MAESTRI DEL LAVORO D'ITALIA

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"LA TRANSUMANZA"


Tratturo è il nome con cui s’indica la via percorsa da pastori e animali per raggiungere in autunno i pascoli della pianura e in primavera quelli della montagna.
Caratteristica del tratturo è quella di avere una duplice funzione: essere via di transito e di pascolo, perché, come noto, gli animali hanno bisogno di camminare e pascolare contemporaneamente.

Legata alla presenza dei tratturi, che nella nostra regione sono numerosi, è la transumanza, che non è altro che il temporaneo trasferimento di persone e animali in custodia ad un pastore o di sua proprietà. Anticamente cinque erano le regioni interessate dalla transumanza: Abruzzo, Molise, Puglia, Campania e Basilicata.

L’origine dei tratturi si fa risalire già al IV secolo a.C., ai Sanniti, quando crearono due piste armentarie proprio dove sorge Altilia, creando una realtà commerciale, protetta da un recinto di legno, per pastori e animali.

La transumanza nacque dalla razionalizzazione delle risorse per cui divenne spontaneo il ricorso allo spostamento degli animali al sopraggiungere dell’inverno: i pastori dell’Alto Molise dell’Abruzzo Centrale preferivano far svernare gli armenti nelle contrade pugliesi per ricondurli ai primi tepori primaverili sui monti delle loro terre. Lungo i tratturi, i ‘conductores’ sostavano con i loro armenti nelle ‘stationes’, situate ai bordi; qui tra un discorso e un altro appresero le varie tecniche per la produzione dei formaggi.

La transumanza assunse, con il passare dei secoli, una forma d’investimento redditizio, poiché i prodotti degli animali trovavano facile sbocco nei mercati di Roma e Napoli. Fu anche introdotta una tassa (Scriptura) sul bestiame in transito proveniente dalle Puglie. Dopo la caduta di Roma, di questa pastorizia non si ebbe più notizia, mancando la sicurezza sul territorio a causa delle scorrerie dei barbari.

I vari periodi storici che si sono succeduti misero finalmente in luce l’importanza della riorganizzazione delle attività pastorali e della transumanza. Fu quindi curata anche l’organizzazione amministrativa e strutturale.

I tratturi avevano dimensioni fisse di 111 metri di larghezza. Provvedevano alla loro sicurezza e manutenzione i comuni che, all’epoca, si chiamavano Università.

Per facilitare il passaggio delle mandrie e per regolare l’uso del tratturo furono tracciati una serie di tratturelli larghi 18,50, 27,50 o 37 metri, secondo le esigenze dei “bracci” che erano molto più stretti e misuravano dai 12 ai 18 metri. Al confine dei tratturi vennero istituiti i “riposi” che erano spazi erbosi dove le greggi potevano sostare.

Il regolamento prevedeva che chiunque avesse un numero superiore a 20 animali, avesse l’obbligo della transumanza del bestiame. Il transito era regolato anche dal pagamento di una tassa sul bestiame, chiamata FIDA.

Lungo i tratturi, distribuiti dall’Italia centrale al sud, questo flusso di animali fu davvero enorme e da molti documenti emergono dei dati che rendono evidente i milioni di pecore e le decine di migliaia di lavoranti che hanno solcato queste vie, producendo un vero mercato. Tale tradizione andò avanti per secoli, fino a quando Giuseppe Bonaparte nel 1806 assestò un duro colpo a questa attività economica, trasformando parte dei pascoli in terre a coltura.

Nel 1865 una legge speciale, la 2168, stabilì che i tratturi erano da considerare inalienabili e imprescrittibili, e la successiva legge 2248 li considerò alla guisa di strade nazionali e di proprietà dello Stato.

Due cose ancora vanno dette:

1) Quattro sono i tratturi principali:
• Aquila - Foggia di km 243,527;
• Celano - Foggia di km 207,000;
• Castel di Sangro - Lucera di km 127,000;
• Pescasseroli - Candela di km 211,000.

Il Molise è l’unica regione che conserva 200 chilometri di questa “autostrada verde”.

2) Sui tratturi, che insieme ai tratturelli e bracci costituivano un sistema viario di 3000 chilometri e ben 441 del Molise, sono sorti oltre 70 centri abitati, tra i quali Campobasso, Isernia e Bojano.

I tratturi sono stati dismessi da tempo come vie di comunicazione; sono però diventati dei grandi musei all’aperto, dove si ha la possibilità di raccogliere testimonianze sul susseguirsi di numerose civiltà e ammirare quello che resta della nostra storia.

A questo proposito è giusto dire che alcune leggi ne hanno consentito la sopravvivenza, tra cui l’ultima nata dell’11 aprile 1997 che ha istituito il Parco dei Tratturi del Molise, con l’intento, com’è facilmente intuibile, di proteggere, di valorizzare questo patrimonio tratturale. La Legge è stata emanata dalla Regione Molise.
Auspico la conoscenza di questi luoghi sia a cavallo che a piedi, sia in bicicletta oppure, come usava un tempo, su un carretto. Per secoli la pastorizia transumante è stata una delle maggiori risorse economiche della nostra regione e per molti l’unica fonte di sostentamento. Ma vediamo da cosa deriva la parola “pastorizia” transumante.
Con l’aiuto di Carmelina, di cui parlerò più diffusamente, sono venuta a conoscenza di molte notizie.

La parola, che si compone di TRANS (al di là) e HUMUS (terra), indica le mandrie che migrano al di là della terra. Non parliamo quindi né di pastorizia nomade, né di quella stanziale.

La transumanza aveva preso a modello altre realtà, come lo sfruttamento delle piste sulle quali poter trasferire il bestiame e gli uomini che avevano necessità di procurarsi abbondante pascolo, acque per dissetarsi e, soprattutto, sicurezza. Di ciò è testimonianza un monito scolpito sulle mura di Altilia (Sepino) che proibiva qualsiasi molestia o ruberia contro i conduttori di greggi e armenti.

Con il nuovo processo di sviluppo agricolo, la transumanza andò sempre decrescendo, fino a ridursi a un numero esiguo, per cui molti tratturi persero valore e furono assegnati e arbitrariamente coltivati.

In molti casi l’emigrazione ha indotto molti migranti a cercare altrove maggiori guadagni e nel dopoguerra, una nuova ondata migratoria, oltre che impoverire di abitanti molti centri di montagna, ha rafforzato la tendenza al distacco dalla montagna stessa.

Nel Molise c’è una famiglia che ancora resiste all’erosione del tempo e che ogni anno si sposta da Frosolone con i suoi 280 capi di bestiame, verso San Marco in Lamis dove, da generazioni, l’ultima famiglia transumante d’Italia, o forse d’Europa, sverna in attesa della buona stagione, per riprendere a ritroso verso Acquevive di Frosolone, in provincia di Isernia, la strada di casa. Il loro viaggio dura quattro giorni, dall’alba al tramonto, percorrendo l’autostrada del verde.

Ho conosciuto Carmelina Colantuono qualche anno fa a Frosolone, a un corso di cucina tipica regionale. È stata una fonte di conoscenza: a volte mi procurava una forte emozione quando la sentivo parlare della particolare vita cui la sua famiglia da molte generazioni si era votata; spesso i suoi racconti erano così coinvolgenti che era difficile ritornare con i piedi per terra. Cercherò di riportare alla mente quanto dettomi.

Lo sanno tutti ormai che i Colantuono sono l’ultima famiglia a praticare la transumanza. Non è un piccolo nucleo: sono circa 10 persone, tutti uniti da vincoli di parentela, che, vuoi per passione, vuoi per necessità, continuano questa tradizione secolare. Il loro capitale, così dice il nonno di Carmelina, è di circa 500 bestie. La più anziana si chiama Baronessa, in senso d’istituzione, ha 16 anni, ed è lei che guida le altre vacche.

E vanno su e giù da 180 m fino a 1300 m di altitudine con il loro scampanio. Quando passano nei paesi, i ragazzini delle scuole si precipitano fuori dalle aule a vedere passare il gruppo dei transumanti e per fare domande. “Qualcuno di noi fa lezione ai bambini e parla di questa particolare tradizione antica che ancora sopravvive. E loro ci guardano a bocca aperta, incantati nel sentire questo racconto, questa favola che da secoli ci vede ritornare sui medesimi tratturi delle Puglie in un continuo partire e ritornare.
Quando parlo dei vitellini che sono nati durante il percorso, le bocche si spalancano per la sorpresa: in questo viaggio che è di 180 km, ne capitano di tutti i colori e tante sono le leggende che sono fiorite intorno al nostro lavoro. Ogni anno si ripetono gli stessi gesti, la stessa fatica, lo stesso viaggio:  don-don… lo scampanio dei campanacci ci accompagna con un ritmo costante,.. don-don e attraversiamo diciannove comuni in quattro giorni di viaggio: per fare prima si potrebbero trasportare gli animali con i camion, come fanno gli altri, ma sarebbe troppo costoso. E poi la tradizione della transumanza verrebbe a scomparire, e noi desideriamo che sopravviva e sia rivalutata insieme alla civiltà contadina”.

E continua il racconto di Carmelina, il racconto di questa traversata antica: lei conosce i tratturi a memoria, come conosce a memoria i paesi, i sindaci, sa a chi rivolgersi nei momenti di necessità, perché nei quattro giorni ne succedono di cotte e di crude, come dice lei.

Ed è infaticabile nell’organizzare, fermare il traffico se occorre, con la bandiera rossa in mano. Raccontava delle difficoltà di far capire a qualche automobilista più recalcitrante, della necessità di doversi servire di un’altra strada per compiere il viaggio e quindi di dover ritornare indietro oppure di mettersi da parte. “Quando poi dico che potrebbe essere incornato da decine e decine di mucche, si gira e con mille improperi torna indietro”.


“Questo accade perché alcuni tratti del tratturo sono stati asfaltati”, dice con il rammarico di chi non si è sentito tutelato da chi doveva farlo, “il tratturo è diventato un percorso ad ostacoli. E in molti casi si blocca il traffico e la gente scende dalle macchine per vedere cosa succede, e sussurra, quasi con rabbia <<ma proprio qui dovevano passare>>.

Questa é la transumanza!..

E lei, Carmelina, in perfetto spirito di squadra con i suoi fratelli e cugini, che con i cavalli governano il tragitto degli animali, compie il suo tragitto su un fuoristrada pieno di cibo e di coperte, per dare aiuto agli uomini che hanno dei ritmi bestiali e la notte, dopo aver provveduto agli animali, si buttano per terra per dormire, avvolti nei sacchi a pelo o nei plaid.

Alle sette Carmelina è già pronta con il caffè e una ricca colazione, perché devono tutti essere in forma. E don-don… si fa su e giù, badando di non perdere una parte di “capitale” per strada. “Un continuo partire e ritornare”, dice Carmelina “e a darci manforte e tenere unita la mandria vengono in nostro aiuto alcuni Cavalieri del Tratturo”.

Questi cavalieri fanno parte di un’associazione che ha ricostruito la storia della transumanza instaurando collaborazione con questa gloriosa famiglia Colantuono.
Don - don… lo scampanio accompagna uomini e animali.
Acquevive di Frosolone – San Marco in Lamis e viceversa. Il ritorno! Don-don!
Chilometri da percorrere, non senza difficoltà. E l’anima della transumanza è sempre lei,Carmelina, che ha già preparato tutto per accogliere nel migliore dei modi il capitale e gli uomini. Ad attenderli c’è tanta gente, sindaco in testa; dimenticavo di dire che Carmelina fa parte del Consiglio comunale di Frosolone. Le donne hanno preparato la polenta per tutti: formaggi, carne, tanto buon vino! Ogni anno il rituale si ripete!

Carmelina Colantuono per il settore Transumanza, fu premiata dal Consolato Regionale Maestri del Lavoro in occasione della festa della donna 2007 e nel ricevere il premio disse:

“Io credo di non aver fatto niente di tanto importante da meritare un premio; sono solo nata e continuo ostinatamente e orgogliosamente, insieme alla mia famiglia, a vivere secondo le regole della transumanza: un mondo fatto di rispetto e amore per l’ambiente, per la natura, per i nostri animali, per la nostra storia, per le nostre tradizioni. Rappresenta forse, nell’era della globalizzazione, una resistenza testarda e tenace a un livellamento omogeneizzato del presente che alimenta valori, immagini ed emozioni. La mia premiazione la dedico a tutte le donne della transumanza che sono vissute sempre nell’ombra e in particolare a quelle della mia famiglia che tanto mi hanno insegnato, che tanto ho visto soffrire in silenzio e che tanto coraggio e tanta forza hanno avuto nella vita senza ricevere alcuna lode e alcun onore. Credo che l’istinto materno e la grande sensibilità rappresentino per le donne in genere, la grande arma per la difesa dei grandi valori umani”.

Carmelina Colantuono è tutto questo: animatrice di una magnifica famiglia che è dedita a un lavoro di tutto rispetto, un lavoro che in prospettiva, se organizzato così come la famiglia Colantuono docet potrebbe aprire nuove (o vecchie) prospettive di lavoro con un progetto ambizioso di recupero della transumanza e dei tratturi, che potrebbe interessare Abruzzo, Molise e Puglia. Con Carmelina siamo perfettamente d’accordo: qualcuno dovrebbe dare il “calcio d’inizio” a una partita i cui protagonisti siano i giovani, sotto la guida dei leader Colantuono.
Mi piace terminare con lei, Carmelina, per onorare tutto il cuore, tutta l’intelligenza, la capacità da lei profusa per raggiungere con efficienza questa bella avventura che si chiama “Transumanza”.

 

Tratto da “ Il Molise e le sue mani d’oro” della MdL Anna di Nardo Ruffo

Campobasso 13 gennaio 2010


Primo piano di Carmelina Colantuono Carmelina Colantuono e i "Cavalieri del Tratturo" al lavoro
La mandria percorre il Tratturo Una breve sosta e l'abbeverata
Carmelina Colantuono conduce la marcia Passaggio obbligato
Ginestre sul cammino Il guado
Si sale La marcia continua
La mandria si rifocilla
 
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