la vittoria fervono per lungo tempo i preparativi. I buoi vengono preparati allo sforzo fisico cui verranno sottoposti. A rendere più eccitante la gara si affiancano al carro altri sostenitori che con grida e pungoli stimolano lo sforzo delle bestie. La manifestazione stimola vivissimo interesse e richiama sul posto numerosi forestieri e appassionati.

Il carro dei Giovanotti e quello dei Giovani sono i due veri avversari della tradizionale Corsa dei Carri. Si dividono, ormai, da circa un secolo vittorie e sconfitte, gioie e dolori, di questa magnifica manifestazione.

 

CANTO DELLA CARRESE

Me vuoglie fa la Croce Patr’e Figlie.
Perciò che la mia mente nen ze sbaglie.

A Ppremmavére ce rennov’ u munne,
De sciure ce revèste la cambagne;

L’àrbere ce recrop’ a stéssa fronne,
L’avecièlle tra lor gran fèsta fanne!

Cchiès’adorat’ e scala triumbante
D’avolie sonne fatte li tò mure;

Nguésta Cchièse ce stà ‘nu Corpe Sante
E pe nnome ce chiame Sante Lione!

Anne, Madonna mi’ de lu Saccione,
E Sande Léie de Sande Martine,

E Sant’Adame ch’è lu cumpagnone
E sande Vàsel’ accant’ a la Marine!

Me vuoglie fa’ ‘na vèsta pellegrine
E vuoglie ì addo’ sponte lu sole;

A llà ce staie ‘na conca marine
Addò ce battezzaie nostro Segnore,

E la Madonne lu tenéve nzine
E San Geuanne che lu battezzave!

E nu’ laudam’ a tté, Matra Mariie
Tu sol’ a pù pertà ‘a palm’ a mmane;

E nuie Lu pregame tutte quante
Ddì ce ne scambe da tembèst e llampe;

E nuie Lu pregame ndenucchiune
Scàmbece da tembèste e terramute;

E nuie Lu pregame e nzéme dégne
Purta’ la palm e la ndurata nzégne!

A ndò ce v’ a scarcà lui vérde làure?
A Ssante Piètre le Cchièse de Rome!

Nu’ veléme laudà quistu gran Sante
Fa menì ‘n zalvamènt’ a tutte quante!

Tòcca, carrier’ e ttòcche’ssu temone
Tocca lu carre de Sande Lione!

… Che Sande Lè trasc dent u core …
(Con San Leo nel cuore)


Le tradizioni e l’amore per la propria terra sono sempre nel suo cuore. Il collega Donato De Santis ogni anno partecipa alla sfilata della Carrese di San Martino in Pensilis.
Conosco ‘Donatino’ da molti anni. L’amore per S. Martino e la Carrese lo portano, ogni volta che siamo insieme, a parlarci della bellissima tradizione della corsa dei carri, tradizione ed amore per la stessa, che ha inculcato anche a sua moglie Rossella ed alle sue due figlie Laura e Benedetta. Un’altra ‘estimatrice’ è entrata in famiglia: la nipotina Aurora che ora ha cinque anni.
Il collega, nato a S. Martino, si è trasferito a Campobasso con la famiglia, per problemi lavorativi del papà sin dalla sua fanciullezza.Ha iniziato da subito a studiare la ‘Carrese’ e la ‘sua’ storia e riversarla su parenti ed amici diventando davvero un pozzo di conoscenze e quando siamo insieme narra, con dovizie di particolari, <<La vera storia di San Leo a San Martino in P.>> Non perde una virgola e quello che dice è perfettamente uguale a quanto riportato sui testi di storia.
Scorrendo le sue foto, qualcuna un po’ retrò, mi viene in mente che le immagini sbiadiscono, i capelli imbiancano, ma i ricordi ed i sentimenti rimangono vividi entro di noi.
La Festa La festa della Carrese di San Martino in Pensilis inizia il 29 Aprile, nel pomeriggio
. Alcuni rappresentanti dei carri disegnano la griglia di partenza, ogni carro partirà a 25 metri dall'altro. Il momento è attesissimo, e una processione di auto percorre tutto il tragitto per "testarne" le condizioni. Sono i simpatizzanti dei vari carri che, sventolando fazzoletti e bandiere, dopo un giro di perlustrazione della strada, tornano in paese in un gran frastuono.
La sera, invece, si dà ufficialmente il via ai festeggiamenti con dei fuochi d'artificio che si svolgono in piazza Umberto I e davanti la chiesa madre, dove intonano l'antico canto della Carrese. Ogni carro esegue a turno, in ordine di arrivo dell'anno precedente, uno spettacolo pirotecnico che termina con l'accensione di una serie di fuochi innescati a cascata, formanti una "catena" di 100 m. L'interruzione nell'esplosione di questa catena viene interpretata come un presagio di sconfitta. Il giorno successivo, 30 Aprile, è il grande giorno della Corsa dei Carri. La tensione che si percepisce nei vicoli, nelle piazze, nei locali e nelle case di San Martino in Pensilis è altissima fin dal mattino. Alle 13,00 circa, i carri si recano davanti la chiesa di San Pietro Apostolo per la benedizione. Successivamente si avviano alla partenza al passo, percorrendo tutto il tragitto che compiranno di corsa, in seguito, nella direzione opposta. Arrivati al punto di partenza, i carri si trattengono nella direzione in cui arrivano, con le spalle al traguardo. Solo dopo il via, dato dal sindaco, i carri vengono ruotati di 180 gradi e partono in gran velocità.
I buoi sprigionano una potenza esaltante ed i cavalieri a cavallo raggiungono il carro solo dopo alcune decine di metri. I carri percorrono circa metà del tracciato prima di giungere al cambio dei buoi dove si mette in gioco l'abilità delle squadre.

 

 

 

Con rapidità i carri ripartono e giungono al traguardo, l'Arco di Porta San Martino, dopo quasi venti minuti dalla partenza,percorrendo circa 8 km. Il primo carro festeggia immediatamente la vittoria girando per le strade del paese, tra l'importante afflusso di spettatori.

Il 2 Maggio ricorre la festività del patrono di San Martino in Pensilis, San Leo. I carri vengono addobbati e portati in processione, con la statua di San Leo posta sul carro vincitore. Le serate di questi giorni di festa accolgono molti visitatori, anche dall'estero, che trovano spettacoli musicali ed intrattenimento per tutte le età. La festa della Carrese viene chiusa da un grande spettacolo pirotecnico a mezzanotte, del 2 Maggio.

 

Dall’Agiografia di San Leone Confessore

Non si conosce l'anno della sua nascita e della sua morte, visse comunque quasi certamente nell'XI secolo. Si pensa che il suo luogo natale possa essere stato Cliterniano o addirittura San Martino stesso. Giovanni Andrea Tria (1) ammette che «Con tutte le diligenze da noi praticate, altro in iscritto non abbiamo trovato di questo glorioso Santo, che una leggenda, l'ordine del suo officio, e Messa con propria orazione, che si conserva in pergamena nell'Archivio della Chiesa Arcipretale di detta Terra di S. Martino. Unendosi a tutto ciò la fama, che vi è di esso tra Frentani, e quanto si rappresenta in una tavola antichissima d'un quadro, che si ritrovava sopra l'Altare della sua Catacomba, posto nella Chiesa di Santa Maria in Pensili, che da noi è stata fatta trasportare nella Chiesa Collegiata, e delineare in rame come nel seguente foglio, sembra, che tutto ciò possa esser bastevole in tale oscurità di tempi, per stendere le sue gloriose memorie. Quindi in primo luogo, come principale fondamento di quel che dirassi si trascrive qui la leggenda preaccennata. << Il Beato Leo, proclamatore della fede in Cristo, Nobile di nascita, ma ancor più nobile per la sua virtù verso Dio, per il quale, per grazia ricevuta dal cielo, quando nel secolo iniziò a splendere, ispirato dal Signore, se ne andò per farsi Monaco di San Benedetto, al Monastero di S. Felice, che non era molto distante da Cliterniano. Qui Leo visse santamente, e si dispose al Sacerdozio. Molto progredì nella sua indefessa predicazione e con opere di misericordia, sì che Dio onnipotente, per la sua fedele devozione, miracoli attraverso lui operava. E così con pieno merito, e in età matura se ne involò al Signore. E poiché non molto tempo dopo la sua morte, il Monastero venne abbandonato dai Monaci, a causa di gravi malanni e dei frequenti e forti terremoti, allo stesso modo la Chiesa andò in rovina; proprio laddove il suo Corpo mirabile sotto l'Altare giaceva. Roberto, Conte di Loritello, andando a caccia, ne scoprì il Sacro Sepolcro: da lì il corpo poi fu estratto per essere trasportato fino a Santa Maria in Pensili, costruita mirabilmente nel Castello di San Martino, e solennemente fu traslato. E ora, con preghiere, e con gli stessi meriti del B. Leone Confessore, Dio Misericordioso assidui benefici largisca, con fede insieme piamente invochiamo. La di lui lode, onore, e gloria nei secoli dei secoli. Amen». Parlando della leggenda il Tria dice che il Conte Roberto di Loritello legando «il cavallo all'anello d'una lapide sepolcrale, per Divina Provvidenza smossa a viva forza, il cavallo genuflesso rimanesse fin' a tanto, che giungessero il Conte, o altri, che fussero, i quali vedendo questo divino spettacolo e, osservando che dentro il sepolcro si conservava il d. sagro Deposito, con altre reliquie, riconosciute da una carta pergamena, che ritrovarono dentro un cannello di piombo, quale attualmente abbiamo tra le memorie di esso Santo nella Terra di S. Martino, ne diedero il dovuto avviso al Clero, e Popolo della medesima Terra, di cui in quel tempo era di pertinenza del luogo, e successivamente ne fu fatto il trasporto, come nella Relazione Storica dell'ultima Traslazione... ». Tra i miracoli additati a San Leo, il Tria fa riferimento a un certo Tommaso Costo il quale trattando delle cose avvenute nel Regno nel 1566 così scrive: «Era già il Mese di Agosto di quest'anno 66, quando l'Armata Turchesca guidata da Pialì Bassà scorse fino al Golfo di Venezia; e come fu al dritto di Pescara, luogo famoso e forte dell'Abruzzo, fece alto. Di poi dato di nuovo de' remi in acqua, assaltò quella riviera, ove per trascuraggine del Governatore di quella Provincia si era fatto poco provvedimento, e pose a sacco, e a fuoco alcune Terre, cioè Francavilla, Ortona, Ripa di Chieti, S. Vito, il Vasto, la Serra Capriola, Guglionesi, e Termoli, menando via e di robba, e di gente quanta ne poté mettere su Galee, guastando, e rovinando tutto il resto. Non fu altresì offeso dalla barbara rabbia il picciolo, ma nobile Castello di S. Martino: il che fu attribuito a' meriti di S. Leo, Protettore di quel luogo, dove le sue Sagre Reliquie si conservano».

(1) Giovanni Andrea Tria fu studioso, vescovo e teologo. Ebbe diversi incarichi tra cui la Sede Vescovile di Larino dal 1727.

 

La leggenda di San Leo

Il Conte di Loritello, Roberto di Bassavilla, era alle prese con una delle sue usuali battute di caccia, insieme con baroni e altolocati del luogo, ma al ritorno, nell'appressarsi alle rovine del Monastero di San Felice, tutti videro con stupore i loro cavalli, che prima avevano lasciato legati, inginocchiati davanti ad una lapide, attorno alla quale si vedevano ancora i resti dell'altare della Chiesa, soffusi da una intensa luce. Ansiosi, cercarono di sapere qualcosa in più di quel prodigio, e timidamente avvicinandosi, scrollando quel po' di polvere e detriti che vi erano sparsi ancora sopra, il conte riuscì a leggere incise sul marmo queste parole: <<qui giace il corpo di San Leo>>. Ancora nella memoria permaneva il ricordo e i suoi miracoli. Facendosi forza cercarono di smuovere il pesante coperchio del sepolcro, ma nel sollevarlo una luce accecante li investì, quasi accecandoli. Poi attutito questo primo impatto in una luce meno intensa, riuscirono a vedervi un agoraio, un gomitolo, pochi altri umili oggetti e le ossa del santo. La commozione però subito cedette il posto a una concitata contesa su chi avrebbe avuto l'onore di appropriarsi delle sacre reliquie, contesa che sembrava volesse degenerare in qualcosa di ben più grave. Allora il Conte Roberto, onde evitare il peggio, ordinò a un suo servo di andare dal Vescovo di Larino, il quale, dopo essere stato informato dell'accaduto, consigliò di legare la cassa contenente il Corpo del Santo sopra un carro trainato da buoi, e di lasciarli andare dove avessero voluto, perché proprio San Leo li avrebbe guidati. Appena posata la cassa sopra il carro, i buoi, come per incanto, cominciarono a correre. Senza fermarsi, il carro coi buoi passò per Ururi, Rotello, Chieuti, Portocannone, lasciando un vistoso velo di delusione su molti volti. Invertendo la rotta il carro inizia a dirigersi verso San Martino. La gente commossa accolse il carro festante che, entrando nel paese, venne a fermarsi proprio davanti alla Chiesa di Santa Maria. Le povere bestie stremate per l'immane fatica stramazzarono al suolo e sul carro come per incanto spariscono le reliquie del Santo. La gente entrò nella chiesa, ma appena dentro un'altra meraviglia lasciò tutti come sospesi: le reliquie di San leo, avvolte in un alone di luce, stavano adagiate proprio sopra l'altare maggiore. Le campane, di colpo, come per incanto, si misero tutte insieme a suonare. Ovviamente, tutte le leggende hanno le loro inevitabili varianti, e il poeta sanmartinese Domenico Sassi ne scrisse una stupenda in dialetto : A Storie de Sande Lé. In suo onore viene dedicata la Corsa dei Carri (30 aprile) commemorante la solenne traslazione, dal luogo del rinvenimento delle sue reliquie, presso i ruderi del Monastero di San Felice, fino alla Chiesa Matrice di allora, Santa Maria in Pensili. Sembra però che non sia riportato in nessun martirologio un San Leo o San Leone che abbia un'origine Molisana o almeno attinenza con San Martino.


A Roma per scrivere la storia : i carri, i fedeli, don Nicola e papa Francesco
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25 ottobre, 2014

TERMOLI. Cresce l’attesa a San Martino per l’appuntamento in Vaticano agli onori di papa Francesco del prossimo 29 ottobre: una data storica per i protagonisti delle carresi, abitanti del comune molisano che vivranno per la prima volta l’emozione di un giorno memorabile che già si ascrive nella storia del Molise.
A Città del Vaticano, da Papa Francesco, con oltre mille fedeli e i tre carri di San Leo trainati dai buoi.
L’occasione, da noi ufficializzata in anteprima, sarà l’udienza del mercoledì dove “il Papa riceve i fedeli e mercoledì prossimo riceverà noi”, ha affermato don Nicola Mattia, parroco in San Martino che quasi pare ridimensionare un evento straordinario nell’ordinarietà di un Pontificato d’incontro sinora abbracciato da Papa Francesco.

Il parroco, parlando poi della stessa carrese, stamane in conferenza stampa ha evidenziato quanto “Anche la corsa non sia lontana dall’espressione della fede e lo stesso Vangelo ci dice di Maria che “in fretta” corre da Elisabetta … un po’ come i nostri Carri “in fretta” corrono da Leo”.
Numeri importanti per un appuntamento che ad oggi muoverà circa mille partecipanti e che vede don Nicola evidenziare l’entusiasmo che abita gli animi della comunità di San Martino.
E a domanda provocatoria, non cade in errore e così, se la nostra curiosità era conoscere il carro che avrebbe scelto per attraversare la storica Via della Conciliazione, don Nicola risponde: “La tradizione, le regole della corsa dicono che il parroco sale sul Carro che ha vinto la corsa perché il palio per chi vince è l’onore di portare San Leo in processione. A via della Conciliazione dove faremo il nostro corteo come il 2 maggio a San Martino vedremo il da farsi”.
Giovani, dei Giovanotti e dei Giovanissimi, saranno così “vestiti a festa” per scrivere la storia dopo un impegno straordinario che sta accompagnando l’organizzazione dell’evento presentato stamane in conferenza stampa alla presenza anche il presidente della fondazione San Leo, Giuseppe Zio, e il sindaco di San Martino in Pensilis Massimo Caravatta che ha affermato: “Questo che stiamo per vivere è un grande evento che aspettavamo da centinaia di anni e che vede già da maggio la comunità in fermento. Come amministrazione comunale stiamo organizzando, insieme all’associazione dei Carri e a don Nicola, ogni piccola cosa per questo colgo l’occasione per ringraziare anche il Comune di Roma che è stato molto disponibile e ci ha permesso di portare all’esterno la tradizione della Carrese”.
Il programma prevedrà alle 8 il corteo dei carri su via della Conciliazione cui seguirà l’udienza generale di Papa Francesco, come sempre a partire dalle 10, mentre nel pomeriggio, alle 15, previsto un incontro e un momento di preghiera nella basilica di San Paolo fuori le mura.

 

29/10/2014 - PAPA FRANCESCO ACCOGLIE E BENEDICE I CARRI DI SAN MARTINO


Roma. La benedizione dei Carri di San Martino da parte di papa Francesco in Vaticano scatena l’entusiasmo del consigliere regionale Francesco Totaro, originario proprio del paese protagonista dell’evento. «Un avvenimento storico ed eccezionale quello che oggi ha vissuto l’intera comunità di San Martino in Pensilis durante la Benedizione dei carri da parte di Papa Francesco, in Piazza San Pietro, a margine dell’Udienza Generale del mercoledì. Un appuntamento da tutti noi atteso con trepidazione – aggiunge Totaro - e che si è potuto concretizzare grazie al grande impegno profuso dal nostro Don Nicola». «Momenti emozionanti quelli di stamane – commenta il consigliere regionale -, in cui il Santo Padre si è avvicinato per porgere la sua Benedizione ai Carri che da anni rappresentano al meglio quell’indissolubile connubio tra tradizione e popolo, ma che tiene in giusto conto anche i valori religiosi da sempre forti e radicati nei sammartinesi. Ogni commento sarebbe superfluo su questo avvenimento, ma è doveroso comunque sottolineare che la gioia vissuta oggi dagli oltre 1500 abitanti di San Martino recatisi nella Capitale, unitamente a chi non era fisicamente a Roma, resterà indelebile nelle menti e nei cuori di tutta la nostra comunità»

 

Città Del Vaticano.


Sono partiti in piena notte da San Martino in Pensilis a bordo di quindici pullman. Altri in macchina, altri ancora sono confluiti dalle regioni limitrofe. Destinazione Roma, Città del Vaticano, il centro della cristianità. Qui il cuore di oltre mille e cinquecento sammartinesi ha continuato a battere sempre più forte per l’evento più atteso, l’incontro con Papa Francesco. Tutti insieme, dopo un anno di preparativi, per un pellegrinaggio speciale: la benedizione dei tre carri in onore di San Leo. Una giornata storica per il paese della Carrese, scandita da momenti significativi finiti negli scatti di fedeli e turisti provenienti da tutto il mondo. La vestizione a Castel Sant’Angelo, la processione dei carri trainati dai buoi lungo via della Conciliazione e l’arrivo del corteo nel cortile di Santa Marta, la residenza privata di Papa Bergoglio. Una piccola variazione nel programma, per ragioni di sicurezza, che ha permesso di condividere ancora di più l’abbraccio con il Pontefice. Entusiasmo alle stelle, con il Papa che ha apprezzato molto la bellezza degli animali e dei tre carri, curati in ogni dettaglio. «Bello, bellissimo» ha ripetuto più volte Francesco. Il Papa ha accarezzato i buoi, ha abbracciato i carrieri, ha parlato con i fedeli e ha ricevuto libri, dipinti e altri doni. Tra questi non potevano mancare dei modellini dei tre carri: i Giovani, i Giovanotti e i Giovanissimi. Dai biancocelesti è arrivato anche un regalo che si lega agli stessi colori dell’Argentina e alle origini del Papa. Una maglietta sulla quale è stato impresso il numero dieci e il nome Francesco. Momenti indimenticabili. I pellegrini si sono quindi spostati in piazza San Pietro per l’udienza generale durante la quale Francesco li ha ricordati: «Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana.

Saluto in particolare i fedeli di San Martino in Pensilis con i carri di San Leo, accompagnati dal Vescovo di Termoli-Larino Mons. Gianfranco De Luca». All’evento hanno partecipato, tra gli altri, il governatore Paolo Frattura e il presidente della Provincia, Rosario De Matteis. Nel pomeriggio appuntamento alla Basilica di San Paolo fuori le mura. Qui i gruppi sono stati ricevuti dall’abate Edmund Power. Secondo alcuni studi San Leo, il Santo in onore del quale si corre la Carrese del 30 aprile, fu abate di questa importante chiesa romana intorno all’anno mille. Per la comunità di San Martino un’esperienza indelebile che ha premiato l’impegno del parroco, don Nicola Mattia, dell’amministrazione comunale guidata dal sindaco, Massimo Caravatta e dalla Fondazione San Leo, presieduta dallo studioso, Giuseppe Zio.

Elaborato da
MDL Anna di Nardo Ruffo
MDL Antonio De Blasio


Hanno collaborato alla ricerca delle foto i colleghi:
MDL Donato De Santis
MDL Sergio Fagnani
MDL Giuseppe Nista


Collaborazione esterna Serenella Fuschi


Clicca sulla foto per vedere il video della Carrese 2013 di San Martino in Pensilis
 
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