Consolato Regionale Maestri Lavoro Molise

COMUNICATO

La visita in Molise di Papa Francesco riempie di gioia i nostri cuori.
Un momento di grande spiritualità al quale partecipano anche i Maestri del Lavoro del Molise .
Una partecipazione concreta con la pubblicazione del libro “La presenza dei Papi in Molise nel corso dei secoli” realizzato dalla Console Emerita Anna Di Nardo Ruffo.
L'autrice ha sfogliato le pagine della storia e ha ricostruito tutti i passaggi che hanno caratterizzato la presenza dei Papi nella nostra regione.
Passato e presente che si fondono ora nella presenza di Papa Francesco sabato prossimo a Campobasso e a Isernia.
Una copia del volume è stata inviata al Pontefice in segno di ringraziamento per l'attenzione che ha riservato all'”ultima” regione d'Italia.
Il libro è pubblicato anche sul sito www.maestrilavoro.it e www.maestrilavoromolise.it nella sezione progetti e iniziative.

Il Consolato Regionale
dei Maestri del Lavoro

 

Campobasso 2 luglio 2014

 

… Un racconto che ci riporta a Cristo come un Dio – uomo …
di Leo Leone

 

Il documento elaborato da Anna di Nardo Ruffo traccia il quadro storico dei pontefici in Molise. Si tratta della ricostruzione di eventi attinenti la venuta di pontefici in Molise in un contesto di figure di vescovi e strutture ecclesiali segnate da testimonianze di grande rilievo in un contesto disseminato da una storia di secoli che hanno dato volto a personalità elevate nell’ambito sociale, culturale, e artistico che meritano risalto e pongono ostacoli al processo di spopolamento in corso.
Lo scritto si apre con la narrazione di un evento risalente all’antica Roma e riguardante l’architetto del Colosseo, Gaudenzio, che morì martire; sorte che colpiva in quei tempi uomini e donne di fede diversa dai codici religiosi diffusi nell’impero romano. L’architetto subì una tragica condanna a morte e i pochi resti rimasti del suo corpo, in tempi molto più avanzati, vennero portati in Molise e conservati nell’urna, a Guardialfiera. L’allora riconosciuto San Gaudenzio venne proclamato protettore del paese che di episodi storici di rilievo ne ha vissuti tanti.
Fu questo un episodio che rientra nelle vicende di denso spessore culturale che inquadrano e danno rilievo al passato del Molise che tra le figure più elevate della letteratura … e non solo, colloca la figura, mai eclissata, di Celestino V°, uomo, eremita, credente e pontefice di rilevante rilievo nei diari storici della Chiesa e non solo, come pure nelle opere di poeti e scrittori della levatura di Dante Alighieri e di Ignazio Silone. Seppure l’idea di Dante non fu condivisa da molti intellettuali che hanno dato risalto alla resistenza pacifica ma determinata di un papa martire anche lui e vittima di un papa, Bonifacio VIII°, che ha lasciato segnali di vita piuttosto distanti dal Vangelo di Cristo. Ebbene, tra le tante dispute portate avanti sulla figura del frate Pietro del Morrone, divenuto papa Celestino V°, è diffusa l’opinione che i suoi natali sono radicati in terra di Molise. Per taluni a Isernia, per altri a Sant’Angelo Limosano e testimonianze storiche autorevoli forniscono le prove di altri paesi del Molise che lo accolsero come monaco.
Anche per la stesura di questa storia il lavoro di Anna meriterebbe di entrare nelle biblioteche scolastiche e nelle classi stesse a sostegno di una didattica che non si accomoda alle nozioni che non sempre promuovono la cultura dello spirito critico.
A seguire si incontra la figura e si incrocia la vita di papa Wojtyla che riconnette il vaticano con l’intero mondo assumendo lui il ruolo di un pontefice pellegrino e non recluso nei palazzi romani. Anna di Nardo Ruffo gli dedica un vasto spazio. A partire dalla sua patria, la Polonia, alla fatica di cui si fa carico nel muoversi come pastore, non a margine o in veste di padrone, ma a supporto del suo gregge. Giovanni Paolo II appare come un viandante a servizio di tutti. Tant’è che nel Molise non lascia scoperto alcun territorio e prende umanamente contatti con vescovi, e personalità della politica. Il diario di Anna porta alla scoperta di tutti noi degli incontri di papa Giovanni Paolo II con i cittadini dell’intera regione di ogni età e di appartenenza a diverse categorie sociali. Un papa così vicino a ciascuno che, presente in territori segnati da persone provenienti da etnie di matrice croata e albanese, richiedeva loro di tradurre in lingua italiana il loro saluto espresso nella lingua di loro provenienza per cogliere interamente le loro tradizioni e aspirazioni.
Si coglie nel lavoro di Anna di Nardo Ruffo un sorprendente racconto che ci riporta a Cristo come un dio‐uomo sempre attratto da gente di ogni età e appartenenza sociale. Un papa, Wojtyla che “gira tra la folla” e che per il fascino attraente che lo ispira incrocia migliaia di persone provenienti da ogni parte del contesto territoriale, Immagini, episodi e incontri sono ben disseminati nello stampato che registra avvenimenti anche in altre realtà della nostra regione come pure nelle terre dell’Abruzzo. Non si tratta di una presenza segnata dal folklore o dall’escursionismo turistico.
Il 19 marzo 1995 ad Agnone, centro storico di eminenza sul piano dell’intesa tra cultura e lavoro, il papa dà rilievo alla carenza di lavoro che costituisce una “dimensione fondamentale dell’emergenza umana”. Istanza che rilancia in questi tempi papa Francesco.
Lo stesso giorno Giovanni Paolo II lascia in Molise un’impronta di alto interesse ponendo la prima pietra per la creazione del Centro di Ricerca e Formazione ad Alta Tecnologia nelle Scienze Biomediche intestato al suo nome, nei pressi dell’ospedale di Campobasso. Il tutto sollevando un diffuso sentimento di speranza alimentato dall’apertura della struttura ospedaliera alla formazione di studenti iscritti ai corsi di laurea per l’attuazione della professione sanitaria. Il Molise, in questi giorni, finisce con il contagiare Roma in piazza San Pietro con la presenza di miriadi di visitatori che raggiungono il Vaticano e trasferiscono in prossimità dei luoghi sacri la tradizionale manifestazione natalizia, la “Ndocciata, sublime testimonianza religiosa de nostri avi” come la definiva il sindaco di Agnone.
La visita di papa Francesco il 5 luglio di quest’anno viene preannunciata da Anna di Nardo Ruffo nelle pagine conclusive del suo lavoro che ricostruiscono la genesi e la crescita di Jorge Mario Bergoglio a partire dalle sue radici genitoriali di matrice italiana fino all’avvento della sua elezione pontificale che, per la prima volta nella storia ecclesiale, lo porta ad assumere il nome di Francesco. A seguire, una serie ben documentata di omelie e riflessioni che toccano livelli di pregio sul piano della spiritualità cristiana e sull’accentuata attualità storica del martirio che in questi giorni colpisce molti credenti in Cristo e su problematiche che investono il presente storico segnato da una crisi che suscita e richiede una stagione di speranza e di ripresa sul piano sia umanitario che religioso. La Ricchezza di dati e la penetrazione accorta in vicende anche ben distanti dal presente storico scaturiscono anche dall’attiva appartenenza dell’autrice del libro all’associazione dei Maestri del Lavoro del Molise che da sempre si sono accortamente occupati della sfera sociale che non va mai disgiunta dalla cultura che abbraccia l’intero universo umano dal lavoro, all’arte e anche alla dimensione religiosa dell’esistenza.


Leo Leone

 


Consolato Regionale Maestri Lavoro Molise

Il Molise, il 5 luglio 2014, attende Papa Francesco. Chiediamo la protezione della Madonna del Carmelo e l’intercessione dei Santi Papi presenti nel tempo nella nostra Regione, affinché ci liberino dall’odio, e dall’avvilimento della dignità di figli di Dio.


Il Passato Per il Presente Verso il Futuro

 

 

La presenza dei Papi nel Molise, nel corso dei secoli.

Il passato: Papa Leone IX  
Papa Celestino V
Per il presente: Papa Giovanni Paolo II
Verso il futuro: Papa Francesco

 

 

IL PASSATO

PAPA LEONE IX

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Guardialfiera e la Porta Santa


In questo paese di pietra, al fianco di questi scalini, sorgeva la “Torretta”, parte eminente del Palazzo Vescovile da cui si esplorava la valle e si difendeva la città.
L’Episcopio, negli anni 50 divenuto fatiscente, fu abbattuto, riedificato e utilizzato a Sala Cinematografica, denominata appunto: “La Torretta”.
Attrezzata e aggraziata, in questi ultimi tempi dal Comune, la Sala viene ridedicata a un Vescovo martire, mons. Juan Gherardi Confedera, titolare della Cattedrale di Guardialfiera e trucidato nell’aprile 1998 in Guatemala, perché difensore degli “ultimi”, degli indios e dei fondamentali diritti dell’umanità.

 

La Cattedrale

Svettante, poderosa, circondata (come una chioccia tra i suoi pulcini), da un nugolo di casette appollaiate attorno, e digradanti lungo i versanti della collina, è la Cattedrale.
Antica, di origine pagana, è stata rimaneggiata intorno all’anno 1000, e adattata al culto cristiano. Pietre parlanti, o silenzio eloquente di pietre. Pietre grezze o lavorate; bassorilievi di figure umane, simboli liturgici, spighe di grano, grappoli e tralci d’uva, un intrigo di fiori, costituiscono la lavagna e l’insieme dei suoi paramenti murari, facendone un libro stampato sulla pietra.
Urna polifonica di civiltà diverse. Corollario architettonico di segni, offrono testimonianza di un lungo tempo di storia e di fede. Fra copiosi intarsi lapidei: dodici archetti pensili, poggianti su testine umane, corrose dal tempo, vorrebbero configurare i dodici Apostoli di Gesù. Agnelli crociferi, lunette, monofore e archi tribolanti, rispecchiano quasi l’urna polifonica di messaggi e di civiltà che ci avvincono e che danno la tonalità del canto e dell’incanto col divino. Un “ISOS” (sono io stesso Dio) rigato su pietra brunita, esalta la divinità di Cristo, proclamata nel Concilio Ecumenico del 325 a Nicea. E ancora scene di caccia sfavillanti sulla facciata orientale, sulla quale tratteggiano il predatore armato di mazza e corno, e l’abbondanza della selvaggina.
In alto, fra grossi semi pilastri angolari: un gigantesco rosone murato, guarnito lateralmente da colonnine a spirale, e sorrette da bestiole genuflesse.
E di nuovo uno sciorinare di ornati e bassorilievi, tra cui un delfino bizantino, tre presbiteri processionanti con evangelario e turibolo; e un Vescovo benedicente, rivestito di solenni paludamenti con pastorale, mitria e infule svolazzanti.

La Porta Santa
Sulla facciata orientale, molto sollevato da terra, si apre unportale gotico, a piacevole mondatura: è la singolare Porta Santa.
Ad essa – tutti gli anni, per un solo giorno, dal 1° al 2 giugno – è legato il lucro dell’Indulgenza Plenaria perpetua, “toties quoties”, come per le quattro Basiliche Maggiori di Roma, presso le quali è elargita ogni 25 anni, in occasione dell’Anno Santo.
Alla Porta Santa di Guardialfiera, fa riferimento Mons. Alessandro Liparolo (Vescovo di questa Città), in una visita “a limina” del 1627.
La sua origine può risalire, verosimilmente, alla venuta di Papa Leone IX nel 1053, nella prima decade di giugno, quando il Pontefice Brunone di Drasburg, Papa Tedesco, cinquantottenne, intrepido viaggiatore e grande nella santità, si muoveva verso le Puglie, a contrastare le scorrerie dei Normanni (quel popolo nordico, bellicoso e caparbio) deciso a impiantare un forte Stato, ai confini col Governatorato Pontificio attraversò questa porzione del Molise.
Il Papa trova sommerso l’antico Ponte Romano, l’unico per varcare il Biferno e sosta a Guardialfiera, fino al deflusso della piena, per passare poi all’altra sponda e proseguire alla volta di S. Paolo Civitate.

Grandi e generosi furono allora il soccorso e l’accoglienza da parte del clero, del popolo, e dall’Adalferius longobardo e Signore di questa Città, da muovere il Pontefice, riconoscente, a donare la prima grande forma di Indulgenza Plenaria Perpetua, nella storia universale della Chiesa.
Alessandro II, suo successore, con Bolla del 1068, elevò la chiesa a Cattedrale, e la città a capoluogo di Diocesi. (La lastra litica nel fondo della chiesa, ne attesta l’evento).
Benedetto XVI, attraverso la Penitenzieria Apostolica, essendo andata distrutta da incendi e saccheggi la prima Bolla di largizione, promulga il 13.XII.2007, la Bolla Pontificia, attraverso cui è riconosciuta la continuità “in perpetuum valituro” delle Indulgenze Plenarie, nella storia universale della Chiesa.

 

San Gaudenzio – Patrono di Guardialfiera

Gaudenzio, è un giovane architetto. E, al tempo dell’imperatore Vespasiano, progetta l’Anfiteatro Flavio, definito molto più tardi “il Colosseo”, per le sue colossali proporzioni. Come per gli altri santi vissuti agli albori del cristianesimo, non si hanno notizie copiose e certe. E’ sicuramente un “testimone” di Cristo.
Nella “Guida ai misteri e segreti di Roma”, narra Longfellow (poeta americano deceduto nel 1882) ”… è diffusa l’opinione secondo la quale l’architetto del Colosseo si sarebbe chiamato Gaudenzio. E, perché cristiano, fu ricompensato con l’essere gettato vivo fra le bestie feroci”. In un frammento tratto dalla “Guida ai misteri e segreti di Roma” (Ediz. Sugarno 1980 pag. 76).
Mario Spagnol nello stesso libro a pag. LXXIV, ne conferma l’ipotesi con questa espressione: “Dodicimila ebrei compirono il Colosseo in un solo anno, sotto la direzione di un infelice che, col suo stesso supplizio, rallegrò uno dei primi spettacoli che vi furono allestiti”. I pochi resti del corpo, sottratti alle belve, vennero recuperati dai cristiani, e riposti nelle Catacombe di Priscilla sulla via Salaria.
Da lì il 7 aprile 1751, composte nell’urna di cristallo, le sacre ossa del Gaudenzio Martire, concesse dal Pontefice Benedetto XIV all’Arciprete della Cattedrale, Don Achille D’ Elisiis ed al Vicario Apostolico Mons Oronzo De Bellis, vennero portate a spalla fin qui, da due frati zoccolanti. La pomposità del rito di intronizzazione e la proclamazione di San Gaudenzio a protettore della città, è tramandata a noi da un atto notarile rogato da Lionardo Quirino da Castelluccio Acquaborrana (ora Castelmauro). Altri verbali, redatti da Francesco Simeone, raccontano di cinque guarigioni prodigiose, avvenute dinanzi al “sacro deposito” nel giorno solenne dell’arrivo, e durante tutto il mese di aprile 1751.
Ancor oggi le reliquie di San Gaudenzio, come per quel tragitto del lontano 1751, son recate in processione da frati teologi francescani. (Contributo di F, Jovine)

 

 

PAPA CELESTINO V

Biografia Celestino V

Le origini

Il padre si chiamava Angelerio de Angeleris, la madre, Maria de Leone, era nobile e ricca poiché rimasta vedova con dieci figli, poté avviarne due alla vita religiosa. La madre rifiutò l'adozione di Pietro offerta da un ricco signore. Se fosse stata povera contadina e vedova con dieci figli, difficilmente avrebbe potuto rifiutare l'offerta di adozione. Pietro era il penultimo, nacque tra il 1209 e il 1215 (la fonte più accreditata è tratta dalla "vita C" che racconta che aveva 87 anni al momento della morte, avvenuta il 19 maggio 1296, ciò vorrebbe dire, che sarebbe nato nel 1209). Alcune fonti  lo dicono molisano mentre le fonti più antiche, ufficiali o attendibili, come la Bolla di canonizzazione di papa Clemente V "Qui fecit magna" e un codice della Biblioteca Marciana di Venezia lo dicono nato nel Regno di Napoli, ossia in Terra di Lavoro, in un Castel Sant'Angelo. Nell'antica Terra di Lavoro, estesa dal Liri al Volturno, esisteva nel XIII secolo un solo Castel Sant'Angelo, cioè il Castrum Sancti Angeli cognomento Rabicanum o di Ravecanina, presso Alife. Quindi la sua nascita, rivendicata da due comuni molisani, Isernia e Sant'Angelo Limosano (di cui pure è patrono), Sant'Angelo in Grotte, frazione di Santa Maria del Molise che ne ha rivendicato i natali, dopo il rinvenimento di un documento che parla della nascita di Pietro "... in un castello di nome Sancto Angelo" non danno nessuna certezza sul luogo di nascita. Questo Castel Sant'Angelo di Ravecanina era presso una grancìa della vicina abbazia cistercense di Santa Maria di Ferrara, su di un colle presso la riva del Volturno, ben conosciuta da Pietro Celestino.

La vita eremitica

La sua appartenenza monastica iniziale, con alta probabilità, fu quella cistercense. Ciò gli diede la possibilità di essere ordinato sacerdote a Roma, quando lasciò l'abbazia e si recò nell'eremo di un monaco cistercense di Fossanova. Altro indizio della sua appartenenza iniziale all'Ordine monastico dei monaci bianchi (i benedettini erano detti i monaci neri), è dato dalla scorta ricevuta dei cavalieri bianchi, i Templari, vicinissimi all'Ordine Cistercense, di ritorno dal Concilio di Lione, dove, molto probabilmente, ebbe udienza dal papa sostenuto nella richiesta della conferma della Regola del nuovo Ordine per l'appoggio ricevuto sia dall'Ordine di origine, i Cistercensi che dai Cavalieri Templari. Da giovane, per un breve periodo, ebbe a soggiornare presso il monastero di Santa Maria in Faifoli, vicino Montagano (CB) già antica abbazia basiliana latinizzata dopo la conquista normanna. L'arcivescovo Capodiferro di Benevento nel 1276 l'affidò a Pietro del Morrone. La chiesa abbaziale, tra le dodici della diocesi di Benevento, era una delle più importanti. Sotto la guida di Pietro l'abbazia tornò a prosperare e ad essere difesa dalla rapacità dei signorotti del luogo. Quando Pietro la lasciò, il suo successore, fra' Filippo, con i suoi monaci, non fu altrettanto energico e nel 1285 fu abbandonata del tutto. Pietro mostrò una straordinaria predisposizione all'ascetismo e alla solitudine, ritirandosi nel 1239 in una caverna isolata sul Monte Morrone, sopra Sulmona, da cui prese il denominativo. L'Ordine Cistercense permetteva ai suoi monaci di vivere anche la forma eremitica: questo spiega la libertà con cui Pietro poté lasciare la vita comunitaria conventuale e ritirarsi in solitudine. Qualche anno dopo si trasferì a Roma, dove studiò fino all'ordinazione sacerdotale, forse presso un monastero cistercense. Lasciata Roma, nel 1241 ritornò sul monte Morrone negli Abruzzi, in un'altra grotta, presso la piccola chiesa di Santa Maria di Segezzano. Cinque anni dopo abbandonò anche questa grotta per rifugiarsi in un luogo ancora più inaccessibile sui monti della Maiella, sempre negli Abruzzi, dove visse nella maniera più semplice che gli fosse possibile. Nell'inverno del 1273 si recò a piedi in Francia, a Lione, ove stavano per iniziare  i lavori del Concilio di Lione II, per impedire che l'ordine monastico da lui stesso fondato fosse soppresso. La missione ebbe successo poiché grande era la fama di santità che accompagnava il monaco eremita. I successivi vent'anni videro lo sviluppo della sua vocazione ascetica e di fondatore, fino alla prevedibile conclusione della sua vita. Ma un fatto del tutto inaspettato stava per accadere.

Il conclave

Papa Niccolò IV morì a Roma il 4 aprile 1292; nello stesso mese si riunì il conclave, che in quel momento era composto da soli dodici porporati. Numerose furono le riunioni dei padri cardinali nell'Urbe, ma sempre tenute in sedi diverse: a Santa Maria sopra Minerva, a Santa Maria Maggiore e sull'Aventino presso il monastero di Santa Sabina. Nonostante ciò, il Sacro Collegio non riusciva a far convergere i voti necessari su nessun candidato. Sopravvenne un'epidemia di peste e il Conclave venne sciolto. Nel corso dell'epidemia il cardinal Cholet, francese, fu colpito dal morbo e morì, per cui il Collegio Cardinalizio si ridusse a undici. Passò più di un anno prima che il Conclave potesse nuovamente riunirsi, perché un profondo disaccordo s'era creato sulla sede in cui convocarlo (Roma o Rieti). Finalmente si riuscì a trovare una soluzione condivisa stabilendone lo svolgimento nella città di Perugia. Era il 18 ottobre 1293.

Il complesso del Castrum Sancti Sancti Angeli di Ravecanina

Si giunse così alla fine del mese di marzo del 1294, quando i cardinali dovettero registrare un evento che, probabilmente, contribuì, forse in maniera determinante, ad avviare a conclusione i lavori del Conclave. Nel frattempo, Pietro del Morrone aveva predetto "gravi castighi" alla Chiesa se questa non avesse provveduto a scegliere subito il proprio pastore. La profezia fu inviata al Cardinale Decano Latino Malabranca, il quale la presentò all'attenzione degli altri cardinali, proponendo il monaco eremita come Pontefice; la sua figura ascetica, mistica e religiosissima, era nota a tutti i regnanti d'Europa e tutti parlavano di lui con molto rispetto. Il Cardinale Decano, però, dovette adoperarsi molto per rimuovere le numerose resistenze che il Sacro Collegio aveva sulla persona di un non porporato. Alla fine, dopo ben 27 mesi, emerse dal Conclave, all'unanimità, il nome di Pietro Angelerio del Morrone; era il 5 luglio 1294.
L'elezione unanime da parte del Sacro Collegio di un semplice monaco eremita, completamente privo di esperienza di governo e totalmente estraneo alle problematiche della Santa Sede, può forse essere spiegato dal proposito attendista di tacitare l'opinione pubblica e le monarchie più potenti d'Europa, vista l'impossibilità di eleggere un porporato su cui tutti fossero d'accordo. È possibile che i cardinali fossero pervenuti a questa soluzione pensando anche di poter gestire, ciascuno a modo suo, la totale inesperienza del vecchio monaco eremita, guidandolo in quel mondo curiale e burocratico a cui egli era totalmente estraneo, sia per reggere meglio la Chiesa in quel difficile momento, sia per vantaggi personali. La notizia dell'elezione gli fu recata da tre ecclesiastici che, nelle settimane successive, poco prima dell'agosto 1294, salirono sul monte Morrone per annunciare l'elezione a Pietro Angelerio. Uno dei messi, Iacopo Stefaneschi, futuro cardinale, narra così la vicenda nel suo Opus Metricum: apparve « ... un uomo vecchio, attonito ed esitante per così grande novità» con indosso «...una rozza tonaca». Alla notizia dell'elezione, gli occhi gli si velarono di pianto. Lo stesso Stefaneschi narra che quando i messi si inginocchiarono al suo cospetto, lo stesso Pietro da Morrone si prostrò umilmente davanti a loro. Tra la sorpresa e lo sconcerto per l'annuncio che gli recarono, fra Pietro si volse verso il crocifisso appeso a una parete della sua cella e pregò a lungo. Poi, con grande apprensione e sofferenza, dichiarò di accettare l'elezione. Appena diffusa la notizia dell'elezione del nuovo Pontefice, Carlo II d'Angiò si mosse immediatamente da Napoli e fu il primo a raggiungere il religioso. In sella a un asino tenuto per le briglie dallo stesso re e scortato dal corteo reale, Pietro si recò nella città di Aquila (oggi L'Aquila), dove aveva convocato tutto il Sacro Collegio. Qui, nella chiesa di Santa Maria di Collemaggio, fu incoronato il 29 agosto 1294 con il nome di Celestino V.

Basilica di Collemaggio

Uno dei primi atti ufficiali fu l'emissione della cosiddetta Bolla del Perdono, bolla che elargisce l'indulgenza plenaria a tutti coloro che confessati e pentiti dei propri peccati si rechino nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio, nella città dell'Aquila, dai vespri del 28 agosto al tramonto del 29. Fu così istituita la Perdonanza, celebrazione religiosa che anticipò di sei anni il primo Giubileo del 1300, ancora oggi tenuta nel capoluogo abruzzese. In pratica, Celestino V istituì a Collemaggio un prototipo del Giubileo, e forse sia lui sia Bonifacio si ispirarono alla leggenda della "Indulgenza dei Cent'Anni" di cui si avevano testimonianze risalenti a Innocenzo III. Il nuovo Pontefice si affidò, incondizionatamente, nelle mani di Carlo d'Angiò, nominandolo "maresciallo" del futuro Conclave. Ratificò immediatamente il trattato tra Carlo d'Angiò e Giacomo d'Aragona, mediante il quale fu stabilito che, alla morte di quest'ultimo, la Sicilia sarebbe ritornata agli angioini. Il 18 settembre 1294, indisse il suo primo e unico Concistoro, nel quale nominò ben 13 nuovi cardinali, nessuno dei quali romano. In questo modo Celestino V, su consiglio di Carlo d'Angiò, riequilibrò a suo favore il Sacro Collegio, dandogli una forte connotazione monastica benedettina. Dietro ulteriore consiglio di Carlo d'Angiò, trasferì la sede della Curia da L'Aquila a Napoli fissando la sua residenza in Castel Nuovo, dove fu allestita una piccola stanza, arredata in modo molto semplice e dove egli si ritirava spesso a pregare e a meditare. Di fatto il Papa era così protetto da Carlo, ma anche suo ostaggio, in quanto molte delle decisioni pontificie erano direttamente influenzate dal re angioino. Probabilmente, nel corso delle sue frequenti meditazioni, dovette pervenire, poco a poco, alla decisione di abbandonare il suo incarico. In ciò sostenuto forse anche dal parere del cardinal Caetani, esperto di diritto canonico, il quale riteneva pienamente legittima una rinuncia al pontificato. In effetti Pietro da Morrone dimostrò una notevole ingenuità nella gestione amministrativa della Chiesa, ingenuità che, unitamente ad una considerevole ignoranza (nei concistori si parlava in volgare, non conoscendo egli a sufficienza la lingua latina fece precipitare l'amministrazione in uno stato di gran confusione, giungendo persino ad assegnare il medesimo beneficio a più di un richiedente. Circa quattro mesi dopo la sua incoronazione, nonostante i numerosi tentativi per dissuaderlo avanzati da Carlo d'Angiò, il 13 dicembre 1294 Celestino V, nel corso di un concistoro, diede lettura della rinuncia all'ufficio di romano pontefice, il cui testo originale andato perduto ci è giunto attraverso l'analoga bolla di Bonifacio VIII.

Gli storici hanno poi dimostrato che tale formula era già stata utilizzata nelle Decretali da Innocenzo III per le rinunce episcopali, mentre altri hanno ipotizzato che una bolla pontificia, contenente tutte le giustificazioni per un'abdicazione del Papa, fosse stata compilata ad hoc proprio dal cardinal Caetani, il quale, vista l'impossibilità di controllare il Papa come aveva auspicato, impedito in questo da Carlo d'Angiò, intravedeva in questa vicenda la possibilità di ascendere egli stesso al soglio pontificio con notevole anticipo sui tempi che egli aveva preventivato al momento in cui aveva aderito all'elezione di Pietro da Morrone. Di fatto l'unica fonte storicamente certa del sommario contenuto della bolla celestiniana rimane ad oggi la decretale Quoniam aliqui inserita nel Liber Sextus per volontà del suo successore Bonifacio VIII. Undici giorni dopo le sue dimissioni, infatti, il Conclave, riunito a Napoli in Castel Nuovo, elesse il nuovo papa nella persona del cardinal Benedetto Caetani, laziale di Anagni. Aveva 64 anni circa ed assunse il nome di Bonifacio VIII. Caetani, che aveva aiutato Celestino V nel suo intento di dimettersi, temendo uno scisma da parte dei cardinali filo-francesi a lui contrari mediante la rimessa in trono di Celestino, diede disposizioni affinché l'anziano monaco fosse messo sotto controllo, per evitare un rapimento da parte dei suoi nemici. Celestino, venuto a conoscenza della decisione del nuovo papa grazie ad alcuni tra i suoi fedeli cardinali da lui precedentemente nominati, tentò una fuga verso oriente fuggendo da San Germano per raggiungere la sua cella sul Morrone e poi Vieste sul Gargano, per tentare l'imbarco per la Grecia, ma il 16 maggio 1295 fu catturato presso Santa Maria di Merino da Guglielmo Stendardo II, connestabile del regno di Napoli, figlio del celebre Guglielmo Stendardo, detto "Uomo di Sangue". Celestino tentò invano ancora una volta di farsi ascoltare dal Caetani chiedendo di lasciarlo partire, ma il Caetani restò fermo sulle sue decisioni al riguardo. Alcuni storici narrano che Celestino si sia reso conto dell'inutilità delle sue richieste e, mentre veniva portato via, abbia sussurrato una frase, presumibilmente rivolta al Caetani, che poteva quasi essere un presagio. Raggiunto dai soldati, questi lo rinchiusero nella rocca di Fumone, in Ciociaria, castello nei territori dei Caetani e di diretta proprietà del nuovo Papa; qui il vecchio Pietro morì il 19 maggio 1296, fortemente debilitato dalla deportazione e dalla successiva prigionia: la versione ufficiale sostiene che l'anziano uomo sia morto dopo aver recitato, stanchissimo, l'ultima messa.
A proposito della morte si sparsero subito voci e accuse. Anche se la teoria secondo la quale Bonifacio ne avrebbe ordinato l'assassinio fosse priva di fondamento, di fatto il Papa ne ordinò la segregazione che, in qualche modo, lo portò a morte. Il cranio di Celestino presenta un "foro" che, secondo alcuni, potrebbe essere la conseguenza di un ascesso di sangue. Due perizie sulla salma datate 1313 e 1888 rilevarono la presenza di un foro corrispondente a quello producibile da un chiodo di dieci centimetri ma l'ultima perizia del 2013 ha dimostrato che il foro fu inferto al cranio molti anni dopo la sua morte. Bonifacio portò il lutto per la morte del predecessore, caso unico tra i papi, celebrò una messa pubblica in suffragio per la sua anima e diede inizio, poco dopo, al processo di canonizzazione il 5 maggio 1313, fu canonizzato da papa Clemente V, a seguito di sollecitazione da parte del re di Francia Filippo il Bello e da forte acclamazione di popolo, accelerando moltissimo l'iter avviato da Bonifacio. Tuttavia Clemente V non lo canonizzò quale martire, come avrebbe voluto Filippo il Bello, ma come confessore. Fu sepolto nei pressi di Ferentino, nella chiesa di Sant'Antonio sita nell'abbazia celestina che dipendeva dalla casa madre di Santo Spirito del Morrone. Nel febbraio 1317, le spoglie furono traslate a L'Aquila, nella basilica di Santa Maria di Collemaggio, dove era stato incoronato Papa.

Vi sono tuttavia altre versioni. Il 18 aprile 1988 la salma di Celestino V fu trafugata. Due giorni dopo, venne ritrovata nel cimitero di Cornelle e Roccapassa, frazioni del comune di Amatrice. Non sono mai stati scoperti i mandanti o gli esecutori.  A seguito del terremoto dell'Aquila del 2009, il crollo della volta della Basilica ha provocato il seppellimento della teca con le spoglie, recuperate poi dai Vigili del Fuoco, dalla Protezione Civile e con la collaborazione della Guardia di Finanza.

La tomba di Celestino V nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio prima del terremoto del 2009

A seguito della peregrinatio delle spoglie di Celestino V per le diocesi di Abruzzo e Molise, avvenuta dopo il terremoto del 6 aprile 2009, la maschera di cera che ricopriva il volto del Santo mostrava evidenti segni di scioglimento. Per fronteggiare questo problema, l'Arcidiocesi di L'Aquila ha effettuato nel 2013 una ricognizione canonica dei resti mortali di Celestino, in particolare della scatola cranica, al fine di poter ricostruire, grazie all'aiuto di strumentazione scientifica, le vere fattezze del suo volto. La maschera in cera, irrimediabilmente deteriorata, è stata pertanto sostituita da una nuova in argento. Anche i paramenti settecenteschi del Santo sono stati sostituiti con altri di produzione moderna, e che richiamano stilisticamente le fattezze dei signa pontificalia medioevali. Questa ricognizione è stata inoltre l'occasione per porre sul corpo di San Pietro Celestino il pallio che Sua Santità Benedetto XVI indossò il giorno dell'inizio del suo ministero petrino e che egli stesso donò al suo predecessore allorquando venne in visita a L'Aquila il 28 aprile 2009, pochi giorni dopo il sisma.


Il corpo di Celestino V è stato restituito alla sua Basilica di Santa Maria di Collemaggio in L'Aquila il 5 maggio 2013, in occasione del settecentesimo anniversario della sua canonizzazione, avvenuta il 5 maggio 1313 da parte di papa Clemente V. Tra il 2013 e il 2016, essendo tale edificio chiuso per i lavori di ricostruzione e restauro, le spoglie del Santo sono custodite presso la basilica di San Giuseppe Artigiano, nel centro storico della città.

CELESTINO V - Incontro tra Maestri del Lavoro molisani e abruzzesi.
6 ottobre 2007.


Siamo giunti a destinazione?!… quasi non ce ne accorgevamo...
Purtroppo nella foga di raccontare la bellissima esperienza il cronista ha dimenticato di citare le motivazioni principali di questo incontro  tra i cugini abruzzesi e molisani.
A parte la gioia, il piacere di stare insieme e di fare nuove conoscenze e amicizie, la motivazione ufficiale dell’incontro si identifica con la necessità da ambo le parti di un confronto e di un approfondimento sulla luminosa figura, molisana di nascita e abruzzese di adozione, splendida ed esemplare ma ancora poco conosciuta; stiamo parlando di San Pietro Celestino che, nonostante sia stato collocato da Dante nel sesto girone dell’inferno della sua Divina Commedia, viene consacrato santo dalla Chiesa nell’anno 1313.   Non a caso nella comitiva abruzzese è presente in qualità di ospite
d’onore uno studioso di San Pietro Celestino, il sacerdote Don Carmelo  Pagano Delle Rose, autore di un importante saggio sulla figura del Santo; nel contempo tra i molisani sono presenti tre devoti di San Pietro Celestino, provenienti dalla zona di S.Angelo Limosano, località in provincia di Campobasso che risulterebbe la più accreditata tra gli storici ad essere indicata quale patria del santo: il signor Domenico Foligno, attuale sindaco di Sant’Angelo Limosano, il signor Michele Tanno – autore di un particolare libro legato a Celestino V e il sig. Pasquale Saliola tutti protagonisti di una singolare iniziativa che testimonia la grande devozione che ancora oggi in Molise il popolo riserva alla figura del santo.       
I nostri tre amici ogni anno o quasi partecipano ad un impegnativo pellegrinaggio a piedi che da Sant’Angelo Limosano li conduce attraverso antichi tratturi, boschi, radure, piccoli fiumi e quant’altro verso la Basilica di Collemaggio nella città de L’Aquila. Poco meno di 300 chilometri di percorso duro, faticoso ed estenuante ma altresì ricco di atmosfere, luoghi, scorci incantevoli che la frenetica vita moderna ci ha fatto dimenticare, un percorso che facilita il riavvicinamento a Dio.
Attraverso le bellezze della natura e del creato che soltanto con questo tipo di esperienza si possono nuovamente riscoprire.
Dunque Sant’Angelo e L’Aquila, due punti fermi nella vita terrena del grande asceta, presupposti indispensabili per l’approfondimento e la crescita di una spiritualità sempre ispirata ai canoni più tradizionali del cristianesimo al punto che i suoi contemporanei, come già detto, a pochi anni dalla morte lo innalzano agli onori dell’altare.
“Colui che fece per viltade il gran rifiuto…“ come lo definisce il sommo Dante è una affermazione ingiusta ed errata, un vero e proprio clamoroso lapsus, ben altre sono infatti le motivazioni che spinsero Celestino V ad abdicare …

A Voi l’onore e l’onere di promuovere, pianificare, organizzare insieme un impegnativo piano, in un progetto di fattibilità, per una  maggiore e più realistica diffusione della conoscenza di San Pietro Celestino,  per una sua definitiva riabilitazione e per l’inserimento della sua memoria tra i più importanti santi italiani, così come la sua “avventura” terrena, letta con fede e senza oscure trame, effettivamente dimostra. (MdL Enzo Armanetti)


IL PRESENTE

Termoli: lungomare e Castello Svevo

Giovanni Paolo II (Karol Wojtyla) 1978-2005

Karol Józef Wojtyla nasce il 18 maggio 1920 a Wadowice, città a 50 km da Cracovia, in Polonia. E' il secondo dei due figli di Karol Wojtyla e di Emilia Kaczorowska, che muore quando lui ha solo nove anni. Anche il fratello maggiore non ebbe miglior sorte, morendo molto giovane nel 1932.
Finiti brillantemente gli studi liceali, nel 1938 si trasferisce a Cracovia con il padre ed inizia a frequentare la Facoltà di Filosofia della città.
Si iscrive anche allo "Studio 38", circolo teatrale che durante la seconda guerra mondiale va avanti clandestinamente. Nel 1940 lavora come operaio nelle cave presso Cracovia e in seguito nella locale fabbrica chimica. Evita così la deportazione ed i lavori forzati nel Terzo Reich tedesco.
Nel 1941 il padre muore, e il giovane Karol appena ventenne si trova del tutto solo.
A partire dal 1942, sentendosi chiamato al sacerdozio, frequenta i corsi di formazione del seminario maggiore clandestino di Cracovia, diretto dall'Arcivescovo di Cracovia, il Cardinale Adam Stefan Sapieha. Nel contempo è uno dei promotori del "Teatro Rapsodico", anch'esso clandestino.
Nell'agosto del 1944 l'arcivescovo Sapieha lo trasferisce, insieme ad altri seminaristi clandestini, nel Palazzo dell'arcivescovado. Vi rimarrà fino alla fine della guerra.
Il giorno 1 novembre 1946 Karol Wojtyla è ordinato sacerdote; dopo pochi giorni parte per proseguire gli studi a Roma, dove alloggia presso i Pallottini, in Via Pettinari. Nel 1948 discute la sua tesi sul tema della fede nelle opere di San Giovanni della Croce. Rientra da Roma in Polonia dove come viceparroco viene destinato alla parrocchia di Niegowiæ presso Gdów.

Ci troviamo a sei anni dalla scomparsa di quello che alcuni hanno definito "gigante della storia, e a pochi giorni dalla sua elevazione agli "onori degli altari" da parte della Chiesa universale che così brillantemente per tanti anni aveva guidato e protetto. Sentiamo, quindi, ancora con più coinvolgimento, la forza dei messaggi di pace, di solidarietà, di giustizia e di libertà che questo Papa ha avuto il coraggio di lanciare ai "quattro angoli della Terra" e che sono ancora concretamente validi sia per i cattolici che per tutti gli abitanti di questo nostro Pianeta.
Tutti abbiamo amato questo Vicario di Cristo, che ha saputo catturarci con la sua carica di umanità, la sua spiritualità, una figura carismatica che è stato un testimonial del nostro tempo.
Ha avuto un feeling particolare con i giovani ai quali ha riservato la "Giornata mondiale della gioventù", che  dalla domenica delle Palme del 1985, tenutasi  a Roma, si celebra annualmente in posti diversi del mondo con migliaia di partecipanti animati da un grandissimo spirito ecumenico.
Tutto il mondo ha amato questo Vicario di Cristo, che ha saputo catturare ‘il popolo di Dio’, con il suo modo di operare anche nelle situazioni più difficili. Carismatica la sua carica umana, la sua profonda spiritualità, il suo modo di essere uomo e papa, umile, generoso.
Ovunque, ha lasciato indelebili tracce che hanno scosso anche i cuori più duri.
San Giovanni Paolo II è stato il Papa della famiglia e dall’omelia di Papa Francesco nel Sinodo sulla famiglia del 27 aprile 2014, durante la canonizzazione dei Beati Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II desidero riportare questa frase:
“In questo servizio al Popolo di Dio, San Giovanni Paolo II è stato il Papa della famiglia. Così lui stesso, una volta,  disse che avrebbe voluto essere ricordato, come il Papa della famiglia. Mi piace sottolinearlo mentre stiamo vivendo un cammino sinodale sulla famiglia e con le famiglie, un cammino che sicuramente dal Cielo lui accompagna e sostiene.”


 

GIOVANNI PAOLO II a Termoli … Il 19 marzo 1983


 

Da S. Ecc. Mons. Cosmo Francesco Ruppi, Arcivescovo Metropolita Emerito di Lecce.

Devo alla cortesia di don Benito Giorgetta, il primo sacerdote del mio episcopato, se posso ricordare rapidamente il viaggio di Giovanni Paolo II a Termoli nel giorno di San Giuseppe, il 19 marzo 1983. Lui era giovanissimo, ma scattante, e insieme al mio segretario, don Gabriele Mascilongo, don Antonio Lazzaro ed altri, dette una grossa mano per organizzare un evento, che tutti credevano impossibile e che era per altro sotto gli occhi di tutti, anche per invidia e gelosia.
Il viaggio papale non sarebbe avvenuto, senza l’impegno dell’allora Sindaco prof. Remo Di Giandomenico, che dette la misura dell’efficienza del Comune e lasciò nel cuore del Papa un segno indelebile, tanto che, anni dopo, ricordava sempre il viaggio a Termoli con nostalgia a gratitudine.
Furono appena sei ore, ma dall’arrivo in elicottero, nel porto termolese, alla permanenza in episcopio, alla visita privata in cattedrale, accolto da don Rocco Sciarretta, al passaggio della città verso la grande piazza, predisposta in appena un mese, ove celebrò la messa solenne, alla partenza,, dinanzi al vecchio ospedale, tutte le diocesi, ma direi tutto il Molise e molti pellegrini giunti dal Gargano, potettero vedere il successore di Pietro, dopo una fugace, infausta fuga di Leone IX attraverso Guardialfiera, dopo la battaglia di Civitate.
Inutile che dica l’emozione del giovane Vescovo nell’accogliere il Papa. L’ho detto cento volte, risentendo l’emozione alla parola del Sostituto della Segreteria di Stato, che mi annunciava la Visita apostolica, a Petacciato, ove concludevo la visita pastorale.
Trattenni un grido di gioia, che il buon don Matteo non riuscì a sentire, ma ho capito l’anno scorso, trovandomi a Livorno, ove Giovanni Paolo II era stato nell’ 82, per incontrare gli operai della “Solvay”, la portata dell’evento che visse a Termoli il 19 marzo 1983.
La festa di san Giuseppe lavoratore fu “presa” dalla diocesi di Chieti, anzi, personalmente, dall’arcivescovo mons. Fagiolo, che divenne, per questo “scippo”, mio fermissimo amico e lasciò a Termoli una delle più belle omelie sul significato della paternità per il Figlio di Dio e per la famiglia umana, parlando della “crisi del padre” e della urgenza di recuperare il senso della paternità anche temporale.

La visita a Termoli fu calma, pacata; il Papa passò dinanzi agli albanesi e ai croati, dicendomi di non aver capito il loro saluto, perché la lingua era “paleo croato”.
La liturgia era eccellente, il coro meraviglioso, il saluto del Vescovo la risposta nella omelia indimenticabile. Fece personalmente una cinquantina di comunioni, salutò singolarmente tutti gli ammalati, che erano dinanzi al palco.
L’entusiasmo del popolo molisano fu incontenibile, fino alla partenza nello spiazzo predisposto innanzi all’ospedale.
Giovanni Paolo II non ebbe nessuna fretta; il  segretario, i cerimonieri, il servizio di sicurezza … sapevano tutti che era venuto con gioia a Termoli e bisognava lasciarlo fino a quando voleva.
Una visita breve, rispetto a quelle che faceva lui, ma assai più calma di quelle del suo Successore, che ha i suoi 84 anni … .
Quando ripenso a quella Visita, ora che sono quasi inchiodato in casa con poco movimento e molte medicine, resto emozionato al solo pensare che il Beato venne 28 anni fa, ove ero Vescovo, e tornò per due giorni a Lecce tra il 17 e 18 settembre 1994.
E’ stato, per me, un grandissimo dono, ma anche per la cara città di Termoli, le diocesi, i molisani, le autorità …. Un premio per la bontà del clero e per le religiosità, del popolo molisano, che mi ha insegnato tante cose e mi ha reso più umile e più forte nella fede e nella speranza.
E che non ho mai dimenticato!

Una data indimenticabile quella del 19 marzo 1983

Papa Giovanni Paolo II, incontrando le popolazioni molisane, lasciò nell’animo di tutti un’impronta indelebile non solo per il valore e la spontaneità dei sentimenti manifestati, ma soprattutto per la ricchezza dei valori umani e cristiani trasmessi; basti ricordare il richiamo al dialogo, alla conoscenza reciproca, alla collaborazione necessaria di fronte al bisogno di pace, al ruolo del padre nella società contemporanea, al lavoro come strumento di elevazione dell’uomo.

La visita del Papa a Termoli 31 anni fa: una giornata di primavera, calda e assolata. Tutto il Molise stava vivendo l’evento da molti mesi prima come l’evento degli eventi.
Immagini impresse nel ricordo dei cittadini, indelebili e oggi ancora  vive. Il Papa dei giovani, della gente, si faceva amare dalle folle con un rapporto immediato, spontaneo ed indimenticabile.
Alle 14, 30 l’elicottero del papa polacco atterrò nel piazzale del porto, una delegazione emozionata  era pronto a riceverlo. Proveniva dalla vicina San Salvo, dove aveva pranzato con gli operai della Siv, la fabbrica del vetro.
Scese, acclamato da migliaia di persone: i presenti ancora adesso ricordano un mare di persone in una Termoli presidiata da molti agenti per garantire l’incolumità del santo pellegrino e dei presenti: si valutò che ne erano arrivate da tutto il centro-sud d’Italia circa settantamila, i più venuti  in treno, in pullman e in auto. L’uomo della speranza era venuto a visitare quel posto che fu un borgo marinaro e che timidamente si appresta a entrare nella fase cruciale della sua metamorfosi industriale.
Sotto l’Episcopio, Monsignor Cosmo Francesco Ruppi, il Vescovo di allora,  pronto a riceverlo,  gli mostra il palazzo e i “tesori” religiosi della diocesi.  Dal balcone, spalanca le braccia e saluta la folla stretta in piazzetta.
Non può mancare la visita della splendida Cattedrale, dove il Papa s’inginocchia sulle reliquie di San Timoteo e prega. Intorno a lui c’è il silenzio, carico di speranza.
Ma il momento più atteso é l’incontro con i fedeli che avviene in piazza del Papa, dove un grande palco sovrasta una moltitudine colorata divisa da un lungo tappeto rosso. Tutto è stato organizzato nei più piccoli dettagli, con quella cura che soltanto i volontari della fede sanno avere.
I preparativi sono cominciati molto tempo prima, quando – era novembre dell’82 – il vescovo Ruppi ufficializzò la grande notizia in Cattedrale.

La piazza del Papa è divisa in settori: ogni gruppo di fedeli ha il suo posto nel reticolo complesso e disciplinato dell’organizzazione logistica. Sacerdoti, suore, famiglie, malati, anziani, autorità: ognuno sta dove deve stare, ma tutti sono uniti dall’identico senso di gratitudine per quell’evento  unico.  Il Papa gira tra la folla – ha sempre fatto così, e non fa eccezione alla regola neppure a Termoli – accarezza la guancia di una donna che piange, spettina un bambino, stringe la spalla di un giovane disabile, lascia che le persone in attesa gli prendano la mano per baciare l’anello santo.
E’ sorridente, ha gesti semplici e parole di conforto.
Celebra una Messa che nessuno – tra quelli che c’erano, ed erano tanti - è riuscito a dimenticare, in un silenzio assoluto e incredibile. Parla di San Giuseppe il falegname, l’uomo del lavoro e dell’umiltà, accosta la sua figura a questa gente semplice che lavora la terra o esce in mare per prendere il pesce. Si rivolge alle famiglie, a “voi che state vivendo le rapide trasformazioni della società contemporanea e ne ha subito a volte preoccupanti contraccolpi. <<Voi – dice il papa polacco -  potete trovare nella famiglia di Nazareth, su cui Giuseppe vigila con trepida cura, il modello sempre attuale di una comunità di persone, nella quale l’amore assicuri un’intesa ogni giorno rinnovata>>.


 

VISITA PASTORALE ALLA DIOCESI DI CHIETI
SANTA MESSA A TERMOLI
OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II
Solennità di San Giuseppe
Termoli - Sabato, 19 marzo 1983


1. “Canterò senza fine le grazie dei Signore” (Sal 89, 1).
Le parole del Salmo responsoriale, che è stato testé proclamato, salgono spontaneamente alle mie labbra volgendo lo sguardo a questa vostra magnifica assemblea, carissimi fratelli e sorelle delle Chiese di Termoli e Larino, di Campobasso, di Isernia e Trivento, che siete qui convenuti per incontrarvi con me, pellegrino nella vostra terra, e per manifestare - con la presenza, con la voce, col canto - la gioia di essere parte viva dell’unico ovile di Cristo.
Sì, rendo grazie al Signore per lo spettacolo di fede che mi offrite in questo incontro, nel quale mi è dato di prendere diretto contatto con la popolazione forte e generosa di questa terra molisana dalle antiche tradizioni di laboriosità, di rettitudine, di fedele attaccamento alla religione dei padri. Rendo grazie al Signore e rivolgo a voi il mio saluto più cordiale.
Un saluto che va innanzitutto al vostro Vescovo, il venerato Fratello Cosmo Francesco Ruppi, che da tre anni circa guida le diocesi unite di Termoli e Larino. So che l’odierno incontro si inserisce nel programma della visita pastorale, che egli sta attuando nelle diverse Comunità nelle quali si articola questa porzione del gregge di Cristo a lui affidata, e ho appreso con gioia del risveglio di fede che si va sviluppando nelle diocesi grazie all’impegno pastorale dei sacerdoti, religiosi e laici. Serva questa mia venuta tra voi a confermare le promettenti primizie di questa rinnovata primavera di vita cristiana.
Saluto pure i Vescovi delle altre diocesi del Molise e della regione d’Abruzzo, i quali hanno voluto partecipare a questa Eucaristia per recarmi la testimonianza dei vincoli di fraterna comunione che legano le loro Chiese al successore di Pietro. Li ringrazio e affido loro l’incarico di portare alle rispettive popolazioni l’assicurazione del mio affetto e della mia preghiera.
Un saluto rispettoso e cordiale rivolgo altresì alle autorità di ogni ordine e grado, qui convenute, e in particolare ai Sindaci dei 136 Comuni molisani, che hanno voluto onorare con la loro presenza questo nostro incontro. Nell’esprimere grato apprezzamento per questo gesto cortese, amo leggere in esso l’espressione della sincera volontà di collaborare con la Chiesa, entro i limiti delle rispettive competenze, per il raggiungimento di quegli obiettivi di civile progresso ai quali aspirano le forze migliori di questa nobile e spesso duramente provata regione.
Uno speciale saluto, infine, desidero rivolgere alle Comunità italo-albanesi e slave, che da quasi quattro secoli vivono nella diocesi di Termoli e Larino, portando avanti una loro linea di fedeltà al Vangelo di Cristo e alla Chiesa da lui fondata. Auspico che, attingendo al ricco patrimonio delle loro tradizioni, esse sappiano perseverare in tale impegno di operosa coerenza cristiana per far sì che la fiaccola della fede possa essere trasmessa, sempre ardente e luminosa, alle generazioni che verranno.


2. Oggi la Chiesa festeggia san Giuseppe, "l’uomo giusto”, che nell’umiltà della bottega di Nazaret provvide col lavoro delle proprie mani al sostentamento della Sacra Famiglia. Oggi, quindi, è innanzitutto il giorno degli uomini del lavoro. A voi, dunque, operai, contadini, artigiani, pescatori, a voi lavoratori della terra e del mare che col sudore quotidiano guadagnate il necessario per le vostre famiglie, desidero rivolgere in modo particolare il mio pensiero e la mia parola, per additare alla vostra riflessione l’esempio di Colui che, avendo condiviso la vostra esperienza, può capire i vostri problemi, raccogliere le vostre ansie, orientare i vostri sforzi verso la costruzione di un avvenire migliore.
San Giuseppe sta davanti a voi come uomo di fede e di preghiera. A lui la Liturgia applica la parola di Dio nel Salmo 88: “Egli mi invocherà: Tu sei mio padre, mio Dio e roccia della mia salvezza” (Sal 89, 27). Oh, sì: quante volte nel corso delle lunghe giornate di lavoro Giuseppe avrà elevato il suo pensiero a Dio per invocarlo, per offrirgli la sua fatica, per implorare luce, aiuto, conforto. Quante volte!
Ebbene, quest’uomo, il quale con tutta la sua vita sembrava gridare a Dio: “Tu sei mio padre”, ottenne questa particolarissima grazia: il Figlio di Dio sulla terra lo trattò da padre. Giuseppe invoca Dio con tutto l’ardore del suo animo di credente: “Padre mio”, e Gesù, che lavorava al suo fianco con gli strumenti del carpentiere, si rivolgeva a lui chiamandolo “padre”.
Mistero profondo: Cristo che, in quanto Dio, faceva direttamente l’esperienza della Paternità divina nel seno della Santissima Trinità, visse quest’esperienza in quanto uomo attraverso la persona di Giuseppe, suo padre putativo. E Giuseppe, a sua volta, nella casa di Nazaret offrì al bambino che gli cresceva accanto il sostegno del suo equilibrio virile, della sua lungimiranza, del suo coraggio, delle doti proprie di ogni buon padre, attingendole a quella fonte suprema “da cui ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome” (Ef 3, 15).
Grande compito, questo, della paternità, al quale non pochi genitori, oggi, sono tentati di abdicare, optando per un rapporto “alla pari” con i figli, che finisce per privare questi ultimi di quel sostegno psicologico e di quell’appoggio morale, di cui abbisognano per superare felicemente la fase precaria della fanciullezza e della prima adolescenza. Qualcuno ha detto che oggi stiamo vivendo la crisi di una “società senza padri”. Si avverte sempre più chiaramente il bisogno di poter contare su padri che sappiano svolgere il loro ruolo, unendo la tenerezza alla serietà, la comprensione al rigore, il cameratismo all’esercizio dell’autorità, perché solo così i figli potranno crescere armoniosamente, dominando le proprie paure e disponendosi ad affrontare con coraggio le incognite della vita.
Ma dove potrete attingere, carissimi papà, l’energia necessaria per assumere nelle varie circostanze l’atteggiamento giusto che i vostri figli, anche senza saperlo, attendono da voi? La risposta ve la offre san Giuseppe: è in Dio, fonte di ogni paternità, è nel suo modo di agire con gli uomini, quale ci è rivelato dalla Sacra Scrittura, che voi potete trovare il modello di una paternità capace di incidere positivamente sul processo educativo dei vostri figli, non soffocandone, da una parte, la spontaneità, né abbandonandone dall’altra, la personalità ancora immatura alle esperienze traumatizzanti dell’insicurezza e della solitudine.


3. Giuseppe e la sua sposa castissima, la Vergine Maria, non abdicarono all’autorità che loro competeva come genitori. Significativamente di Gesù è detto nel Vangelo: “. . . e stava loro sottomesso” (Lc 2, 51). Una sottomissione “costruttiva” quella di cui furono testimoni le pareti della casa di Nazaret, giacché è detto ancora nel Vangelo che, grazie ad essa, il Bambino “cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio ed agli uomini” (Lc 2, 52).
In tale crescita umana Giuseppe guidava e sosteneva il fanciullo Gesù, introducendolo alla conoscenza delle consuetudini religiose e sociali del popolo ebraico e avviandolo alla pratica del mestiere di carpentiere, del quale egli, in tanti anni di esercizio, aveva assimilato ogni segreto. Questo è un aspetto che mi preme, oggi, sottolineare: san Giuseppe insegnò a Gesù il lavoro umano, nel quale egli era esperto. Il divino Fanciullo lavorava accanto a lui, ed ascoltandolo e osservandolo imparava a maneggiare anche lui gli strumenti propri del carpentiere con la diligenza e la dedizione che l’esempio del padre putativo gli trasmetteva.
Lezione grande anche questa, carissimi fratelli e sorelle: se il Figlio di Dio ha voluto imparare da un uomo un lavoro umano, ciò sta ad indicare che nel lavoro v’è uno specifico valore morale con un preciso significato per l’uomo e per la sua autorealizzazione. Nell’enciclica Laborem Exercens ho appunto annotato che “mediante il lavoro l’uomo non solo trasforma la natura adattandola alle proprie necessità, ma anche realizza se stesso come uomo e anzi, in un certo senso, diventa più uomo” (Giovanni Paolo II, Laborem Exercens, 9).
Come non riconoscere allora la grande dignità del lavoro, qualunque esso sia nella sua espressione concreta? Come non vedere il ruolo fondamentale che esso svolge nella vita del singolo della famiglia della società? Purtroppo la cupidigia e l’egoismo hanno spesso spinto gli uomini a sfruttare le capacità intellettuali e fisiche dei loro simili e ad imporre loro prestazioni lavorative che si sono rivelate in vari modi lesive della loro personale dignità. Contro queste degenerazioni del rapporto di lavoro giustamente insorgono le associazioni sindacali, per difendere quanti vedono conculcati i loro legittimi diritti.
Se questo è giusto e merita approvazione, non sarebbe peraltro comprensibile un atteggiamento che giungesse a contestare il lavoro come tale, non riconoscendone la funzione provvidenziale, indicata nel comando biblico originario: “Soggiogate la terra!” (cf. Gen 1, 28). Tale funzione san Giuseppe riconobbe e accettò nella propria vita, trasmettendo al piccolo Gesù che gli cresceva accanto il senso di gioiosa disponibilità con cui ogni mattina egli riprendeva la quotidiana fatica. Anche per questo san Giuseppe sta davanti al popolo cristiano come luminoso modello di vita, al quale ogni padre può e deve guardare nelle scelte concrete che gli sono imposte dalla responsabilità di una famiglia.


4. “Ti ho costituito padre di molti popoli” (Rm 4, 17), è stato proclamato poc’anzi nella prima Lettura della Messa. Le parole che Dio disse ad Abramo ormai vecchio e privo ancora di una discendenza, la Liturgia le applica oggi a san Giuseppe, il quale non ebbe affatto discendenza carnale; e noi che riflettiamo sulla sua vicenda personale possiamo apprezzare appieno l’opportunità di tale accostamento. Dopo essere stato, infatti, uno strumento particolare della divina Provvidenza nei confronti di Gesù e di Maria, soprattutto durante la persecuzione di Erode, san Giuseppe continua a svolgere la sua provvidenziale e “paterna” missione nella vita della Chiesa e di tutti gli uomini.
“Padre di molti popoli”: la devozione con cui i cristiani di ogni parte del mondo, in ciò incoraggiati dalla Liturgia, si rivolgono a san Giuseppe per confidargli le proprie pene e per implorarne la protezione, conferma il fatto singolare di questa paternità senza confini.
Guardate, dunque, con fiducia a san Giuseppe anche voi, uomini e donne del Molise e dell’Abruzzo, perseverando in una devozione che è tanto profondamente inscritta nelle tradizioni dei vostri avi. Non è egli forse un magnifico esempio per ogni laico impegnato che, all’interno della parrocchia e dei vari movimenti ecclesiali, voglia rendere la sua coraggiosa testimonianza a Cristo?
A san Giuseppe ricorrete in particolare voi, sacerdoti e religiosi, voi anime consacrate, che nella sua castità verginale e nella sua spirituale paternità vedete rispecchiati gli ideali più alti della vostra vocazione. Egli vi insegna l’amore al raccoglimento e alla preghiera, la fedeltà generosa agli impegni assunti davanti a Dio e alla Chiesa, la dedizione disinteressata alla Comunità nella quale la Provvidenza vi ha posti, per quanto piccola e ignorata sia. Nella luce del suo esempio voi potete imparare ad apprezzare il valore di tutto ciò che è umile, semplice, nascosto, di ciò che si compie, senza appariscenze e senza clamori, ma con effetti decisivi, nelle profondità insondabili del cuore.
E voi, famiglie di oggi, che state vivendo le rapide trasformazioni della società contemporanea e ne subite a volte preoccupanti contraccolpi, voi potete trovare nella famiglia di Nazaret, su cui Giuseppe vigilava con trepida cura, il modello sempre attuale di una comunità di persone, nella quale l’amore assicuri un’intesa ogni giorno rinnovata. Invocando Gesù, Maria, Giuseppe, possano i componenti di ogni famiglia delle vostre Comunità ecclesiali ritrovare nei vari momenti della loro esistenza la gioia del dono reciproco, il conforto della solidarietà nelle prove, la pace serena di chi sa di poter contare sulla onnipresente, se pur misteriosa, Provvidenza divina.
“Egli mi invocherà: Tu sei mio Padre”. Come san Giuseppe, invocate anche voi con una preghiera assidua e fervorosa il Padre celeste e sperimenterete anche voi, come lui, la verità delle successive parole del Salmo: “Gli conserverò sempre la mia grazia, la mia alleanza gli sarà fedele” (Sal 89, 29).
Così sia.

 

QUELLA MATTINA DI DICEMBRE IN VATICANO

antefatti di un evento storico indimenticabile


Era lunedì 13 dicembre 1982: partimmo presto al mattino, alle cinque. Destinazione Roma, Vaticano, Prefettura della Casa Pontificia. L’appuntamento era per le nove.
Pensavo che fosse uno dei tanti viaggi romani e vaticani che tutti i Vescovi di tanto in tanto fanno per il disbrigo degli affari ecclesiastici. Da segretario, accompagnavo l’allora Vescovo di Termoli e Larino S.E. Mons. Cosmo Francesco Ruppi. Durante il viaggio parlammo di tante cose, recitammo il Rosario - come sempre - ma non potei fare a meno di osservare che lo sguardo del Vescovo era come immerso in un pensiero che lo assorbiva totalmente. Feci tante ipotesi sullo scopo del viaggio e su quali potevano essere i segreti pensieri di colui che accompagnavo, ma non sarei mai arrivato ad immaginare quello che scoprii poco più tardi. Puntualissimi alle nove eravamo alla Prefettura della Casa Pontificia; Mons. Ruppi entrò nell’Ufficio di Mons. Dino Monduzzi, Reggente della Casa Pontificia e si trattenne a colloquio per circa quindici minuti. Poi uscì e notai che i
suoi occhi brillavano di gioiosa speranza, ma non riuscivo ad intuirne il motivo.
Salimmo, poi, al terzo piano del palazzo apostolico, in Segreteria di Stato, altri colloqui,altri incontri. Intanto si era fatto mezzogiorno, gli impegni erano terminati e ci avviavamo lentamente sulla via del ritorno. Stavamo percorrendo corso Vittorio Emanuele, quando Monsignor Vescovo non seppe più trattenersi e mi confidò -chiedendomi il più assoluto segreto - il motivo di quella giornata. Mi disse: “Ho consegnato alla Prefettura della Casa Pontificia la richiesta ufficiale della Visita del Santo Padre a Termoli.
Preghiamo, perché, se il Signore vorrà, Giovanni Paolo II verrà in visita apostolica a Termoli e al Molise”
Per tutto il resto del viaggio e della giornata non parlammo d’altro, facendo già ipotesi di programma e di problemi che bisognava affrontare, il luogo dell’arrivo, quello dell’incontro con i fedeli, le eventuali tappe, i problemi finanziari per affrontare l’immensa organizzazione. Mi confidò anche che la Lettera ufficiale era stata preceduta da altri abboccamenti in Segreteria di Stato, dove avevano fatto intravedere che una visita del Papa a Termoli non era impossibile, dal momento che Giovanni Paolo II già il 19 marzo 1981 aveva incontrato gli operai della Società Solvay, vicino Livorno e, il 19 marzo dell’anno successivo era stato in Visita al mondo operaio delle Acciaierie di Terni e che intendeva continuare questa prassi di incontrare nella Festa di San Giuseppe il mondo operaio e Termoli è una località industriale con migliaia di operai. Per di più la data del 19 marzo 1983 era ancora libera. Sulla via del ritorno ci fermammo al Santuario della Vergine Addolorata di Castelpetroso, per affidare alla Patrona del Molise la realizzazione di quel sogno.
Passarono alcune settimane e sembrava che nulla si muovesse. Poi
finalmente domenica 9 gennaio 1983, verso le ore 12, mi trovavo casualmente nel mio ufficio alla Curia vescovile in piazza S. Antonio, squillò il telefono ed era un addetto della Segreteria di Stato che mi avvertiva che il Vescovo di Termoli doveva mettersi immediatamente in contatto con il Sostituto della Segreteria di Stato che allora era S.E.Mons. Eduardo Martinez Somalo.
Mi emozionai perché, da quel che già sapevo, feci presto ad immaginare che si potesse trattare di qualcosa di molto importante se la Segreteria di Stato del Vaticano si scomoda di domenica mattina. Mons. Ruppi quel giorno era in visita pastorale alla parrocchia di Petacciato, lo raggiunsi per telefono ed egli chiamò immediatamente in Vaticano e gli comunicarono la lieta notizia:
“Il Papa ha deciso, il prossimo 19 marzo sarà in visita apostolica a Termoli”.
Due domeniche dopo lo stesso Pontefice durante l’Angelus in piazza S. Pietro diede ufficialmente l’annunzio della Visita apostolica a Termoli. Ciò che avvenne dopo è ormai storia che tutti conoscono.
Seguirono settimane di intensa preparazione non solo organizzativa ma anche spirituale:
convegni, dibattiti, riflessioni, preghiera, affinchè l’evento servisse a confermare e rinsaldare la fede dei credenti e ad orientare le coscienze di tutti verso la verità e il bene.
Poi, finalmente il giorno tanto atteso: era sabato il 19 marzo 1983, c’era un sole splendido, un giorno di festa, di esultanza, un giorno che ha segnato profondamente la storia della Comunità sia civile che ecclesiale di Termoli e del Molise, il giorno dell’incontro con un grande Papa, Giovanni Paolo II, un Pontefice che fin dal giorno della sua morte il popolo di Dio ha acclamato Santo.
A pochi giorni dalla Beatificazione del Papa venuto da lontano, la nostra Comunità locale non può non rivivere con gratitudine e commozione quell’incontro storico ed indimenticabile con Giovanni Paolo II il 19 marzo di ventotto anni fa.

Mons. Gabriele Mascilongo

Da una testimonianza di Diana Luciani De Oto

Di quel giorno,di quell’anno,ricordo che non si parlava d’altro.
Da maestra con le classi in fermento, da mamma con i miei figli che stavano per entrare nell’adolescenza: il Papa Giovanni Paolo II sarebbe venuto a Termoli il giorno di san Giuseppe dell’anno 1983.
Da alcune settimane fervevano i lavori per organizzare gli spazi in uno spiazzo non lontano da casa mia, spazio che poi sarebbe diventato Piazza del Papa.
In quella casa eravamo venuti ad abitare un mese prima dell’evento ed era la nostra casa, acquistata con sacrifici e mutuo alle stelle. Come potrei dimenticare?
Veniva sua Santità a venerare le reliquie di San Timoteo e l’urna che è posta nello splendido Duomo romanico.
C’erano manifesti inneggianti al Papa ovunque. Non ci pareva vero che questa striscia di mare, unico sbocco nel Molise, terra di poche risorse che si apprestava a divenire industriale,fosse meta di un tale viaggiatore.
Quell’uomo che aveva aperto un dialogo con i popoli del mondo,visitato tra folle oceaniche terre lontane,veniva a due passi da casa.
Quel giorno era caldo anche in senso atmosferico quando arrivò.
Una fiumana di gente scese al piazzale del porto nel primo pomeriggio per vedere l’elicottero del Papa scendere dal cielo.
Ricordo il rumore fortissimo e il vento che sollevò ogni cosa d’intorno.
I pescatori salutarono l’uomo che ne uscì, dalle barche riverniciate.
Poi Monsignor Ruppi, il vescovo, lo accompagnò all’Episcopio dove il Papa si inginocchiò dinanzi alle reliquie. Non potemmo vedere il momento ma lo immaginammo.
70 mila persone erano giunte da ogni parte di questa piccola regione.
Ricordo l’allestimento che trovammo nella piazza preparata; un lungo tappeto rosso, il palco e i nostri preti tutti pronti a celebrare. Ma il silenzio, la compostezza prevalse sulle emozioni. La gente non inneggiava ma attendeva le parole che sarebbero venute.
Conservo una foto che feci ai miei figli seduti in mezzo alla folla tutta accomodata: Antonello con il casco di capelli dorati, Luciano con gli occhiali da vista alla Panatta. Puri nel volto, dolcissimi come non sarebbero mai più stati, gli occhi bassi.
Il sole non era ancora morente. All’omelia il Papa parlò di famiglia,del Santo che rappresenta il lavoro e del fatto che si doveva prendere come modello la Sacra famiglia. Poi stette con i chiari occhi semichiusi, un po’ stanco.
Scendeva la sera mentre la papa - mobile passò tra due ali di folla:
Egli benediceva.
Le luci dei lampioni rendevano magica l’atmosfera fatta di fede e di speranza.
Sentimmo, al ritorno a casa, di aver ricevuto un grande dono, una leggerezza dell’anima e una luce per la mente.
La voce, quella voce che avremmo risentito negli anni a venire, poi provata dalle malattie, ci aveva dato gioia.
Avrei voluto che i miei figli avessero conservato l’alta spiritualità del momento  nei loro cuori per sempre.

Visita in Molise di S. Santità Papa Giovanni Paolo II il 19 marzo 1995

San  Giovanni Paolo II è stato una figura preziosa per l’umanità, esempio di santità per tutti.
Anche nel Molise ha consegnato testimonianze indimenticabili ed il 19 marzo 1995, S. Santità venne a Campobasso per proseguire nella stessa giornata per Castelpetroso ed Agnone.

Campobasso: Castello Monforte

Credo che in questo particolare momento di crisi l'esortazione di Giovanni Paolo II, fatta ad Agnone in occasione della sua indimenticabile visita del 19 marzo 1995 "a riflettere con forza la dignità di quella dimensione fondamentale dell'esistenza umana che è il lavoro, e stimolare l'impegno per assicurare un'occupazione dignitosa a tanti che, in questo momento, vivono il dramma della disoccupazione o sono vittime di condizioni di lavoro indegne dell'uomo" e al tempo stesso a non arrendersi alle difficoltà e "non rinunciare a progettare il proprio futuro", rappresenti un prezioso sostengo morale per tutti e in particolare modo per noi molisani.
E, parlando di lavoro, é giusto ripercorrere l’iter della realizzazione del Centro di Ricerche e Formazione ad Alta Tecnologia nelle Scienze Biomediche “Giovanni Paolo II” di Campobasso.
Il Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica il 30 maggio 1991, deliberò la realizzazione in Campobasso del Centro di Ricerca e Formazione ad alta tecnologia in scienze biomediche, affidando all’Università Cattolica lo studio di fattibilità per la realizzazione insieme alla Regione Molise.
Il crisma di questa grandiosa struttura fu dato il 19 marzo 1995 da Sua Santità Giovanni Paolo II che posò la prima pietra della struttura ospedaliera, come primo atto della sua visita nel Molise
.

 

La prima pietra, il 19 marzo 1995, al Centro di Ricerche e Formazione ad Alta Tecnologia nelle Scienze Biomediche “Giovanni Paolo II” di Campobasso

 

Fu Giovanni Paolo II a mettere la prima pietra, il 19 marzo 1995, al Centro di Ricerche e Formazione ad Alta Tecnologia nelle Scienze Biomediche “Giovanni Paolo II” di Campobasso e benedisse l’opera con un saluto benaugurante:

<<Sono particolarmente lieto di questo Centro di Ricerca che l’Università Cattolica del Sacro Cuore, d’intesa con la Regione Molise, s’appresta a realizzare qui a Campobasso.

Il Centro che qui nasce vuole porsi appunto al servizio della persona umana, colta nella sua verità integrale e nella concretezza delle sue situazioni esistenziali.

… Affidiamo questa incipiente opera e la sua futura attività a San Giuseppe, di cui oggi ricorre la festa e alla Madonna Addolorata, patrona del Molise, nel cui Santuario di Castelpetroso mi recherò fra poco.   
Il Centro che qui sta per sorgere – affermò il Papa – sarà in grado di offrire un’assistenza di elevata qualità scientifica e tecnologica, alla quale – ne siamo certi – non mancherà l’indispensabile “anima” capace di fare di una struttura altamente specializzata un’autentica casa di cura e di formazione sanitaria a dimensione umana, quell’anima che è la fonte stessa dell’ Università Cattolica del Sacro Cuore.
E’ un presidio d’eccellenza per l’oncologia, le malattie cardiovascolari e la medicina specialistica ed è la quinta sede dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Si può essere legittimamente orgogliosi di iniziative come questa. Il Centro che qui sta per sorgere sarà infatti in grado di offrire un’esistenza di elevata qualità scientifica e tecnologica, alla quale,- ne siamo certi, non mancherà l’indispensabile ‘anima’ capace di fare di una struttura altamente specializzata un’autentica casa di cura e di formazione sanitaria a dimensione umana.
In base al principio di solidarietà si è privilegiata una zona carente, come purtroppo tante zone del meridione d’Italia, di strutture ospedaliere ad alta specializzazione. In secondo luogo in linea con il principio di solidarietà che – mentre sollecita l’intervento dello Stato quando è necessario, stimola insieme la società civile ad una adeguata iniziativa.
Mi congratulo con Campobasso per questa iniziativa e per questa giornata.  
Cerchiamo adesso di proseguire verso il Santuario di Castelpetroso e poi, questo pomeriggio, verso l’incontro ad Agnone, con il mondo del lavoro del Molise …. Anche io sono stato contento di venire nel Molise nel giorno dedicato a San Giuseppe, anche se è domenica un giorno festivo.>>
La struttura in seguito, divenuta fondazione, è stata rinominata Fondazione di ricerca e cura Giovanni Paolo II. Nel 2010 la sede contava più di 700 studenti iscritti ai corsi di laurea triennali per le professioni sanitarie. Il Centro vuole crescere insieme con il Molise. Esso, perciò, punta ad innalzare il livello della ricerca e della formazione in campo biomedico e intende offrire servizi assistenziali più elevati in particolari settori della medicina.


Riflessioni di Antonio Chieffo


L’imminente visita di Papa Francesco in Molise, mi ha fatto riaffiorare alla mente la giornata della storica visita sempre qui nella nostra terra molisana del Santo Pontefice Giovanni Paolo II, avvenuta il 19 marzo 1995.
Torno, allora, con la mente ed il cuore agli indimenticabili momenti in cui, mentre ricoprivo la carica di Presidente della Provincia di Campobasso, ho avuto l’onore di avvicinare, ascoltare e conoscere direttamente quel Pontefice, venuto da un Paese lontano come l’attuale Papa Francesco, che dallo scorso 27 aprile è stato iscritto nell’Albo dei Santi.
Rammento come fosse ora lo sguardo benigno ed entusiasta di Colui che venne fra noi per benedire la prima pietra dell’erigente sede dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, che ora è divenuta Fondazione Giovanni Paolo II.
Il Papa ha gioito nella certa previsione che la bella struttura, in costruzione, lustro del nostro Molise, avrebbe acceso lampade di speranze alle donne e agli uomini stravolti dal male con lo sguardo offuscato talvolta dalla disperazione che spegne il sorriso.
San Giovanni Paolo II ci ha parlato, con poche ed ispirate parole di quanto sia prezioso dedicarsi alle creature provate dalla malattia.
Egli che il mondo aveva definito “Atleta di Dio”, come tutti i viventi è arrivato al tramonto dei Suoi giorni protagonista di una lunga e devastante malattia che, con grande coraggio ha offerto per la Chiesa, la Famiglia, i Giovanni, Suoi prediletti e agli Uomini tutti credenti o agnostici.
La “Fondazione Giovanni Paolo II” che accoglie non solo i nostri corregionali, ma tante persone, itineranti della speranza, provenienti da zone limitrofe al Molise e non solo, speriamo, che resti, nonostante ricorrenti eclissi che appaiono all’orizzonte non soltanto per la Fondazione stessa, ma aimè per tutta la Sanità molisana, un polo dì eccellenza e che esalti ulteriormente il ruolo e l’opera dei Sanitari e di tutto il Personale che con silente e proficua disponibilità s’impegna perché si concretizzi quanto affermava San Camillo de Lellis che “i malati sono i nostri padroni”.
Ogni volta che mi reco nella struttura dedicata al Pontefice Santo rivedo, confuso ed intimidito, la foto che ritrae anche me, vicino a Lui, sicché mi sento ancora una volta incoraggiato e confortato.
Quando il Santo Padre venne tra noi, nessuno avrebbe immaginato che oggi dopo circa 20 anni, sarebbe divenuto Modello stupendo che ci ha preceduto con la Sua canonizzazione nel cammino del vero, autentico Amore.
San Giovanni Paolo II, speriamo che vegli sulla Fondazione che ha il Suo nome.
La mia speranza è che i Governanti odierni continuino ad includere e ad esaltare nel contesto della Sanità Molisana, il ruolo della Fondazione Giovanni Paolo II, convinto come sono che “servire il malato è regnare”.  
Il desiderio oggi, forte come ieri, è quello di partecipare al bene della gente molisana, e pensare nei limiti del possibile di partecipare alla costruzione di nuovi percorsi, che rivelino la loro utilità e portino chiari benefici; avere Papa Francesco in Molise esalta ancora una volta il mio cuore e mi permette di rincorrere nuovi sogni e sento che la luce di questo Santo Padre può rafforzare ogni speranza.


Campobasso, 23 giugno 2014


Nel 2002 a Campobasso venne inaugurata la quinta sede dell'università, il Centro di Ricerche e Formazione ad Alta Tecnologia nelle Scienze Biomediche, una struttura a dimensione umana.

Alcune immagini dell'Università Cattolica di Campobasso

Fondazione a Campobasso, diciannove anni fa Giovanni Paolo II pose la prima pietra

Era il 19 marzo 1995, quando  Giovanni Paolo II, alla presenza dei vertici dell'Università Cattolica, dell'Istituto Toniolo, dei Ministri dell'Università e della Sanità, pose la prima pietra del "Centro di ricerca e di formazione ad alta tecnologia delle scienze biomediche" nato per volontà dell'Università  Cattolica del Sacro Cuore a Campobasso. Un polo di eccellenza sanitaria, che circa dieci anni dopo diventò la Fondazione di ricerca e cura Giovanni Paolo II, istituita dalla Cattolica per gestire il Centro sotto il profilo dell'assistenza sanitaria, della ricerca e della didattica. Oggi, diciannove anni dopo, nell'anno della postulazione del Santo Padre, l'anniversario di quell'evento è stato celebrato dalla comunità locale e dalle maggiori autorità.


Dopo un momento di raccoglimento davanti alla prima pietra posata da Giovanni Paolo II, stamattina è seguita la celebrazione della Santa Messa alla quale oltre ai pazienti e al personale della Fondazione, hanno partecipato anche i vertici della struttura e tra questi il direttore Gianfranco Rastelli.  "La Fondazione Giovanni Paolo II - ha sottolineato Rastelli - è nata con l'obiettivo di dare al territorio un Centro di eccellenza che fosse un punto di riferimento sia per gli aspetti sanitari sia per quelli di ricerca e di formazione permanente per il personale medico, infermieristico e amministrativo. Come sottolineò lo stesso Santo Padre al momento della benedizione diciannove anni fa, questo Centro medico è nato per essere al servizio dell'uomo, della persona e del malato secondo i principi della carità cristiana e della morale cattolica. Il Centro è sorto per offrire un'assistenza di elevata qualità scientifica e tecnologica. Una struttura altamente specializzata ma anche una Casa di cura e di formazione sanitaria a “dimensione umana".
Le Alte specialità' presenti all'interno della Fondazione ne fanno un polo di eccellenza per il territorio molisano, ma anche con una forte attrazione extra regionale: il 38,3% del totale dei pazienti dimessi, infatti, proviene da fuori Molise. La Fondazione si pone come polo di Eccellenza di terzo livello per la medicina ultra-specialistica e per le malattie dell'apparato cardiocircolatorio e oncologiche ed al momento conta un totale di 129 posti letto, di cui 12 day hospital, oltre ad essere sede di 6 corsi di laurea universitari. Oltre che per la cura rappresenta una struttura all'avanguardia anche sotto il profilo della ricerca scientifica: si avvale di un parco tecnologico ed informatico particolarmente avanzato, in continuo aggiornamento, rappresentato da apparecchiature elettro-medicali particolarmente complesse, installazioni di ultima generazione e sistemi in rete. "Strumentazioni tecnologiche all'avanguardia - sottolineano dalla Fondazione -, con cui sono stati avviati diversi progetti pluriennali di ricerca di base, clinica ed epidemiologica nel campo delle malattie cardiovascolari e dei tumori, oltre che importanti ricerche come quelle sulle alte tecnologie diagnostiche e terapeutiche nella chirurgia cardiaca ed oncologica avanzata e nei trapianti di midollo. Attività che, nel corso degli anni, sono valsi alla Fondazione importanti riconoscimenti: ad esempio nell'autunno del 2008, l'Unità di Radioterapia e' stata premiata per aver presentato il miglior contributo scientifico dell'anno al congresso dell'Associazione Italiana Radioterapia Oncologica, mentre nel 2009 la stessa Unità operativa è stata la prima in Italia e tra le prime al mondo a studiare e poi sperimentare l'innovativa metodica terapeutica per la radioterapia Vmat".

 

Fondazione Giovanni Paolo II celebra il 19° anniversario della posa della prima pietra per mano del Santo Padre


DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II    
Festa di San Giuseppe
Campobasso - Domenica, 19 marzo 1995

1. Sono particolarmente lieto di benedire la posa della prima pietra del “Centro di Ricerca e Formazione ad alta tecnologia nelle scienze biomediche”, che l’Università Cattolica del Sacro Cuore, d’intesa con la Regione Molise, s’appresta a realizzare qui a Campobasso.
Saluto le numerose ed illustri Autorità presenti, in particolare i Signori Ministri della Sanità e dell’Università e della Ricerca Scientifica, l’Ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede, il Prefetto e il Sindaco di Campobasso, come pure il Rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, il Presidente dell’Istituto Toniolo, il Preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia del Policlinico Gemelli e le altre Autorità accademiche. Un particolare pensiero rivolgo poi all’Arcivescovo di Campobasso, Monsignor Ettore Di Filippo. E con lui saluto cordialmente l’intera popolazione di Campobasso. Mi congratulo con voi per questa giornata un po’ rigida, ma piena di sole. Devo dire che venendo da Roma ho visto tante nuvole. Ma qui c’è un bel sole. È un buon segno.
Si può essere legittimamente orgogliosi di iniziative come questa. Il Centro che qui sta per sorgere sarà infatti in grado di offrire un’assistenza di elevata qualità scientifica e tecnologica, alla quale – ne siamo certi – non mancherà l’indispensabile “anima” capace di fare di una struttura altamente specializzata un’autentica casa di cura e di formazione sanitaria a dimensione umana.
2. Più ancora che per le sue caratteristiche tecniche, il progetto che oggi prende corpo intende distinguersi per alcuni criteri ispiratori. Prima di tutto, vorrei richiamarne la motivazione di fondo: questo Centro medico vuole essere al servizio dell’uomo, della persona del malato. L’Università Cattolica ha fatto di questa scelta di valore l’asse portante dell’intera sua attività scientifica e culturale. Ciò vale in modo specifico per la Facoltà di Medicina e Chirurgia e per il Policlinico “Agostino Gemelli”.
A questo proposito, la presente circostanza mi offre l’occasione di ribadire che la persona umana, con la dignità e i diritti che le sono propri, pur rivelandosi nelle sue funzioni, non si esaurisce in esse; radicalmente essa è costituita da quella identità ontologica, insieme spirituale e corporea, che ne fa un “soggetto”, nel quale i credenti riconoscono l’immagine di Dio. Esistono infatti nella vita delle fasi e condizioni nelle quali l’uomo e la donna non sono in grado di intendere, di volere e di operare autonomamente, ma non per questo essi cessano di essere persone.
Il Centro che qui nasce vuole porsi appunto al servizio della persona umana, colta nella sua verità integrale e nella concretezza delle sue situazioni esistenziali.
3. Meritano, poi, di essere sottolineati i criteri di metodo che hanno orientato l’ideazione e la progettazione del Centro: essi sono in qualche modo esemplari dal punto di vista della dottrina sociale cristiana.
Anzitutto, in base al principio di solidarietà, si è privilegiata una zona carente, come purtroppo tante altre aree del Meridione d’Italia, di strutture ospedaliere ad alta specializzazione. In secondo luogo, in linea col principio di sussidiarietà – che, mentre sollecita l’intervento dello Stato quando è necessario, stimola insieme la società civile ad una adeguata iniziativa –, la realizzazione del progetto è stata affidata all’Università Cattolica del Sacro Cuore, vale a dire ad una Istituzione non statale, ben nota per il servizio che rende all’intera comunità civile.
Affidiamo quest’incipiente opera e la sua futura attività alla protezione di San Giuseppe, di cui oggi ricorre la Festa, e della Madonna Addolorata, Patrona del Molise, nel cui Santuario di Castelpetroso mi recherò tra poco. Con tali auspici, volentieri imparto a voi qui presenti, come pure ai vostri cari, la Benedizione Apostolica, estendendola a quanti offrono il loro contributo affinché il Centro biomedico di Campobasso possa funzionare presto e bene.  
Alla fine della cerimonia di benedizione della prima pietra il Papa aggiunge brevi parole.
Mi congratulo con Campobasso per questa iniziativa e per questa giornata. Cerchiamo adesso di proseguire verso il santuario di Castelpetroso e poi, questo pomeriggio verso l’incontro con il mondo del lavoro del Molise. Anche io sono contento di venire nel Molise nel giorno dedicato a San Giuseppe. È vero è domenica, la III Domenica di Quaresima, ma è il 19 marzo cioè il giorno tanto legato a San Giuseppe, Patrono del lavoro e delle famiglie. Che sia sempre vicino alle vostre famiglie.

Sia lodato Gesù Cristo.

Inaugurazione del nuovo Centro ad alta tecnologia nelle Scienze Bioetiche a Campobasso, quinta sede dell’Università Cattolica del Sacro Cuore (28 novembre 2002)

<<55 mila metri quadrati: 6mila destinati alla Ricerca, 5mila alla Didattica. Stiamo parlando del nuovo Centro ad alta tecnologia nelle Scienze Bioetiche a Campobasso, quinta sede dell’Università Cattolica del Sacro Cuore (si aggiunge a quelle di Milano, Roma, Brescia e Piacenza-Cremona), inaugurato il 28 novembre 2002 alla presenza del Magnifico Rettore prof. Lorenzo Ornaghi, del presidente della Cei, Card. Camillo Ruini, del ministro della Salute Girolamo Sirchia, del direttore della sede di Roma e di Campobasso, dott. Antonio Cicchetti, del viceministro dell'istruzione, Guido Possa e del presidente della Regione Molise, Michele Iorio.
Storia di un'intuizione Nato su impulso della Regione Molise che, nel 1988, affidò all’Università Cattolica uno studio di fattibilità per la realizzazione di un polo di eccellenza per la ricerca biomedica, l’assistenza sanitaria e la formazione anche manageriale del personale sanitario, il progetto, approvato dal CIPE (Comitato interministeriale per la programmazione economica) il 30 maggio 1991, vide la luce nel 1995, quando Giovanni Paolo II pose la prima pietra alla presenza delle massime autorità accademiche e amministrative dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, delle autorità politiche e religiose del Molise, e degli allora Ministri dell’Università e della Sanità.
A partire dall’anno accademico ‘97-’98, la struttura ha attivato il diploma universitario in Scienze infermieristiche per preparare il personale; mentre da settembre sono stati aperti i primi servizi clinici di Radioterapia e Radiodiagnostica. Con l’avvio dell’anno accademico 2002/2003 è stato attivato il Corso di Laurea per tecnici di Radiologia medica, contestualmente ai primi laboratori di ricerca.
Attualmente sono in corso i lavori di completamento del 2° lotto. Obiettivo: l’assistenza sanitaria, la ricerca biomedica e la formazione. In campo assistenziale, il Centro di Campobasso nasce come polo di eccellenza per specialità oncologiche, per la cardiochirurgia e per la realizzazione di un centro protesi. Nel campo della ricerca scientifica, presso il Centro verranno attivate ricerche su materiali e sulle alte tecnologie nella chirurgia avanzata e attività di ricerca biomedica di base, clinica ed epidemiologica sull’interazione tra fattori genetici e ambientali nel rischio di malattie tumorali e cardiovascolari. Sono previsti moduli per la formazione dei medici e di altro personale operante nel Servizio Sanitario Nazionale in campo manageriale.
Verrà sviluppata l’attività di E.C.M. (educazione continua in medicina) con la realizzazione di un polo stabile per le tecniche avanzate in chirurgia destinato sia a medici sia a specializzandi. L’apertura del Centro biomedico: l'attenzione verso il Sud «La struttura di Campobasso - ha sottolineato il Rettore dell'ateneo, Lorenzo Ornaghi  sarà un polo di eccellenza nel panorama del Mezzogiorno grazie ai proficui legami con il Policlinico Gemelli e con la facoltà di Medicina. E' questa - ha continuato nel suo intervento - una di quelle giornate che, per la storia e la vita di un'istituzione, costituiscono un evento davvero memorabile perché rinnovano l'orgoglio della propria missione e sono stimolo ad osare anche le imprese più audaci». «Il frutto di una importante sinergia – così nell’omelia il card. Camillo Ruini ha definito il nuovo Centro - perché il progetto è stato perseguito con tenacia dalla Regione, dai vescovi, dall'Università Cattolica e dal Policlinico Gemelli, con il sostegno determinante del Governo.  L'obiettivo - ha continuato Ruini - è quello di rispondere ai bisogni dei molisani e delle regioni limitrofe per quanto riguarda le patologie oncologiche e cardiache. In questo modo si darà un contributo per limitare i viaggi della speranza dal Molise ma anche da alcune zone dell'Abruzzo, della Puglia per trovare cure di alto livello per le malattie cardiovascolari ed i tumori e, nel contempo, si offrirà al Molise l'opportunità di un qualificato sviluppo occupazionale e culturale. La Chiesa Italiana si rallegra di questo e assicura volentieri il suo sostegno. Perseguendo - come ha chiesto il Papa - lo sforzo costante di mettere l'uomo al centro della medicina. Solo così le cure saranno efficaci. Deve essere un impegno costante per tutti gli operatori della sanità.
Per l'Università Cattolica, poi, questo e' un impegno programmatico e i medici del Policlinico Gemelli di Roma, intendono muoversi in questa prospettiva di umanizzazione, che è pienamente attenta a tutti gli aspetti tecnici e scientifici, ma anche alla dimensione spirituale».
«Questo centro - ha spiegato inoltre Antonio Cicchetti, direttore del policlinico Gemelli, della sede romana della cattolica e del nuovo Centro - ha l'ambizione di diventare un volano culturale ed economico della Regione Molise, punto di riferimento a sevizio dei malati anche di altre regioni e polo di richiamo per ricercatori e studiosi italiani e stranieri. La scelta di realizzare questo centro a Campobasso - ha concluso il neodirettore - rappresenta, dunque, il vero valore aggiunto dell'iniziativa che si colloca nella linea della dottrina sociale cristiana, dimostrando con i fatti e con le opere l'attuazione dei principi di solidarietà e privilegiando una zona carente di strutture del Meridione d'Italia". L'inaugurazione della Cattolica nel Molise è stata salutata dal ministro Sirchia come "un grande evento". Per il titolare del dicastero della salute «si tratta di un evento che fa guadagnare al Paese spazi in avanti nel campo della ricerca e delle cure di alcune patologie importanti». Nel corso del suo intervento, rispondendo alle provocazioni dei giorni scorsi in materia di biogenetica, il ministro ha condannato con forza la clonazione, sia essa a scopo riproduttivo sia per fini terapeutici. «Bisogna dire chiaramente e affermarlo con le leggi – ha continuato - che la clonazione riproduttiva è un crimine contro l'umanità. La clonazione terapeutica non è migliore, perché non differisce sostanzialmente dalla prima. Non vedo – ha aggiunto - come si possa distinguere se non dialetticamente, queste due forme». Particolarmente soddisfatto della nascita del Centro biomedico il governatore del Molise, Michele Iorio ha invece sottolineato come la struttura «rappresenti per il Molise un elemento di qualificazione in cui si identifica la comunità in tutti i suoi valori'». Un Centro che, come sottolineato dal viceministro all'istruzione Guido Possa «garantisce una ricerca di alta qualità che dispone di un sistema di formazione 'eccellente', capace di formare professionisti di altissimo livello.
Le migliori energie scientifiche e professionali vengono qui indirizzate al servizio dell'uomo, dei suoi bisogni nei momenti di sofferenza, delle sue aspettative per una migliore qualità della vita: l'esempio – ha rimarcato Possa - va incoraggiato ed esteso su tutto il territorio nazionale».
Progetti di ricerca al via: Il Dna dei molisani, il loro stile di vita, le abitudini alimentari in Italia e in Belgio dove sono emigrati in massa, potranno diventare uno strumento per capire meglio come difendersi dai tumori e dalle malattie cardiovascolari. Due studi hanno lo scopo di individuare i fattori di rischio e quelli di protezione dalle due malattie che da sole causano il 75% delle morti.
Entrambi i lavori verranno sviluppati ed analizzati nel nuovo centro appena sorto a Campobasso. Ad annunciare l'impegno dei ricercatori è stato Giovanni De Gaetano, responsabile del programma di ricerca del Centro ad alta tecnologia della Cattolica.
Il primo studio, tutto italiano, partirà nei prossimi giorni ed è stato battezzato Moli-sani. Coinvolgerà 25 mila molisani volontari che verranno scelti a caso dalle liste degli assistiti dei medici di famiglia. Unico discriminante l'età: dovranno necessariamente avere dai 30 anni in su. La ricerca potrà essere confrontata con un'altra esperienza condotta da oltre 50 anni negli Stati Uniti. Gli abitanti di Framingham, una cittadina sulle coste dell'est, sottoposti da mezzo secolo a continui controlli per verificare il loro stato di salute e in che modo gli stili di vita incidono sulle malattie del cuore. Il Molise potrebbe così diventare la nuova Framingham e proprio qui gli studiosi analizzeranno come il consumo di alcuni prodotti tipici mediterranei, come l'olio d'oliva o il vino riesca, e che fino a che punto, a preservare la popolazione dal rischio di ammalarsi>>…

Da: www.cattolicanews.it

 

La Cattolica ricorda Mons. Ettore Di Filippo


In occasione del secondo anniversario della morte del compianto Mons. Ettore Di Filippo già Arcivescovo Metropolita di Campobasso Bojano, la Direzione di Sede dell'Università Cattolica del Molise ricorda con grande stima ed affetto l'eccellentissimo Pastore che  ha contribuito in modo determinante alla nascita del Centro di Ricerche e Formazione Giovanni Paolo II.
Valorizzando il lavoro già avviato dal Suo predecessore Mons. Santoro, con la veemenza e la forza che lo caratterizzava Egli, assieme a valenti uomini politici, seppe farsi interprete delle istanze del popolo molisano, è coltivò con passione  ed ardore il progetto di un presidio biomedico per la cura e ricerca della patologie tumorali e cardiovascolari a servizio di tutto il Centro Sud d'Italia, "un tempio della scienza e della solidarietà" com'egli stesso lo definì.
Prima Vescovo di Isernia Venafro poi Arcivescovo di Campobasso amò profondamente la terra molisana, prodigandosi affinché potesse crescere nell'amore di Dio, pastore attento e sensibile soprattutto alle esigenze dei più deboli, fu artefice di numerose opere di carità, promuovendo una pastorale attenta ai segni dei tempi. La devozione per Maria Santissima Madre di Dio lo spinse a promuovere un forte rilancio del Santuario dell'Addolorata di Castelpetroso affinché attraverso l'esempio di Maria, il popolo molisano potesse intraprendere un intenso percorso di santificazione.
Il suo Episcopato vide la presenza in Molise di Sua Santità Giovanni Paolo II,  che  il 19 marzo 1995 benedisse la prima pietra  del Centro della Cattolica di Campobasso, nel cuore di tutti sono impresse le parole  pronunciate quel giorno dal Pontefice  "questo Centro  sarà in grado di offrire un'assistenza di elevata qualità scientifica, alla quale non mancherà l'indispensabile "anima" capace di fare una struttura altamente specializzata un'autentica casa di cura e di formazione a dimensione  umana."
Questa parole sono oggi per tutti gli operatori della Cattolica la "via maestra da seguire".
Nel 1998, divenuto Arcivescovo emerito, si era trasferito a Montesanto, in provincia di Teramo, sua terra natale  dove ha continuato a servire il Signore, preziosa è stata la sua opera di rilancio e ricostruzione dell'Abbazia Benedettina di Montesanto dove  il 18 dicembre 2006 dopo una lunga malattia è ritornato alla casa del Padre.
Mons. Di Filippo sia soprattutto per i giovani un valido esempio da seguire, un uomo che ha vissuto  tutta la Sua vita nell'amore di Dio e dei Fratelli.

 

CASTELPETROSO 19 MARZO 1995 VISITA DI PAPA GIOVANNI PAOLO II

Quella del 19 marzo 1995 è una data indelebile per tutti i fedeli molisani e, in particolar modo, per il nostro Santuario poiché arriva pellegrino Sua Santità Giovanni Paolo II.
La giornata del Santo Padre inizia nella città di Campobasso, dove benedice la prima pietra del “Centro di ricerca e di formazione ad alta tecnologia nelle scienze biomediche” dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, prosegue a Castelpetroso, dove celebra la Santa Messa e termina nella cittadina di Agnone, dove assiste e benedice alla colata di una campana presso l’Antica Fonderia Pontificia Marinelli.
Il piazzale del Santuario era gremito di gente già dalle prime ore del mattino, tutti volevano un posto in prima fila per assistere alla Santa Messa celebrata dal Papa.
Per quest’occasione fu installato, nel piazzale sottostante il Tempio, un ampio palco collegato al Santuario da un viale formato da un tappeto verde ai cui lati erano state sistemate delle margherite gialle.
L’elicottero del Papa atterra sulla Statale, al bivio che porta al Sacro luogo e, da qui, sulla Papa mobile, percorre la strada tra due ali di folla. Arrivato sul piazzale, imbocca quello che da allora è denominato “Viale Giovanni Paolo II” e qui s’immerge in un mare di fedeli giunti da ogni parte del Molise e delle regioni vicine che urlano il suo nome sventolando migliaia di bandierine gialle e bianche.
Tra i numerosi fedeli era presente anche una delegazione polacca che il Papa saluta ricordando lo stretto legame esistente tra la sua Nazione e il Santuario. Infatti, fu proprio dalla Polonia, nel lontano 1891, che arrivò il primo pellegrinaggio estero e furono proprio i fedeli polacchi, in particolare di Cracovia, che con le loro offerte permisero la costruzione della prima cappella del Santuario.
Ed ecco, nel 1995, il primo Papa al Santuario, anch’egli di Cracovia.
La Santa Messa fu concelebrata, tra gli altri, da Mons. Ettore Di Filippo, Arcivescovo di Campobasso-Bojano, che aveva fortemente voluto questa giornata.
Dopo la Celebrazione, il Pontefice recita l’Angelus Domini ricordando la figura di San Giuseppe.
Prima di lasciare il Santuario il Papa si ferma a meditare dinanzi all’altare maggiore dove si trova il Simulacro della Vergine SS. Addolorata.

 


Qualche annotazione sulla storia di Castelpetroso

Il 12 marzo 1888, la Madonna apparve ad una pastorella del luogo, Bibiana, che era accompagnata dalla cugina Serafina, due contadine di Castelpetroso, che si erano attardate per le campagne alla ricerca di due pecorelle che si erano smarrite durante la giornata. Per le due povere contadine le due pecorelle costituivano gran parte delle loro scarse risorse: il danno era grave e perciò, incuranti dell’oscurità che via via si faceva più fitta e del cattivo tempo che continuava ad imperversare, proseguivano nella loro ricerca. Dopo molti infruttuosi tentativi non rimaneva loro che tornarsene meste e afflitte verso casa quando, a un tratto, il loro sguardo fu colpito da un vivo bagliore che attraversava la roccia. Si avvidero dell’esistenza di alcuni crepacci che fino ad allora non
avevano avvertito. Le contadine pensavano che dovesse trattarsi di qualche lampo e non diedero perciò a quel bagliore eccessivo peso. Continuarono nel loro cammino ma quel bagliore attraverso la roccia non cessava. In quell’istante dimenticarono le pecore e prese dalla curiosità si avvicinarono alla roccia. Più andavano avanti, più il bagliore diventava vivido. Camminavano cautamente perché avevano paura che si trattasse di briganti, ma non appena furono nei pressi del luogo da cui appariva il bagliore, rimasero sbalordite. Una visione apparve davanti ai loro occhi: la Vergine Maria teneva tra le braccia Gesù sanguinante.
Le due contadine imboccarono subito la via più breve e giunsero,trafelate, in paese a comunicare la notizia della visione che era apparsa loro in mezzo alla montagna. Tutta Castelpetroso si interessò al racconto delle due contadine. La notizia dell’apparizione si diffuse subito in Castelpetroso e man mano in tutti i paesi e regioni vicine, provocando l’affluire di folle di pellegrini commossi, diretti alla grotta di ‘Cesa tra Santi’.
Due anni dopo, il 28 settembre 1890 fu posta la prima pietra per la costruzione di una chiesa monumentale in onore della Madonna Addolorata ed il Gesù morto. Alla cerimonia erano presenti circa trentamila fedeli. Da ogni parte, soprattutto dagli emigrati d’America,cominciarono ad affluire le prime offerte. La costruzione veniva su bella, massiccia e maestosa, ma inghiottiva una grande quantità di soldi. Si andò avanti per un pezzo tra riprese, sospensioni e rallentamenti ma alla fine anche le difficoltà finanziarie furono superate e la costruzione giunse al termine, pur impiegando più di 80 anni, il Santuario si poté considerare finito e quindi consacrato il 21 settembre 1975. Intanto il 6 dicembre 1973, papa Paolo VI con un suo decreto, aveva proclamato la Vergine Addolorata di Castelpetroso, celeste Patrona
del Molise. La gente cominciò ad arrivare da ogni parte, le offerte ripresero ad affluire numerose e il Santuario poté essere sistemato adeguatamente.
Il giorno dell’inaugurazione fu memorabile. Si racconta che un giovane cadde dall’alto della rupe senza riportare nemmeno una contusione e che una grossa pietra cadde sulla testa di un altro giovane senza arrecargli alcun danno. Seguono, intanto, diverse apparizioni fino agli anni Cinquanta.
Il 19 marzo 1995 Papa Giovanni Paolo II, fece il suo viaggio in Molise e celebrò la messa nel Piazzale antistante al Santuario. A seguire sono riportate espressioni indimenticabili che il popolo molisano porterà scolpite nel cuore.
[...] É per me motivo di grande gioia trovarmi proprio oggi a Castelpetroso, in questo bell’ambiente, rigido ma bello e suggestivo, in questo bel santuario dell’Addolorata, proclamata patrona del Molise dal mio venerato predecessore, il servo di Dio Paolo VI.
Qui dove novant’anni or sono venne un gruppo di pellegrini dalla lontana Cracovia, giunge ora il figlio di quella città e della terra Polacca, che per un singolare vincolo di fede e di sofferenza lega alla Madre Addolorata.
Vorrei esortare ciascuno a rimanere fedele alle tradizioni cristiane di questa terra, con quel fervore che spinse i vostri padri a contribuire generosamente all’edificazione del Santuario, offrendo anche il rame per la copertura del tetto […]
[…] Carissimi fratelli e sorelle, sappiate che anche voi offrite al Signore le gioie e le fatiche quotidiane, in comunione con Cristo e per intercessione della Madre sua, qui venerata mentre presenta al Padre il Figlio immolato per la nostra salvezza. Sappiate offrire in particolare l’impegno per una profonda e fattiva unità: unità nelle parrocchie, unità particolarmente fra il clero. Mai il cuore di Maria debba addolorarsi per le divisioni dei suoi figli […].
“[…] Alle spalle dell’altare maggiore c’è un mosaico raffigurante S. Martino che divide il mantello con un povero e a lato ci sono i dipinti del maestro molisano Amedeo Trivisonno che rappresentano i sette dolori della Madonna. In questa chiesa Gesù porta solo la trave orizzontale secondo l’interpretazione storica. Sul suo corpo, inoltre, sono visibili i segni delle trentanove staffilate.

Santa messa davanti al santuario della Madonna Addolorata a Castelpetroso, 19 marzo 1995   
OMELIA DI  PAPA GIOVANNI PAOLO II -      
Festa di San Giuseppe

“Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe” (Es 3, 6).

1. La liturgia di questa III Domenica di Quaresima ci introduce  profondamente nel mistero dell’Alleanza di Dio con l’uomo. La prima  lettura, tratta dal Libro dell’Esodo, ci colloca nell’ambiente del deserto, simbolo tipico del tempo quaresimale, ed ha per protagonista Mosè. È il racconto del “roveto ardente”, uno tra i più suggestivi e ricchi di significato dell’intera Scrittura santa, capace di alimentare in ogni tempo la meditazione dei credenti. Dal misterioso roveto, che arde senza consumarsi,

2. Dio parla a Mosè: lo chiama, si fa conoscere a lui e lo incarica di condurre gli Israeliti fuori dall’Egitto. Infine, Dio rivela il proprio nome: “Io sono colui che sono – Jahvè – il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe” (cf. Es 3, 14-15).
Questo episodio, che ebbe luogo alle pendici del monte Oreb, “monte di Dio” (Es 3, 1), costituisce come un nuovo inizio dell’antica Alleanza di Dio col suo popolo. In conformità con l’annunzio dato a Mosè, Dio guiderà Israele fuori dall’Egitto, dalla condizione di schiavitù, per condurlo  attraverso il deserto nella Terra promessa. L’avvenimento dell’ Oreb introduce l’intera azione salvifica di Dio nei riguardi di Israele: essa culminerà nel Patto del Sinai, il cui contenuto sarà il Decalogo.“Tutte queste cose – avverte l’apostolo Paolo – ... sono state scritte per ammonimento nostro” (1 Cor 10, 11), affinché facciamo “opere degne della conversione” (Lc 3, 8) e non siamo come la pianta della parabola evangelica, sterile e priva di frutti (cf. Lc 13, 6-7). Infatti, “ogni albero che non porta buon frutto sarà tagliato e gettato nel fuoco” (Lc 3, 9; cf. Gv 15, 6).  
Il tempo di Quaresima che stiamo vivendo, carissimi Fratelli e Sorelle, dobbiamo intenderlo come una rinnovata offerta di Alleanza da parte di Dio, il quale è “buono e pietoso, lento all’ira e grande nell’amore”
(Salmo resp.). La grazia del Signore, la sua infinita misericordia ci impegna – come singoli e come comunità – a coltivare la “pianta” della vita spirituale, a “zapparvi attorno” con la penitenza, a “mettervi il concime” della parola di Dio, affinché “porti frutto per l’avvenire” (cf. Lc 13, 8-9).

3. Oggi, 19 marzo, la Chiesa venera San Giuseppe, Sposo della Beata Vergine Maria, anche se quest’anno la solennità liturgica verrà celebrata domani. È per me motivo di grande gioia trovarmi proprio oggi a  Castelpetroso, in questo bell’ambiente, rigido ma bello e suggestivo, in questo bel Santuario dell’Addolorata, proclamata Patrona del Molise dal  mio venerato predecessore, il servo di Dio Paolo VI. Qui, dove novant’anni or sono venne un gruppo di pellegrini dalla lontana Cracovia, giunge ora il Papa figlio di quella città e della terra polacca, che un singolare vincolo di fede e di sofferenza lega alla Madre Addolorata.
Vorrei rivolgere un saluto cordiale e riconoscente ai venerati    Fratelli Cardinali qui presenti, all’Arcivescovo Metropolita, Mons. Ettore Di Filippo, e agli altri Presuli della regione ecclesiastica Abruzzo-Molise e il Nunzio Apostolico in Italia Monsignor Colasuonno. Saluto i Prefetti di Campobasso e di Isernia, i Presidenti della Giunta e del Consiglio Regionale, il Sindaco di Castelpetroso e quelli di tutti i paesi della  Regione, oltre ai Parlamentari e agli Amministratori della Regione e delle  Provincie di Campobasso e d’Isernia, alle altre Autorità civili, militari della cultura e del lavoro che hanno voluto presenziare a questo rito.
Saluto abbracciando i miei fratelli Sacerdoti e i diaconi qui    convenuti, come pure quelli anziani e ammalati, che sono in questo momento uniti a noi nella preghiera. Saluto le Piccole Discepole di Gesù con le bambine del villaggio, i Frati Francescani e le Suore Francescane dell’Immacolata, che curano il servizio liturgico e pastorale nel Santuario.
Ringrazio quanti hanno collaborato alla preparazione e all’organizzazione dell’odierna mia Visita, e tutti voi, Religiosi, Religiose e laici, che prendete parte a questo significativo evento spirituale. Vorrei esortare  ciascuno a  rimanere fedele alle tradizioni cristiane di questa terra, con  quel fervore che spinse i vostri padri a contribuire generosamente  all’edificazione del Santuario, offrendo anche il rame per la copertura  del tetto.
Carissimi Fratelli e Sorelle, sappiate anche voi offrire al Signore le  gioie e le fatiche quotidiane, in comunione con Cristo e per intercessione della Madre sua, qui venerata mentre presenta al Padre il Figlio immolato per la nostra salvezza. Sappiate offrire in particolare l’impegno per una profonda e fattiva unità: unità nelle Comunità familiari, unità nelle  parrocchie, unità particolarmente fra il clero. Mai il cuore della Madre debba addolorarsi per le divisioni dei suoi figli!
Trovandomi poi vicino alla patria del mio venerato predecessore Celestino  V, di cui si è celebrato lo scorso anno il settimo centenario dell’elezione al Pontificato, invio un caro saluto alla Comunità diocesana di Isernia ed al suo Pastore, Mons. Andrea Gemma. Auspico di cuore che seguendo l’esempio di san Celestino, essa cresca nella fedeltà a Cristo e  nella testimonianza evangelica.

4. Il nostro sguardo non può quest’oggi non soffermarsi sulla figura  di  San Giuseppe. Egli si colloca sulla soglia della Nuova Alleanza, che Dio ha stretto con l’umanità in Gesù Cristo, Figlio di Maria. Di questa Alleanza la Chiesa celebrerà tra pochi giorni il vero e proprio inizio, cioè  l’Annunciazione. In questo mistero, nel quale la Vergine “piena di grazia” (Lc 1, 28), adombrata dallo Spirito Santo (cf. Lc 1, 35), pronuncia il suo “fiat” (Lc 1, 38), il Verbo si fa carne (cf. Gv 1, 14), il Figlio di Dio prende la natura umana nel grembo di Maria: inizia così la Nuova e definitiva Alleanza di Dio con l’uomo. In tale nuovo inizio, Giuseppe, promesso sposo di Maria, ha la sua parte.
A dissipare in lui il legittimo sconcerto dovuto alla scoperta che la sua sposa attende un figlio, giunge anche a lui da Dio un messaggio chiarificatore, che nel suo contenuto essenziale è simile all’annuncio a Maria. L’angelo del Signore gli dice: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in  lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt 1, 20-21).
La liturgia, pertanto, loda l’obbedienza della fede di cui sia Maria che Giuseppe han dato prova, un’obbedienza simile a quella dimostrata da parte di Abramo, “nostro padre nella fede” (Canone romano).

5. Ma cosa significa che Dio stringe alleanza con l’uomo? Come è possibile che ciò avvenga? È possibile perché Dio ha creato l’uomo a propria immagine e somiglianza. Diversamente da tutte le altre creature, l’essere umano è in grado di parlare con Dio. E Dio vuole che questo rapporto sia vissuto  nella forma del dialogo. Così, sin dal principio, Dio affida all’uomo l’intero mondo creato, dicendo: “Soggiogate la terra” (cf. Gen 1,28), ed istituisce con tali parole l’ordine del lavoro umano, inscritto nel disegno dell’Alleanza. Lavorando gli uomini sottomettono la terra, ricavano dalle realtà create sempre nuove risorse, indispensabili per  mantenere in vita loro stessi e le loro famiglie.
La Chiesa considera suo precipuo dovere annunziare il “vangelo del lavoro”, che costituisce un aspetto essenziale della sua dottrina sulla giustizia sociale. E qui possiamo ritornare al Libro dell’Esodo ed alla missione liberatrice affidata da Dio a Mosè. Si tratta infatti di una liberazione anche in senso sociale. L’ingiustizia che i figli e le figlie di Israele sperimentano consiste nello sfruttamento del loro lavoro, anche allo scopo di distoglierli dalla vita familiare e dal servizio di Dio. Il faraone ritiene che in questo modo cesseranno di essere pericolosi per  l’Egitto.
La strategia del faraone, di assoggettare mediante il lavoro, costituisce un significativo paradigma, entro il quale Mosè rappresenta quanti nel corso della storia non cessano di intraprendere la lotta per la giustizia sociale. Questa consiste per un aspetto essenziale nel riconoscimento della giusta dignità del lavoro umano e in un’equa remunerazione, grazie  alla quale il lavoratore possa mantenersi insieme con la propria famiglia.
D’altra parte, essa richiede anche adeguati interventi a favore  di coloro  che, pur non volendolo, si trovano nella precaria e avvilente situazione di disoccupati.  Il lavoro deve contribuire allo sviluppo dell’uomo e non al soffocamento servile della sua dignità. Questo è il postulato fondamentale del  “vangelo del lavoro”. Gesù, impegnato accanto a Giuseppe al banco di lavoro, proclama questo vangelo mediante la sua stessa vita nascosta a  Nazaret. La dottrina sociale cristiana e tutte le Encicliche sociali, cominciando dalla Rerum Novarum, rappresentano la manifestazione di tale “Sollicitudo rei socialis”, di quella sollecitudine per la giustizia sociale, che la Chiesa non si stanca di promuovere e di attuare annunziando il Vangelo dell’Alleanza di Dio con l’uomo. E questa tematica deve essere sempre riproposta nella giornata festiva di San Giuseppe.
Questo umile carpentiere di Nazaret, accanto a Gesù di Nazaret, rappresenta anche la problematica della giustizia sociale per tutti noi, per il mondo del lavoro e per la Chiesa.

6. Carissimi, da questo Santuario, espressione della fede di un popolo laborioso e tenace, affido alla Madre Addolorata le attese e le speranze dell’odierna società, in particolare le attese del mondo del lavoro. Colei che al Calvario è stata unita al Sacrificio redentore di Cristo, ottenga ai suoi figli di essere sempre fedeli al Dio dell’Alleanza. Ottenga di portare frutti abbondanti di giustizia e di pace, mangiando “lo stesso cibo spirituale” e bevendo “la stessa bevanda spirituale” di cui ci parla la liturgia di oggi. I nostri Padri – ricorda san Paolo – bevevano “da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era Cristo” (1 Cor 10, 4). Cristo resta la roccia alle cui acque beviamo anche noi.

Amen.



 

 

Il Papa ad Agnone


AGNONE 19 marzo 1995


 

Il 19 marzo 1995 Giovanni Paolo II visita per la seconda volta il Molise: Monte Vairano, il Santuario Mariano di Castelpetroso e infine Agnone,antica città artigiana.
Qui il Papa dimostra come l’accoglienza  ricevuta sia stata capace di toccare in profondità il suo cuore.



<<Grazie per i tanti doni e soprattutto per il dono di questa accoglienza con cuore aperto. Valeva la pena di venire qua. Valeva la pena per il Figlio di Dio. Per il Verbo Eterno, venire in questa terra, farsi uomo. Valeva la pena perché ho trovato accoglienza nella piccola cittadina di Betlemme, valeva la pena perché ho trovato accoglienza buona tra gli umili, tra i puri di cuore, tra i semplici.
Ecco, l’esperienza vissuta oggi in questa visita in Molise, è questa.
E volevo dirvi alla fine che questa è lezione evangelica che avete dato voi al vostro Papa.
Ringrazio San Giuseppe che mi ha portato qui. Ringrazio San Giuseppe che ci porta in tanti posti umili del mondo ed oggi per avermi portato qui. Queste sono le parole più importanti che il Papa rivolse alla cittadina di Agnone>>.


 

Prima di ripartire il Papa riceve dagli  agnonesi, per bocca del Sindaco,  una richiesta: “Sarebbe nostro grande desiderio poterle offrire in Roma  lo spettacolo della Ndocciata, manifestazione natalizia, sublime testimonianza religiosa dei nostri avi.”

Un sogno che nessuno osava sperare si potesse mai realizzare ma che l’8 dicembre 1996 tutto ciò si è realizzato in Piazza San Pietro.



La Ndocciata in Piazza San Pietro, Roma 8 dicembre 1996.


«Il 19 marzo 1995, in occasione della festa di San Giuseppe Artigiano, Giovanni Paolo II° visita il Molise per la seconda volta. A Monte Vairano (CB) pone la prima pietra di un centro di ricerca della Università Cattolica, mentre a Castelpetroso (IS) compie un pellegrinaggio al Santuario della Madonna Addolorata e infine Agnone. Qui la gioia spontanea di un mare di giovani e di gente in festa, unita al suono delle cento campane che suonavano a distesa, tocca in profondità il cuore del Papa.
“Grazie per questa accoglienza – dirà a braccio dopo il discorso ufficiale – Valeva la pena di venire qui valeva la pena perché ha trovato accoglienza nella cittadina piccola di Betlemme.
Le autorità locali e regionali avanzano per iscritto l’intenzione di svolgere la Ndocciata in San Pietro. Poco più di un mese di attesa, poi la grande notizia: “Sua Santità, memore della visita pastorale ad Agnone … ha accettato la data dell’8 dicembre prossimo …”.
Iniziano i preparativi e viene costituito un comitato organizzatore composto da volontari e rappresentanti delle numerose associazioni presenti nel paese.
Veniamo ora alla cronaca che ha interessato la storica giornata. La cittadina ferve di vita e di movimento, alle sei partono da Agnone e da tutto il Molise gli oltre 80 pullman che trasportano le migliaia di molisani che partecipano in veste di protagonisti o di spettatori alla Ndocciata.
San Pietro, verso le dieci del mattino, viene letteralmente invasa e i gruppi folkloristici inscenano uno spettacolo fra una miriade di colori, danze e suoni. Al termine dell’Angelus, il Papa ha salutato i fedeli con queste parole: “Vedo presenti nella piazza alcuni gruppi molisani con i loro costumi tradizionali. Dò il mio cordiale benvenuto in attesa dell’incontro di questa sera…”. Radio Vaticana trasmette in diretta la manifestazione. L’evento viene mandato in onda in diretta nazionale da Rai 3 Molise, e diffuso via satellite in Europa, mentre il giorno dopo viene diramato in Australia,  Canada e Stati Uniti.
Il sogno diventa realtà, il campanone di San Pietro, suonando a distesa, annuncia l’inizio della manifestazione. Contemporaneamente le cento campane di Agnone suonano a festa: in testa la campana maggiore  di Sant’Antonio. Si spengono le luci, i cuori palpitano, inizia lo “spettacolo.
Cominciano a sfilare i gruppi folkloristici (ciascuno di essi reca un dono da offrire al Santo Padre), seguono i cavalieri del tratturo, e quindi gli zampognari. La banda della Polizia esegue la Pastorale agnonese del Gamberale. Il grande corteo dedicato esclusivamente alle ndòcce si apre con i figuranti: donne, uomini e bambini in costume contadino, che recano lo stendardo delle varie contrade. Segue il grande fiume di fuoco, i portatori con le colossali ndòcce fiammeggianti, a formare un unico gruppo, eccezionalmente e in onore del Papa. In realtà, ad Agnone i cinque gruppi hanno fra di loro un rapporto di grande, tradizionale competizione.
Da via della Conciliazione, il corteo percorre piazza San Pietro in senso orario, fino a raggiungere il lato della piazza che guarda alla finestra del Pontefice, dove le ndòcce bruciano in un unico grande falò detto “della fratellanza”.
Queste le parole di saluto pronunciate dal Papa al termine della manifestazione:
«Carissimi Fratelli e Sorelle! Grazie per questo magnifico spettacolo; grazie per questo “Falò della fratellanza”! Ringrazio cordialmente e saluto le autorità civili della Regione Molise e del Comune di Agnone, i Responsabili delle Province di Campobasso e di Isernia, i sindaci dei Comuni molisani e gli organizzatori di questa speciale edizione dell’antichissimo rito della “ndocciata”, in occasione del 50° anniversario della mia Ordinazione sacerdotale.
Saluto anche voi, pastori e contadini, protagonisti di così stupenda manifestazione di fede e di cultura, che anticipa l’annuncio gioioso del Natale del Signore. I vostri padri, convertendosi alla fede cristiana, hanno trasformato l’antico rituale pagano del fuoco solstiziale, in accoglienza festosa di Gesù, Luce del mondo. Il fuoco, benefico elemento di purificazione e di vita per gli esseri viventi, è diventato così segno di Cristo che, liberandoci dal peccato, ci dona la risurrezione e la vita.
Le crepitanti fiaccole, splendendo nella notte, ricordano che è Cristo la vera luce che rischiara le tenebre del mondo. Recando sulle spalle le gigantesche torce di abete e formando quasi un fiume di fuoco per costruire il “Falò della fratellanza”, voi proclamate l’amore di Colui che è venuto a portare sulla terra il fuoco del Vangelo (cfr Lc 12,49).
Possa quest’antica tradizione, che oggi riviviamo qui, in Piazza San Pietro, cuore della Cristianità, amplificare il vostro desiderio di bene e confermarvi nel generoso impegno di vita cristiana, trasformando in annunciatori e testimoni della gioia e della novità del Natale.
Oggi, Solennità dell’Immacolata Concezione, vi affido tutti alla protezione della celeste Madre del Signore, e di cuore imparto a ciascuno, alle vostre famiglie, alla diletta Città di Agnone ed a tutti i molisani una speciale Benedizione Apostolica».

Alla fine della sfilata, in cerimonia privata, il Papa ha ricevuto in dono, la fire bell’s, la campana modellata dallo scultore della fonderia delle campane di Agnone Armando Marinelli, che reca scolpiti i pastori che portano a spalla le torce ardenti, lo stemma del Papa col motto “Totus Tuus”, l’immagine della cupola di San Pietro e la storica data dell’8 dicembre; e l’opera in bronzo, bagnata in argento e oro, che rappresenta un tipico portatore con la caratteristica cappa (il mantello) e 12 ndòcce sulle spalle, dell’artista agnonese Ruggiero Di Lollo.
Il ricordo di questa giornata indimenticabile è ben impresso sulle pagine dei giornali e nelle stupende immagini delle televisioni.

 

COMUNE DI AGNONE


Agnone è il cuore naturale dell'Alto Molise sia per la sua posizione baricentrica rispetto al territorio della Comunità Montana sia per il ruolo che ha svolto e che continua ad assolvere di sede dei principali servizi e di centro commerciale.
E stato in passato uno dei paesi più popolosi del Molise, oggi conta  poco più di 6000 abitanti.
Del fiorente artigianato della lavorazione della lana, dell'oro e dell'argento, del rame, della fabbricazione di orologi, della fusione delle campane sono sopravvissuti gli intarsiatori,l'artigianato del ferro battuto, del rame e della fusione del bronzo  (la Pontificia Fonderia Marinelli). Anche in altri rami di attività gli agnonesi si sono distinti in passato come con la costituzione della Società Elettrica del Verrino (1905) e la realizzazione della linea ferroviaria elettrica Agnone-Pietrabbondante-Pescolanciano (1915, poi distrutta durante il secondo conflitto mondiale).
Agnone, oggi, è famosa, per la lavorazione dei metalli (ferro e rame): la produzione di ferro battuto non si rivolge più contadini, tradizionali committenti di attrezzi agricoli come l’aratro, le falci, la zappa, ecc. ma si indirizza verso settori in espansione come quello degli oggetti ornamentali. La stessa evoluzione è avvenuta nel settore della manifattura in rame che viene battuto o martellato ed anche lavorato a sbalzo o cesellato. Quelle descritte sono già fasi di lavorazione successiva a quella avvenuta in  precedenza nelle due fonderie del rame che riforniscono le diverse botteghe, denominate laboratori, dove il rame grezzo viene rifinito.
Agnone è conosciuta soprattutto per l’attività della Pontificia Fonderia Marinelli che prosegue una gloriosa e millenaria tradizione di fonditori di campane in passato assai più numerosi (si contavano nel medioevo numerose famiglie dedite a quest’arte). Alla fusione della lega di bronzo, stagno e rame, sapienti ingredienti nella fabbricazione delle campane, si è aggiunto un altro campo di attività: quello della fusione in bronzo di porte, apparati decorativi, ecc.
È sicuramente interessante anche la visita alle botteghe artigiane;  iniziare dall’osservazione degli attrezzi per la lavorazione del rame (per la produzione di callare, cotturi, tine, ecc.) che sono essenzialmente il martello in legno di olivo, la forgia, il cavallo sul quale viene battuto il recipiente da modellare (da cui il termine cavallaro per designare questi artigiani che lavorano prevalentemente all'aperto, sull'uscio della bottega).
L’analisi della morfologia del luogo più che le labili testimonianze edilizie ci fanno supporre la collocazione dell’insediamento longobardo nei pressi della chiesa di S. Marco; se le successive fasi di espansione dell’abitato hanno progressivamente esteso l’agglomerato abitativo questa zona conserverà sempre le funzioni direzionali perché qui è probabilmente ubicato sia il castello che evolverà in palazzo baronale sia la chiesa madre, S. Marco, cioè le sedi dei due poteri, quello militare e quello ecclesiastico.
La città storica contiene numerosi motivi di richiamo per il visitatore attento che vanno dalle chiese ai palazzi nobiliari (casa Nuonno sec. XIV, casa Paoloantonio sec. XVII, casa Apollonio sec. XV, casa Bonanni sec. XV. casa Santangelo sec. XVI), alla struttura urbanistica (gli isolati costituiti da una cortina edilizia continua che racchiude al proprio interno orti e giardini), alla tipologia edilizia (la distribuzione planimetrica su 2 piani determinata dal lotto definito gotico cioè stretto e ludi tipo modulare), alla fitta presenza di elementi lapidei quali portali, cornici, medaglioni, ma anche episodi eccezionali come i leoni rampanti reggi scudo in aggetto, le formelle inserite nella muratura, i balconcini angolari, gli ingressi alle botteghe cosiddetti alla veneziana, ed alcuni luoghi come la ripa dalla quale si vede un ampio panorama, la piazza del Plebiscito, già piazza del Tomolo, nella quale confluiscono numerosi assi vìari. Vi sono resti archeologici in località Civitelle e in contrada S. Lorenzo (un cenobio benedettino).
Il rapporto fra Giovanni Paolo II e i titolari della millenaria Fonderia Marinelli ebbe inizio nel 1979 in Piazza San Pietro, giorno in cui Egli benedisse la "Campana dei 4 Papi" (Giovanni XXIII, Paolo  VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II) fusa ad Agnone. Il Papa portò con sé il bronzo nel suo primo viaggio in Polonia, compiuto di lì a pochi giorni, esprimendo il desiderio che fosse collocato all'interno della chiesa parrocchiale di Wadowice, accanto alla fonte che lo aveva visto ricevere il Battesimo.
«Fu l'inizio di un affetto e di un'attenzione reciproca che conoscerà da allora ad oggi solo momenti di crescita intensa. Come quello che vide a Termoli, nel 1983, la prima visita pastorale in terra molisana o ancora la realizzazione, fra le altre, di un'altra campana destinata questa volta al santuario della Madonna di Czestochowa, in occasione del 40° anniversario della sua ordinazione sacerdotale.

"Valeva la pena di venire qui..."

Il 19 marzo 1995, in occasione della festa di San Giuseppe  Artigiano, Giovanni Paolo II visita il Molise per la seconda volta.
A Monte Vairano (CB) pone la prima pietra di un centro di ricerca della Università Cattolica, mentre a Castelpetroso (IS) compie un pellegrinaggio al Santuario della Madonna Addolorata e infine  Agnone. Qui la gioia spontanea di un mare di giovani e di gente in festa, unita al suono delle cento campane che suonavano a distesa tocca in profondità il cuore del Papa. "Grazie per questa accoglienza e per i tanti doni che ho ricevuto - dirà a braccio dopo il discorso ufficiale - Valeva la pena di venire qui, valeva la pena per il figlio di Dio, per il Verbo Eterno venire in questa terra, farsi uomo; valeva la pena perché ha trovato accoglienza nella cittadina piccola di Betlemme, perché ha  incontrato accoglienza buona tra gli umili, tra i puri di cuore, tra i semplici. Ringrazio San Giuseppe di avermi portato qui..."
Prima di ripartire il Papa ha parole di incoraggiamento "Non arrendetevi di fronte ai gravi problemi del momento. Non rinunciate  a progettare il futuro" dice rivolgendosi agli artigiani ed ai lavoratori molisani.


 

2 Novembre 2005 - Papa Benedetto XVI benedice in Piazza S. Pietro la “Campana Eucaristica”. Presenti i fratelli Marinelli

 

 

 

IL FUTURO


6 giugno 2013 - Città del Vaticano
I fratelli Marinelli consegnano a Papa Francesco la campana “vox fidei

 

 

PAPA FRANCESCO


BIOGRAFIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

(266º papa della Chiesa cattolica, di cui 47 non italiani)

Il primo Papa giunto dalle Americhe è il gesuita argentino Jorge Mario Bergoglio, 76 anni, arcivescovo di Buenos Aires dal 1998. È una figura di spicco dell’intero continente e un pastore semplice e molto amato nella sua diocesi, che ha girato in lungo e in largo, anche in metropolitana e con gli autobus.
«La mia gente è povera e io sono uno di loro», ha detto una volta per spiegare la scelta di abitare in un appartamento e di prepararsi la cena da solo. Ai suoi preti ha sempre raccomandato misericordia, coraggio e porte aperte. La cosa peggiore che possa accadere nella Chiesa, ha spiegato in alcune circostanze, «è quella che de Lubac chiama mondanità spirituale», che significa «mettere al centro se stessi». E quando cita la giustizia sociale, invita a riprendere in mano il catechismo, i dieci comandamenti e le beatitudini. Nonostante il carattere schivo è divenuto un punto di riferimento per le sue prese di posizione durante la crisi economica che ha sconvolto il Paese nel 2001.
Nella capitale argentina nasce il 17 dicembre 1936, figlio di emigranti piemontesi: suo padre Mario fa il ragioniere, impiegato nelle ferrovie, mentre sua madre, Regina Sivori, si occupa della casa e dell’educazione dei cinque figli.
Diplomatosi come tecnico chimico, sceglie poi la strada del sacerdozio entrando nel seminario diocesano. L’11 marzo 1958 passa al noviziato della Compagnia di Gesù. Completa gli studi umanistici in Cile e nel 1963, tornato in Argentina, si laurea in filosofia al collegio San Giuseppe a San Miguel. Fra il 1964 e il 1965 è professore di letteratura e psicologia nel collegio dell’Immacolata di Santa Fé e nel 1966 insegna le stesse materie nel collegio del Salvatore a Buenos Aires. Dal 1967 al 1970 studia teologia laureandosi sempre al collegio San Giuseppe.
Il 13 dicembre 1969 è ordinato sacerdote dall’arcivescovo Ramón José Castellano. Prosegue quindi la preparazione tra il 1970 e il 1971 in Spagna, e il 22 aprile 1973 emette la professione perpetua nei gesuiti. Di nuovo in Argentina, è maestro di novizi a Villa Barilari a San Miguel, professore presso la facoltà di teologia, consultore della provincia della Compagnia di Gesù e rettore del Collegio.
Il 31 luglio 1973 viene eletto provinciale dei gesuiti dell’Argentina. Sei anni dopo riprende il lavoro nel campo universitario e, tra il 1980 e il 1986, è di nuovo rettore del collegio di San Giuseppe, oltre che parroco ancora a San Miguel. Nel marzo 1986 va in Germania per ultimare la tesi dottorale; quindi i superiori lo inviano nel collegio del Salvatore a Buenos Aires e poi nella chiesa della Compagnia nella città di Cordoba, come direttore spirituale e confessore.
È il cardinale Quarracino a volerlo come suo stretto collaboratore a Buenos Aires. Così il 20 maggio 1992 Giovanni Paolo II lo nomina vescovo titolare di Auca e ausiliare di Buenos Aires. Il 27 giugno riceve nella cattedrale l’ordinazione episcopale proprio dal cardinale. Come motto sceglie Miserando atque eligendo e nello stemma inserisce il cristogramma ihs, simbolo della Compagnia di Gesù. È subito nominato vicario episcopale della zona Flores e il 21 dicembre 1993 diviene vicario generale. Nessuna sorpresa dunque quando, il 3 giugno 1997, è promosso arcivescovo coadiutore di Buenos Aires. Passati neppure nove mesi, alla morte del cardinale Quarracino gli succede, il 28 febbraio 1998, come arcivescovo, primate di Argentina, ordinario per i fedeli di rito orientale residenti nel Paese, gran cancelliere dell’Università Cattolica.
Nel Concistoro del 21 febbraio 2001, Giovanni Paolo II lo crea cardinale, del titolo di san Roberto Bellarmino. Nell’ottobre 2001 è nominato relatore generale aggiunto alla decima assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi, dedicata al ministero episcopale. Intanto in America latina la sua figura diventa sempre più popolare. Nel 2002 declina la nomina a presidente della Conferenza episcopale argentina, ma tre anni dopo viene eletto e poi riconfermato per un altro triennio nel 2008. Intanto, nell’aprile 2005, partecipa al conclave in cui è eletto Benedetto XVI.
Come arcivescovo di Buenos Aires — tre milioni di abitanti — pensa a un progetto missionario incentrato sulla comunione e sull’evangelizzazione. Quattro gli obiettivi principali: comunità aperte e fraterne; protagonismo di un laicato consapevole; evangelizzazione rivolta a ogni abitante della città; assistenza ai poveri e ai malati. Invita preti e laici a lavorare insieme. Nel settembre 2009 lancia a livello nazionale la campagna di solidarietà per il bicentenario dell’indipendenza del Paese: duecento opere di carità da realizzare entro il 2016. E, in chiave continentale, nutre forti speranze sull’onda del messaggio della Conferenza di Aparecida nel 2007, fino a definirlo «l’Evangelii nuntiandi dell’America Latina».

Viene eletto Sommo Pontefice il 13 marzo 2013

 

Elezione Papa Francesco
Il neo - eletto Papa Francesco nella Cappella Sistina con i Cardinali

 

Il piacere di fare la conoscenza con Sua Santità Papa Francesco

 

 

Dopo solo un mese di Pontificato, Papa Francesco aveva già saputo costellare il suo modo di agire di importanti significativi segni ecumenici ad iniziare dalle parole con cui il Pontefice si è presentato sulla loggia delle Benedizioni definendosi ‘Vescovo di Roma’, ponendo in secondo piano l’importanza del Suo ministero, scegliendo di mettersi al servizio di noi tutti. Accattivante la semplicità con la quale ha esordito porgendo le sue semplici, garbate parole:
"Fratelli e sorelle, buonasera", ha detto il Papa appena affacciato dal loggione centrale di San Pietro di fronte alla folla in attesa. in una pausa della pioggia. "Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un vescovo a Roma. Sembra che i miei fratelli Cardinali siano andati a prenderlo alla fine del mondo...Vi ringrazio dell'accoglienza", ha detto Papa Francesco.
Ci siamo resi tutti conto che il titolo di ‘Vescovo di Roma’ va bene a tutti, luterani compresi. Anche il Suo nome Francesco è piaciuto al mondo intero perché, volutamente, evocando il Santo Vangelo, ha ritenuto di voler ricominciare dalla strada tracciata da San Francesco e Sant’Ignazio di Loyola.
Dopo la Sua elezione è come se un soffio di ritrovata amicizia tra noi e la Chiesa, un nuovo entusiasmo, uniti all’ opera dello Spirito Santo, ci spingano verso una rinnovata FEDE, mettendo in primo piano il bisogno che il nostro Papa ha delle nostre preghiere, ricordandoci che il Papa è ‘ immerso in Dio’, evidenziando anche il ruolo missionario della Chiesa che lo ha instaurato per il raggiungimento di quanti ne sono lontani.
Con la Sua decisione di nominare una rosa di otto Cardinali dei 5 Continenti, con il compito di consigliarlo nel governo della Chiesa, studiandone la riforma, ha dimostrato tutta la Sua umiltà.
Desidero riportare alcune sue espressioni in una riflessione mattutina al Santa Marta:

 

“La strada del Signore passa per la croce ma finisce nella Resurrezione”

venerdì 4 aprile 2014

Durante la riflessione mattutina in Casa Santa Marta, Papa Francesco ha parlato degli ultimigiorni del Signore, del Suo attendere il compimento delle Scritture, facendo notare come il martirio di Gesù, costretto a nascondersi dalla persecuzione continui a ripetersi ancora oggi nell’esperienza di tanti cristiani che non possono pregare insieme, pena la morte o il carcere.
Già più volte il Pontefice ha fatto notare come l’annuncio del Vangelo sia un qualcosa che dà fastidio al principe di questo mondo così come alle strutture gerarchiche esistenti. Questo oggi. quanto allora. Tanto è che fin dalla prima predicazione di Gesù vediamo come il suo annuncio venga osteggiato, attaccando la persona di Cristo.
“Gesù è perseguitato dall’inizio: ricordiamo quando all’inizio della sua predicazione torna al suo paese, va alla sinagoga e predica – ha infatti detto Papa Bergoglio nel corso dell’omelia – subito, dopo una grande ammirazione, incominciano: Ma questo noi sappiamo di dove è. Questo è uno di noi. Ma con che autorità viene a insegnarci? Dove ha studiato?’. Lo squalificano!“
Questo tentativo di squalificare la persona di Cristo continua per tutto il periodo in cui Gesù fu in vita e anche dopo la sua morte: si tratta di “squalificare il Signore, squalificare il profeta per togliere l’autorità“! E questo squalificare talvolta è venuto, nel corso dei secoli, anche dalla stessa Chiesa – ha sottolineato il Pontefice – la quale non è immune dalle tentazioni del principe di questo mondo ma per fortuna sa anche pentirsi. “Coloro che lo Spirito Santo sceglie per dire la verità al Popolo di Dio – ha quindi soggiunto Papa Francesco – soffrono persecuzioni” tanto che “forse ci sono tanti o più martiri adesso che nei primi tempi” ha aggiunto il Vescovo di Roma “perché a questa società un po’ tranquilla, a questa società mondana che non vuole i problemi, dicono la verità, annunziano Gesù Cristo“.
Così, anche oggi, in molte parti del mondo “c’è la pena di morte o il carcere per avere il Vangelo a casa, per insegnare il Catechismo … mi diceva un cattolico di questi Paesi che loro non possono pregare insieme. - ha quindi spiegato Bergoglio - È vietato! Soltanto si può pregare soli e nascosti. Ma loro vogliono celebrare l’Eucaristia e come fanno?”
Come Gesù, che i Vangeli ci descrivono costretto a nascondersi in attesa che le Scritture si compissero, anche i cattolici oggi devono nascondersi. In questi paesi, dove l’annuncio del Vangelo non è possibile, essi “fanno una festa di compleanno, fanno finta di celebrare il compleanno e lì fanno l’Eucaristia, prima della festa. E – è successo! - ha quindi concluso il Santo Padre - quando vedono che arrivano i poliziotti, subito nascondono tutto e ‘Felicità, felicità. Tanti auguri!’ e continuano con la festa. Poi, quando se ne vanno, finiscono l’Eucaristia. Così devono fare, perché è vietato pregare insieme. Oggi!“.

 

Papa Francesco si serve di TWITTER per l’ invio dei suoi messaggi apostolici, coinvolgendo così un numero maggiore di credenti.

Vi riporto quelli che maggiormente mi hanno colpito:

*A volte noi scartiamo gli anziani, ma loro sono un tesoro prezioso: scartarli è ingiusto ed è una perdita irreparabile.
*Non c’è mai motivo per perdere la speranza. Gesù dice: “Sono con voi fino alla fine del mondo”.
*C’è tanta indifferenza davanti alla sofferenza. Questa indifferenza va contrastata con atti concreti di carità.
*Preghiamo per le comunità cristiane del Medio Oriente, perché continuino a vivere là dove il cristianesimo ha le sue origini.
*Quanto vorrei vedere tutti con un lavoro decente! È una cosa essenziale per la dignità umana.
*Non c’è mai motivo per perdere la speranza. Gesù dice: “Sono con voi fino alla fine del mondo”.
*Il Signore benedica la famiglia e la faccia forte in questo momento di crisi.
*C’è il rischio di dimenticare le sofferenze che non ci toccano da vicino. Reagiamo, e preghiamo per la pace in Siria
*Non facciamo resistenza allo Spirito Santo, siamo docili alla sua azione che rinnova noi, la Chiesa e il mondo.
*Auguro a tutti uno splendido Mondiale di Calcio, giocato con spirito di vera fraternità.
*Preghiamo per tutte le vittime di violenza sessuale in situazioni di conflitto e per coloro che combattono tale crimine.
*Non sparliamo degli altri alle spalle, ma diciamo loro apertamente ciò che pensiamo.
*Oggi chiedo a tutte le persone di buona volontà di unirsi a noi nella preghiera per la pace in Medio Oriente.
*La preghiera può tutto. Utilizziamola per portare pace al Medio Oriente e al mondo intero.
*La pace è un dono di Dio, ma richiede il nostro impegno. Cerchiamo di essere gente di pace nelle preghiere e nei fatti.
*Come il Buon Samaritano, non vergogniamoci di toccare le ferite di chi soffre, ma cerchiamo di guarirle con amore concreto.
*Grazie a tutti gli insegnanti: educare è una missione importante, che avvicina tanti giovani al bene, al bello, al vero.
*A volte ci chiudiamo in noi stessi… Signore, aiutaci ad uscire verso gli altri, a servire i più deboli.
*Nei momenti difficili della vita, il cristiano trova rifugio sotto il manto della Madre di Dio.
*Ogni cristiano, nel posto di lavoro, può dare testimonianza, con le parole e prima ancora con una vita onesta.
*Entriamo in profonda amicizia con Gesù, così potremo seguirlo da vicino e vivere con Lui e per Lui.
*Cari amici, vi chiedo di accompagnarmi con le vostre preghiere nel mio pellegrinaggio in Terra Santa.
*Vivere con fede vuole dire mettere tutta la nostra vita nelle mani di Dio, specialmente nei momenti difficili.
*Nessuna anima che si lascia guidare da Dio rimane delusa o perde la strada.
*Vieni, Santo Spirito! Aiutaci a superare il nostro egoismo.
*Uno che ascolta attentamente la Parola di Dio e prega davvero, chiede sempre al Signore: qual è la tua volontà per me?
*Il mese di maggio, dedicato a Maria, è un tempo opportuno per cominciare a recitare il Rosario ogni giorno.
*Il nostro obbiettivo come cristiani: conformarci sempre più a Gesù, come modello del nostro comportamento.
*Chiediamo allo Spirito Santo la grazia di fare scelte concrete nella nostra vita secondo la logica di Gesù e del suo Vangelo.
*Uniamoci tutti nella preghiera per l’immediato rilascio delle liceali rapite in Nigeria.
*Una società che abbandona i bambini e gli anziani recide le sue radici e oscura il suo futuro.
*Una famiglia illuminata dal Vangelo è una scuola di vita cristiana. Lì si impara fedeltà, pazienza e sacrificio
*La santità richiede il donarsi con sacrificio ogni giorno; per questo il matrimonio è una via maestra per diventare santi.
*Leggiamo il Vangelo, un po’ ogni giorno. Così impareremo a vivere l’essenziale: l’amore e la misericordia.
*La nostra vita è stata salvata dal sangue di Cristo. Lasciamoci sempre rinnovare da questo amore.
*Vivere con fede vuole dire mettere tutta la nostra vita nelle mani di Dio, specialmente nei momenti difficili.
*Nella famiglia si impara ad amare e a riconoscere la dignità di ogni persona, specialmente di quella più debole.
*Non avere paura, spalanca le porte a Cristo!
*Cosa vuol dire evangelizzare? Testimoniare con gioia e semplicità quello che siamo e ciò in cui crediamo.
*Chiedo a quanti hanno responsabilità politica di non dimenticare due cose: la dignità umana e il bene comune.
*Chi di noi può presumere di non essere peccatore? Nessuno. Chiediamo perdono a Dio dei nostri peccati.
*L’iniquità è la radice dei mali sociali.
*Non dobbiamo mai lasciarci intrappolare dal vortice del pessimismo.
*La fede sposta le montagne!
*Ogni incontro con Gesù ci riempie di gioia, quella gioia profonda che solo Dio ci può dare.
*Com’è dolce stare davanti al Crocifisso, semplicemente rimanere sotto lo sguardo pieno d’amore del Signore!
*Solo la fiducia in Dio può trasformare il dubbio in certezza, il male in bene, la notte in alba radiosa.
*Nel Vangelo possiamo ascoltare ogni giorno Gesù che ci parla: portiamo sempre con noi un piccolo Vangelo!
*Non possiamo abituarci alle situazioni di degrado e di miseria che ci circondano. Un cristiano deve reagire.
*Viviamo in una società che esclude Dio dall’orizzonte; e questo, giorno per giorno, narcotizza il cuore.
*Non possiamo essere discepoli tiepidi. La Chiesa ha bisogno del nostro coraggio per dare testimonianza alla verità.
*Gesù non è mai lontano da noi peccatori. Lui vuole riversare su di noi, senza misura, tutta la sua misericordia.
*La malattia e la morte non sono dei tabù. Sono realtà che dobbiamo affrontare alla presenza di Gesù.
*Cari genitori, insegnate ai vostri figli a pregare. Pregate con loro.
*La sfida degli sposi cristiani: stare insieme, sapersi amare per sempre, e fare in modo che l’amore cresca.
*Preghiamo per i cristiani vittime di persecuzione, perché sappiano reagire al male con il bene.

 

La Diocesi di Campobasso - Bojano è stata coinvolta dal Santo Padre in due importanti iniziative:


•   PAX CRHISTI 2013;
•   VIA CRUCIS 2014.


PAX  CRHISTI
“Costruttori di pace” in cammino a Campobasso il 31 dicembre 2013.


 

"Fraternità, fondamento e via per la pace".
Questo è il tema della 47a Giornata Mondiale per la Pace, la prima di Papa Francesco.
La Giornata mondiale della Pace è stata voluta da Paolo VI e viene celebrata il primo giorno di ogni anno. Il Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace viene inviato alle Chiese particolari e alle cancellerie di tutto il mondo, per richiamare il valore essenziale della pace e la necessità di operare instancabilmente per conseguirla.
Papa Francesco ha scelto come tema del suo primo Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace la fraternità. Sin dall’inizio del suo ministero di vescovo di Roma, il Papa ha sottolineato l’importanza di superare una «cultura dello scarto» e di promuovere la «cultura dell’incontro», per camminare verso la realizzazione di un mondo più giusto e pacifico.
La fraternità è una dote che ogni uomo e donna reca con sé in quanto essere umano, figlio di uno stesso Padre. Davanti ai molteplici drammi che colpiscono la famiglia dei popoli – povertà, fame, sottosviluppo, conflitti, migrazioni, inquinamenti, disuguaglianza, ingiustizia, criminalità organizzata, fondamentalismi -, la fraternità è fondamento e via per la pace.
La cultura del benessere fa perdere il senso della responsabilità e della relazione fraterna. Gli altri, anziché nostri «simili», appaiono antagonisti o nemici e sono spesso «cosificati». Non è raro che i poveri e i bisognosi siano considerati un «fardello», un impedimento allo sviluppo. Tutt’al più sono oggetto di aiuto assistenzialistico o compassionevole. Non sono visti cioè come fratelli, chiamati a condividere i doni del creato, i beni del progresso e della cultura, a partecipare alla stessa mensa della vita in pienezza, ad essere protagonisti dello sviluppo integrale ed inclusivo.
La fraternità, dono e impegno che viene da Dio Padre, sollecita all’impegno di essere solidali contro le diseguaglianze e la povertà che indeboliscono il vivere sociale, a prendersi cura di ogni persona, specie del più piccolo ed indifeso, ad amarla come se stessi, con il cuore stesso di Gesù Cristo.

Questo il messaggio di Mons. Giancarlo Maria Bregantini:
“Per la nostra comunità diocesana è stato un evento impegnativo, ma fecondo. Ci ha stimolato, ci ha aiutato a crescere, a superare le nostre lentezze, per aprirci ad una dinamica fattiva e che lascerà un segno forte nel cuore della nostra gente. Per questo benedico il Signore, di tutto. Ringrazio come ente promotore la CEI nell’Ufficio Pastorale del Lavoro, giustizia e pace; l’AZIONE CATTOLICA che ha avuto un ruolo importante; ravvivo la nostra stima per Pax Christi, che ha svolto qui il suo annuale solido convegno nazionale chiedendole sempre di mantenere questo ruolo di stimolo a tutta la chiesa italiana e locale; sempre; benedico la Caritas, che ha posto come segno continuativo di questo evento l’apertura della Mensa degli Angeli custodi, per ogni povero e fragile che chiede dignità e pace. Colgo l’occasione di ringraziare vivamente tutta la mia Curia diocesana, che ha portato con me, insieme al nutrito comitato organizzativo, tutto il peso dell’evento, così ben pubblicizzato dagli organi di informazione, locali e nazionali, che ringrazio della loro costante attenzione e presenza, con SAT 2000, che manda in onda questa celebrazione eucaristica. Tramite questo mezzo, saluto tutti coloro che si sono messi in ascolto della nostra messa, con l’affetto di chi intreccia cuori e volti ben noti, che ci seguono da lontano, anche con la preghiera e l’intercessione reciproca”.

Consolato Regionale Maestri Lavoro Molise

 

 

“Il velo del tempio è squarciato. Finalmente vediamo il volto del nostro Signore. E conosciamo in pienezza il suo nome: misericordia e fedeltà, per non restare mai confusi, nemmeno davanti alla morte. Non più la disperazione del nulla. Ma fiducia piena nelle sue mani di Padre, l’adagiarsi nel suo cuore.

”Provincia Romana dei Padri Carmelitani Scalzi - Fra Immacolato Aldo Brienza.
I testi della Via Crucis di quest'anno al Colosseo sotto l'ispirazione di fra Immacolato.

I  testi delle meditazioni sulle stazioni della Via Crucis del Venerdì Santo al Colosseo sono preparati quest’anno – per incarico del Santo Padre Francesco – da S. E. Mons. Giancarlo Maria Bregantini, C. S. S., Arcivescovo di Campobasso-Boiano.

Lo schema seguito è quello classico tradizionale con XIV Stazioni.      
“E’ una commozione per me e per tutta la diocesi di Campobasso – Bojano, per la città di Campobasso e per il Molise , per i molisani nel Mondo e per tutte le Nazioni del Mondo, la notizia già diffusa dalla stampa sull’ufficialità delle meditazioni della Via Crucis del Venerdì Santo al Colosseo, per incarico del Santo Padre, Papa Francesco. A Lui che mi ha dato fiducia, a Dio che mi ha guidato nella stesura e a due volti santi che guidano la mia esperienza spirituale e di Pastore: fra Immacolato Brienza di Campobasso– Carmelitano scalzo – e san Gaspare Bertone – fondatore del mio ordine di Stimmatini. Di fra Immacolato di cui ricorre il 13 Aprile il 25° anniversario della sua salita al Cielo mi ha ispirato il suo Calvario dentro un letto, la riscoperta della sofferenza e le sue via crucis quotidiane, suggeritemi da don Fabio Di Tommaso, postulatore di fra Immacolato; di san Gaspare, la vivacità spirituale e umana che ha guidato da sempre il mio cammino di sacerdote prima e vescovo dopo.
I loro volti unitamente alla Vergine Addolorata di Castelpetroso, patrona del Molise, completano la mia missione alla Sequela di Cristo”.


 

 

PAPA FRANCESCO IN MOLISE

Papa Francesco visiterà il Molise sabato 5 luglio 2014.
Leit motiv: ‘Non lasciatevi rubare la speranza’


UN DONO DI GIOIA


1983.1995.2014. Tre date storiche per il Molise, tre date che ci ricordano le visite di un papa in una terra piccola ma dalla profonda religiosità. Per la terza volta nel giro di trent'anni la regione dal cuore verde accoglie, nel suo abbraccio caloroso, un pontefice. La patria di Celestino V, Pietro del Morrone.
Il Papa semplice e umile, vive nuovamente l'esperienza di fede più importante per il suo percorso spirituale. La visita in Molise ha riempito di gioia pura lo spirito dei fedeli e non della regione, che hanno visto accolto l'invito rivolto a Francesco, il papa della "periferia". Il Molise, terra di periferia, che nel corso degli anni ha conosciuto il fenomeno dello spopolamento causato dalle emigrazioni racconta, in parte, la stessa storia di Padre Bergoglio, figlio di migranti e oggi prossimo ai migranti di tutta la terra.
E in Pietro del Morrone, l'eremita che amava la natura e, soprattutto, la semplicità, possiamo rispecchiare la figura di questo uomo degli umili e dei semplici che, come l'eremita del Molise, lotta per il ritorno ad una chiesa degli umili, lontana dalle "corti" e dallo "sfarzo". Il cristianesimo vissuto come impegno testimoniale nella missionarietà è il tratto distintivo di questo papato che sta scuotendo una Chiesa a volte sonnacchiosa e lontana dalla "strada".
Un segno di vicinanza a chi è periferia? Di certo un messaggio che il Molise accoglierà con profondo sentimento di Fede. E' veramente un anno di grazia straordinaria, seminata con cura e con amore dal Pastore dell’Arcidiocesi di Campobasso Bojano, padre Giancarlo. Campobasso Città della Pace, della speranza, accoglierà con un calore mai visto, come nelle precedenti visite, il Pastore della cristianità.
L'annuncio della visita in Molise è echeggiato rapidamente, amplificato con gioia dai media. Un appuntamento che coinvolgerà non solo la regione ma tanti fedeli che accorreranno dalle terre vicine, in un pellegrinaggio spirituale che, ci auguriamo, troverà pronta la logistica che si deve approntare. Al di là dell'euforia del momento si tratterà di pianificare un evento "storico", che deve vedere il necessario impegno di tutti per il perfetto coordinamento della manifestazione. A livello organizzativo si tratterà di garantire servizi di logistica e di accoglienza. Dal punto di vista spirituale le diocesi continueranno il cammino di spiritualità iniziato e rinsaldato nell'anno della fede.  Il 19 Marzo 1983 per la prima volta un papa, se escludiamo Celestino V, giungeva in Molise, precisamente a Termoli, per lanciare un incisivo messaggio di riscatto nel giorno dedicato ai lavoratori.
Nel 1995, sempre il 19 marzo, Giovanni Paolo II tornava in Molise per porre la prima pietra del Centro di alta Specializzazione dell'Università Cattolica per poi spostarsi al Santuario dell'Addolorata di Castelpetroso ed infine ad Agnone. Fu definito dall'allora arcivescovo Di Filippo un "triangolo della provvidenza": la Salute, la Sofferenza, il Lavoro. Papa Bergoglio giunge in Molise mentre la Cattolica vive un momento difficilissimo e il mondo del lavoro è allo stremo. Dobbiamo augurarci che questo papa scuota una situazione asfittica in cui versa una delle eccellenze molisane? Certamente il soffio della provvidenza continua a soffiare e non si cura delle tante ipocrisie dell'uomo. Mentre iniziano i preparativi per questo evento straordinario noi ci affidiamo allo Spirito che ha voluto portare nella terra molisana un altro uomo ispirato da Dio per poter offrire nuovi elementi di riflessione spirituale ma anche civile e sociale.
Se rileggiamo le riflessioni di Giovanni Paolo II in Molise vi rinveniamo profonde indicazioni spirituali che non sono state pienamente ascoltate dalle comunità.
La provvidenza offre a questo piccolo popolo una nuova occasione per rinforzarsi nella fede e nella riscoperta di valori civili a volte dimenticati. Vorrei anche sottolineare un altro intervento dello spirito.
Nel periodo estivo tornano in Molise tantissimi figli emigrati all'estero. Ci auguriamo che abbiano un posto di privilegio nella visita del Santo Padre, perché sono stati loro, con immenso sacrificio, a rendere "belle" le chiese e, anche, l'economia del Molise.


Arcidiocesi di Campobasso –Bojano
Ufficio Stampa e Informazione
Intervista a S. E. Mons GianCarlo Bregantini dopo l’ufficialità della Santa Sede sulla visita di papa Francesco in Molise


NEWS PAPA FRANCESCO


Papa Francesco in Molise, è ufficiale   
Sabato, 05 Aprile 2014   Scritto da  Redazione


Diciannove anni dopo la visita dell'ultimo Pontefice, Giovanni Paolo II, il Santo Padre torna a far visita in regione: appuntamento da non perdere il 5 luglio. Grande la gioia del mondo politico ed ecclesiastico


CAMPOBASSO-ISERNIA. E' notizia ufficiale della sala stampa vaticana che Papa Francesco visiterà il Molise il  prossimo 5 luglio. Lo rende noto l'arcivescovo di Campobasso-Bojano, monsignor GianCarlo Bregantini, che con immensa gioia spiega come il Pontefice sarà ospite nella mattinata a Campobasso, nel pomeriggio a Isernia. Il programma dettagliato sarà concordato in seguito. "Già fin d'ora ringraziamo Papa Franceco per aver scelto di farci questo dono - dichiara padre GianCarlo - Egli viene a confermare la nostra fede, a ravvivare il nostro entusiasmo, a rafforzare la nostra unità come popolo del Molise.
Ci prepariamo ad accoglierlo con entusiasmo, quell'entusiasmo stesso che egli ha saputo darci in ogni nostro precedente incontro con la sua straordinaria figura.
Il cammino di preparazione lo concorderemo tutti insieme, perché divenga, alla luce di Pasqua, un momento di attesa risurrezione per le nostre comunità.
Chiediamo a tutti di pregare perché sia un evento di fortissima valenza pastorale, affidando Papa Francesco alla Vergine Maria Addolorata patrona del Molise e ai nostri santi Patroni, San Pietro Celestino e San Bartolomeo".
L'annuncio è stato accolto con grande orgoglio da monsignor Claudio Palumbo, vicario vescovile e delegato ad omnia della diocesi di Isernia-Venafro, che ha reso noto un comunicato dell'amministratore apostolico Salvatore Visco. "Un dono che il Santo Padre ha voluto farci - si legge nella nota stampa - scegliendo la nostra Chiesa locale nella sua visita in Molise. Il successore dell'Apostolo Pietro viene per confermarci nella fede cattolica ed esortarci a vivere sempre meglio la nostra vocazione cristiana con una testimonianza generosa e trasparente. Ci prepareremo con impegno e lo accoglieremo con l'entusiasmo che ci è proprio".
Anche il presidente della Regione Paolo Frattura ha voluto esprimere la propria felicità per l'eccezionale visita: "Il sogno che abbiamo coltivato dal momento in cui ha salutato il mondo dalla finestra su Piazza San Pietro oggi è realtà - ha dichiarato il governatore - La straordinaria grandezza di Sua Santità benedice il nostro Molise. Una gioia immensa che trasforma questa giornata in una giornata di festa collettiva. La festa di tutti noi molisani. Accogliamo con una felicità assoluta l'annuncio ufficiale della Santa Sede per la visita di Papa Francesco nella nostra terra. Il prossimo 5 luglio avremo l'onore di ospitare il nostro amatissimo Pontefice. Non ci sono parole per esprimere il sentimento di gratitudine per l'attenzione che il Santo Padre testimonia, ancora una volta, con la sua semplicità meravigliosa, che nel Vangelo trova l'esempio e la forza, al nostro piccolo Molise. La sua visita è per noi il segnale di amore e vicinanza a una terra silenziosa, umile, troppo spesso ai margini della considerazione generale. Da Papa Francesco il gesto di fratellanza più alta che tutti noi molisani attendevamo con discrezione e devozione. La sua visita ci impone da subito un impegno di programmazione serio, che dovrà essere rispondente alla straordinarietà dell'evento. Tutti insieme saremo capaci di offrire la più calda e affettuosa accoglienza al Papa e alle migliaia di fedeli che per l'occasione arriveranno qui da noi. Siamo pronti. Siamo pronti come Regione - ha aggiunto Frattura - a condividere un percorso tanto importante con le nostre Diocesi ,perché il 5 luglio sia davvero una giornata da ricordare.
Il 5 luglio appartiene già da ora alla storia più bella del nostro Molise. La Chiesa molisana, con i suoi Vescovi, ha condotto una missione unica. La presenza di Papa Francesco nelle nostre città è l'immenso dono che alleggerisce le gravi difficoltà del momento. Che offre a tutti noi, fin da adesso, la possibilità di guardare avanti, rinnovando l'indispensabile sorriso della speranza che Papa Francesco ci regala ogni giorno. Grazie, Santità".

Da: Isernia/News

Papa Francesco. Il 5 luglio in visita a Campobasso, Castelpetroso e Isernia

in News su Papa Francesco 10 giugno 2014

Mons. Bregantini, arcivescovo di Campobasso-Boiano: “L’elemento fondativo spirituale di questa visita Pastorale è quello di sentirci confermati nella Fede”
Il Molise si prepara ad accogliere la visita di Papa Francesco: un evento a dir poco unico per la piccola realtà ecclesiale con cui la nostra Diocesi confina: un motivo in più per pregare per questo evento e – perchè no – tentare di parteciparvi, ognuno come può.
In realtà l’Arcidiocesi di Campobasso-Boiano di cui è vescovo Mons. Giancarlo Bregantini aveva fatto richiesta della visita del Papa già nel 2011, ai tempi di Benedetto XVI, il quale però aveva già ridotto il numero dei suoi spostamenti. Adesso invece la pronta ed immediata risposta di Francesco che non ha lasciato cadere la proposta fatta da questa Diocesi.
“Quella del viaggio di papa Francesco in Molise – spiega lo stesso Bregantini – non ce l’aspettavamo pur avendolo chiesto a papa Benedetto XVI e lui era già disposto. Questa decisionalità che lui ha manifestato in poche settimane ci ha sorpreso. E’ vero che noi abbiamo chiesto sin dal 2011 che il papa venisse in Molise ma possiamo dire che questa volta lui ci ha scelti e ci ha dato questa fiducia di dire “vengo a trovarvi, vengo a trovare Campobasso, vengo a trovare Isernia, vengo a trovare una regione piccola ma carica di tanta dignità e tanta bellezza” di periferia. Ma per questo papa la periferia va al centro. Questo è il senso del suo messaggio”.
L’Arcidiocesi molisana si sta preparando ormai da tempo a questo grande evento, che non si improvvisa nè nei suoi aspetti logistici, ma soprattutto pastorali e spirituali: si susseguono tavoli tecnici e incontri di spiritualità e formazione sia per i sacerdoti locali che per le parrocchie.
La visita del Papa non nasce come un momento celebrativo o esclusivamente di festa, ma porta con sè un “prima” e un “dopo”, un momento di crescita per la comunità che accogliendo il Papa accoglie l’invito forte della parola di Dio. Così Mons. Bregantini: “L’elemento fondativo spirituale di questa visita Pastorale è quello di sentirci confermati nella Fede che è oggi l’esperienza più importante perché se c’è fede c’è speranza per il futuro e chi ha speranza investe e chi investe dà lavoro. Quindi la fede non è un elemento ecclesiastico da tenere nelle sacrestie ma è di fatto la porta aperta per il futuro”.

Aggiornamenti e info su www.papafrancescoinmolise.it

 

Presentato ufficialmente il percorso che seguirà Papa Francesco in occasione della sua visita in Molise prevista per sabato 5 luglio.

Il tutto è stato reso noto in un’apposita conferenza stampa svoltasi oggi presso l’auditorium Celestino V di via Mazzini a Campobasso e convocata dalle Diocesi di Campobasso-Bojano e Isernia Venafro, rappresentate rispettivamente dai vescovi S. E. Mons. GianCarlo Bregantini e S.cE. Mons. Salvatore Visco (amministratore) e neo vescovo eletto Mons. Camillo Cibotti.

Di seguito il programma che, probabilmente, potrà subire qualche lieve modifica:


ore 9.00: arrivo di Papa Francesco in elicottero all’ex stadio Romagnoli di Campobasso ed accoglienza a cura delle autorità; seguirà la tappa verso l’Università degli Studi del Molise dove il pontefice incontrerà il rettore Palmieri, gli studenti e tutto il corpo accademico insieme al mondo produttivo, ai lavoratori, ai disoccupati, ai cassintegrati (previsto anche un invito per Marchionne);
ore 10.15: il Santo Padre, a bordo della papamobile, percorrerà il centro cittadino ed il corso per poi giungere presso la Cattedrale;
ore 11.30: arrivo allo stadio di c.da Selva Piana dove il Pontefice celebrerà una Santa Messa alla presenza di 30.000 persone. Dopo la celebrazione eucaristica è previsto il ritorno in Cattedrale;
ore 12.30: Pranzo con i poveri;
ore 15.00/16.00: partenza in elicottero verso il Santuario dell’Addolorata di Castelpetroso. Seguirà, in papamobile, tappa verso Isernia dove il Santo Padre, passando per corso Garibaldi, farà sosta alla Stazione ed alla Piazzetta del Tribunale prima di fare visita ai detenuti della casa circondariale di Ponte San Leonardo. Ultima tappa sarà la visita in Cattedrale (il programma per Isernia sarà definito nel dettaglio nei prossimi giorni).“E’ una gioia immensa – ha commentato monsignor Bregantini – è un onore che Papa Francesco abbia scelto di visitare il nostro Molise. E’ stata una notizia sorprendente ed emozionante, un gesto che è venuto dal cuore del nostro Pontefice e che per noi costituisce un privilegio e fonte di grande felicità ed entusiasmo”.

Arcidiocesi di Campobasso –Bojano
Ufficio Stampa e Informazione

 

GUARDIALFIERA – La visita di Papa Francesco e la Porta Santa di Guardialfiera


Guardialfiera 12 aprile 2014


Dal Centro Studi Molise 2000 di Guardialfiera, l’amico Vincenzo Di Sabato, ci ha inviato il seguente contributo incentrato sulla prossima visita, il 5 luglio, del Pontefice in Molise:
Da Guardialfiera, suolo su cui sorge la prima Porta Santa della cristianità, il “Centro Studi 2000” canta il suo Magnificat.  
Lo cantano i credenti della Parrocchia, lo cantano i cittadini della comunità civile, con parole e melodie gemmate di eternità. Lo canta con la voce più forte che riempie la distanza del cielo, e coi toni  risuonanti, che percuotono le altezze, che sommuovono il sangue della primavera, che mettono in movimento il quadrante delle speranze e del riscatto.
“Porta fidei” è stato, come per magia, il tema portante scelto da Benedetto XVI nella sua esortazione apostolica divulgata per l’Anno della fede.
“La Porta” è stato anche il filo conduttore per la riflessione di Papa Bergoglio nello scorso 25 agosto 2013.
In quella XXI domenica del T.O., il Santo Padre da Piazza S. Pietro, ci ha persuasi sulla suggestività di entrare per la Porta “stretta” ma “aperta” con i piedi dritti; di lasciare fuori i bagagli, di sgonfiarci dalle presunzioni, di farci piccoli per poterla attraversare senza spallate e scampanellate impazienti.
Fra questo incantesimo per la Porta Santa, a Guardialfiera è tutto un traboccare di noi stessi, legati oggi da un filo unico avvolgente di sollievo. Perché dalle nostre profondità di sentimenti, esplode la confidenziale fierezza che non ci consente più di nascondere quel che siamo e di cui ce ne rendiamo poco conto.
Perché da un incomprensibile mistero, nell’anno 1053 – era di giugno – l’Onnipotente ha dirottato “apud Biphernum flumen” , in questo villaggio, in “Catrum Guardiae”, un giovane Papa vagante, sfiduciato, stremato: Brunone di Dagsburg cinquantunenne, Leone IX.
Ed è così narrato dalla “Regesta Pontiphicum Romanorum”, ossìa dal registro che traccia i profili e gli spostamenti di tutti i Papi di Roma.
E qui, rasserenato, soccorso, onorato, QUI, sul suolo molisano, per una sorta di disposizione amorevole, di tenerezza, che Leone IX s’inventa a sorpresa la prima forma di Indulgenza Plenaria Perpetua, donde la “Porta Santa”. E la  elargisce qui!
Mons. Giulio Di Rocco – guardiese a Termoli, scomparso nel 2003 – ne spiega scientificamente e storicamente le trame, attraverso il volume “Relazioni ad Limina dei Vescovi di Guardialfiera” pubblicato dall’Amministrazione Provinciale di Campobasso e qui presentato  il 1° giugno 1996 dal Cardinale Luigi Poggi, Archivista e Bibliotecario di Santa Romana Chiesa.
Sboccia, dunque a Guardialfiera, il primo Giubileo cristiano della storia. 247 anni prima del Grande Giubileo di Bonifacio VIII a Roma; anteriore di 7 anni alle Indulgenze di S. Maria in Fafa; antecedente alla Perdonanza di Celestino V all’Aquila del 1294.                                                             
Un“contado solitario” si pone in cima  alla graduatoria cronologica dei privilegiati del cielo. Guardialfiera, sicché, rappresenta per la Regione e per il Mondo, il segno continuativo di un valore spirituale e storico di un passato che non passa, che vive nel presente e che si spalanca verso il mistero.
Alla prima bolla di largizione, distrutta da incendi e saccheggi agli Archivi Parrocchiali e Diocesani, sopraggiunge un nuovo Decretum “in perpetuum valituro”, emanato dalla Penitenzieria Apostolica e promulgato da Benedetto XVI il 13 dicembre 2007. Ed insieme alla Perdonanza dell’Aquila, è ora in fase di istruttoria all’Unesco, lo status di speciale riconoscimento e tutela della nostra Porta Santa, quale patrimonio immateriale dell’umanità.
Il Molise ha avuto allora quel che non sognava d’avere. Ma non seguitiamo – per pietà – noi a costruir macerie sul passato.
Si dia, quando come adesso è onesto, si dia un trillo di festa limpido e schietto, sulla centralità anche della periferia e della trasmissione dei suoi valori nel tempo!

 

 

OMELIA DI PAPA FRANCESCO DEL 25 AGOSTO 2013

 


Gesù si rifiuta di rispondere alla domanda riguardo al numero di coloro che si salveranno: la questione della salvezza non si pone infatti in termini generali,si pone innanzitutto per gli altri, ma si pone “per me”.
Dipende dalla mia accettazione o dal mio rifiuto della salvezza che Gesù mi offre. Il cammino verso la salvezza consiste nel seguire Gesù: egli è la via. Lo sforzo di entrare per “la porta stretta” è lo sforzo di seguire il cammino intrapreso da Gesù, cioè il cammino verso Gerusalemme, il cammino verso il Calvario. Il Calvario fu solo una tappa nel cammino verso la destinazione finale, una tappa di grande sofferenza, di tenebre e di solitudine, ma che sboccò direttamente su un mondo di luce e di gioia, illuminato dal sole nascente di Pasqua, vivente della gioia della risurrezione.
L’ingresso al sepolcro di Gesù, nella basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme, è basso e stretto, all’interno l’ambiente è angusto e buio: eppure, proprio da qui la risurrezione, in tutta la sua potenza irresistibile, levò il masso e aprì le tombe riempiendo il mondo di luce e di vita. Il punto in cui si incontrano i due bracci della croce è stretto e basso, ma i bracci indicano i quattro punti cardinali, i quattro venti del mondo. Là Gesù “stese le braccia fra il cielo e la terra, in segno di perenne alleanza” ed estese la sua offerta dell’amore e della salvezza di Dio a tutti gli uomini, ad oriente e ad occidente, a settentrione e a mezzogiorno, invitando ogni uomo e ogni donna, di ogni età e di ogni razza, di ogni colore e di ogni lingua, a partecipare al banchetto del regno di Dio. La porta stretta è il mezzo per uscire dalle angustie di un mondo senza amore; essa è l’apertura verso l’amore senza confini, verso il perdono e la misericordia.

 

La luce della Fede del nostro Servo di Dio Fra Immacolato Brienza illumini il Suo incontro,

caro Papa Francesco, con i fedeli molisani.

 

La Cattedrale di Campobasso
Basilica del Santuario Maria SS. Addolorata di Castelpetroso
Cattedrale di Isernia

 

Ricerche e realizzazione a cura della MdL Anna di Nardo Ruffo

con la collaborazione del MdL Antonio De Blasio

 
Federazione Maestri del Lavoro D'Italia - Ente Morale D.P.R.1625 del 14 Aprile 1956 - Consolato Regionale del Molise
Realizzazione Grafica RamoWEB