Consolato Regionale Maestri del Lavoro del Molise


Campobasso 13 aprile  2014  XXV Anniversario del  pio transito di Fra Immacolato Brienza


Tra i singolari doni che la città di Campobasso ed il Molise stanno ricevendo in questo tempo di Quaresima sotto la spinta spirituale delle diocesi molisane, c’è il dono del XXV anniversario del pio transito di fra Immacolato Giuseppe di Gesù O.C.D.,  al secolo Aldo Brienza di Campobasso. Sabato 12 e domenica 13 aprile l’arcidiocesi di Campobasso – Bojano vivrà, insieme a tutta la comunità, la commemorazione del carmelitano scalzo attraverso celebrazioni, momenti culturali, teologici e spirituali.

Sabato 12 aprile alle ore 20,00 presso la Cattedrale della Ss. Trinità di Campobasso, concerto in onore di fra Immacolato: Requiem di John Rutter eseguito dal Coro Musicanova di Roma  e l’ensemble del Conservatorio “L. Perosi” di Campobasso diretti dal M° Fabrizio Barchi.
Domenica 13 aprile alle ore 17,00 Presentazione della Positio super vita virtutibus  redatta dal prof. Giuseppe Biscotti, biografo di fra Immacolato.  La positio sarà presentata dal Postulatore di fra Immacolato don Fabio Di Tommaso, direttore della pastorale diocesana per la salute e da S.E. mons. GianCarlo Bregantini, arcivescovo di Campobasso –Bojano.


Alle ore 18,00 via Crucis – Meditazioni scritte da Fra Immacolato.Alle ore 19,00 Solenne Celebrazione Eucaristica presieduta dall’arcivescovo S.E. mons. GianCarlo Bregantini. Alla cerimonia di commemorazione saranno presenti i familiari, sorella e fratello di fra Immacolato, i nipoti e le autorità della città  capoluogo.

La positio super vita virtutibus et fama sanctitatis è la raccolta dei documenti, delle prove e delle testimonianze alla quale la congregazione delle Cause dei Santi esprimerà il giudizio sulla  venerabilità del Servo di Dio, fra Immacolato.

“Volto di Cristo Volto dell’Uomo” Ricomporre il volto di Cristo nell’unità. Nella Via Crucis scritta da S.E.mons. GianCarlo   Bregantini, arcivescovo di Campobasso –Bojano, per l’annuale e atteso appuntamento con il Papa la dimensione umana si rende cristologia sociale, in uno “scandaloso” approccio al mistero. Lo scandalo, l’inciampo evangelico è presente in ogni commento alle singole stazioni, che divengono  punti di pesante riflessione e sovente accusa aperta, nei confronti di un uomo il cui volto è stato sfigurato dai mali di un mondo egoistico.
Dunque le parole ferme, dure, senza possibilità di replica risuonano come una denuncia, da parte di un uomo che si è sempre schierato  vicino ai deboli, agli ultimi, nei confronti del peso schiacciante di una condizione che non è più  a favore della persona. Il volto di Cristo si carica di concetti che stravolgono la vita dell’uomo di oggi.
Bregantini non ne tralascia nemmeno uno, rendendoli in immagini plastiche e tristemente attuali.  Non  sono parole consolatorie, di evanescente speranza, bensì sono un  identikit del volto sfigurato dell’uomo e, di conseguenza, del Cristo.  
Sono  denunce  aperte: contro i falsi giudizi e le calunnie; la crisi che attanaglia il globo; l’incapacità di aprire il cuore all’’accoglienza dell’altro; le condizioni disumane in cui versano i carcerati della terra; l’abbandono degli ultimi. E il volto dell’uomo invecchia per i suoi
dolori. Bregantini guarda. Nella speranza cristiana, oltre, al di là, per trovare nel Cristo sfigurato, nelle sue ferite che diventano “feritoie” la luce misericordiosa che porta alla Redenzione.  
Nelle “sette parole di Gesù sulla croce”, definite un capolavoro di speranza, Bregantini offre la chiave di lettura antropologica del riscatto dell’uomo- Dio. Con pennellate rapide, stringate, essenziali, il commento delle sette parole risuona come il manifesto del volto dell’uomo nuovo,
“Non più la disperazione del nulla. Ma fiducia piena nelle sue mani di Padre, l’adagiarsi nel suo cuore.” L’esperienza del cristiano stimmatino  si riveste di poesia nella citazione integrale di un brano di San Gaspare Bertoni, fondatore dell’ordine  a cui appartiene in vescovo. E’ l’affidamento a Maria, la madre che accoglie  tra le braccia il volto sfigurato di Cristo,  che lega questa meditazione stupenda nella sua semplice liricità:
“Degnati di offrire a Dio quanto oggi ho da fare e patire, in unione dei meriti tuoi e del tuo santissimo Figlio.
Ti offro e dedico tutto me stesso e tutte le cose mie al tuo servizio,
ponendomi tutto sotto il tuo manto. La Madre, che in Molise  è apparsa  con il titolo di Addolorata, è la compagna  umile e silenziosa di questo volto sfigurato dell’uomo e Bregantini a lei si rivolge per affidare  il nuovo volto, il nuovo uomo che può rinascere solo dalla consapevolezza  che l’allontanamento dal padre è causa di tutti i nostri peccati.  Dinanzi a questa ammissione l’uomo può trovare nuova vita  e nuovo volto: “ Il velo del tempio è squarciato. Finalmente vediamo il volto del nostro Signore. E conosciamo in pienezza il suo nome: misericordia e fedeltà, per non restare mai confusi, nemmeno davanti alla morte”.

L’Addetto Stampa // Rita D’Addona

A FRA IMMACOLATO

“Eri sempre in croce”.
Come Cristo ti facesti sacrificio,
per gustare l’amore infinito di Dio.
Fu così che incoraggiasti a portare
le tante croci del mondo.
Convinto che la croce non si spiega,
ma si vive, il tuo volto si illuminava
di pace, di gioia e di sorriso.
Spronato dalla tua Teresa di Lisieux,
ti plasmasti missionario dello spirito:
avevi nel cuore tutto il mondo che
raggiungevi dal tuo letto di dolore.
Con quanta devozione ricevevi l’Eucarestia!
In quegl’istanti, ad incrociarsi sul
tuo cuore, non erano solo le mani,
ma anche gli occhi e le palpebre.
Vivevi la comunione dei Santi, sentendo
vicino la corte celeste; perciò parlavi,
volentieri, dei Santi e degli angeli.
In un mondo schiavo del male,
tu contemplavi l’Immacolata, la
Regina dei gigli. Era Lei ad inebriarti
di quella gioia che tu infondevi in noi.
L’Immacolata
consoli anche noi, ed a noi indichi
le vie del cielo.
Lo stesso sorriso esprima sulle
nostre labbra, nei nostri occhi, sul
nostro volto, per tutta l’eternità.

Don Alessandro Porfirio

Fra Immacolato di Gesù
O.C.D.
n. 15. 08. 1923     m. 13. 04. 1989

Lo sguardo innocente della bimba mentre contempla l'Immacolata

 

Il valore salvifico della sofferenza


La vita di Fra Immacolato compresa e valutata va inquadrata nella prospettiva soprannaturale della sofferenza accettata per puro amore. La chiamata di Fra Immacolato a vivere una vita d’immense e incalcolabili sofferenze è indubbiamente un atto di amore e di predilezione da parte di Gesù il quale ha voluto associare per cinquanta anni Fra Immacolato alla sua immolazione di amore e di lode al Padre Celeste.
Fra Immacolato era pienamente cosciente di questa scelta da parte di Gesù, e col massimo del suo fervore rispose alla chiamata vivendo immerso nel dolore più profondo e nell’amore più intenso e sublime per Gesù. La gioia di Fra Immacolato era di soffrire per Gesù e con Gesù, per Gesù stesso e per il Padre Celeste. La sua preghiera era un canto di lode e di amore e un’aspirazione continua a soffrire sempre più per Gesù. La vita di Fra Immacolato era tutta ispirata e modellata dall’amore puro, perfetto, disinteressato, verso la SS. Trinità. Gesù Crocifisso l’aveva talmente infiammato di amore verso di Lui che egli non poteva vivere, non poteva respirare che di amore.
E’ lo stesso Fra Immacolato che ci parla della sua vocazione alla sofferenza per l’amore puro e disinteressato. Nella lettera del 19.3.65 a Madre Teresa esorta la madre […] <<a benedire insieme a lui il buon Dio che, rendendoci capaci di dolore ci rende capaci di maggiore amore. Congratuliamoci a vicenda – a vicenda preghiamo per saper soffrire in puro Amore, per amare la Croce, e su Essa rimanere inchiodati – per atto ininterrotto d’amore. Oh! Che la Vergine Santa ci aiuti ad essere piccole vittime immolate per amore dell’Amore. >>.
Vi assicuro che leggere, cercando di interiorizzare, quanto Fra Immacolato ha accettato per amore di Cristo, mi pone in seria difficoltà, perché una domanda mi urge molte volte alla presenza di sofferenze e di malattie.

Perché il dolore, perché c’è il dolore nel mondo?

Sfoglio gli scritti del Nostro e mi trovo davanti alla descrizione del progresso della sua malattia su alcune lettere, in questi termini:
<<… in unione con Gesù, sorretto dalla Vergine Addolorata, salgo il Calvario con il sorriso e con la gioia>>;
<<la croce è tanto dura e pesante, mai come ora ho visto il sacrificio che costa nel lasciarsi immolare e crocifiggere completamente … perché la croce che grava sulle mie spalle è la Croce di Gesù e Colui che mi immola, Colui che mi crocifigge è lo stesso Gesù>>:
<<Si, soffro molto, ma non chiedo al Signore di liberarmi della Croce, oh no, è tanto bello soffrire sempre e morire sulla Croce. … Gioiamo della Croce e del patire perché ci conformano al nostro Dio crocifisso>>.
Il suo richiamo costante a Gesù e la Vergine Addolorata mi fa pensare che anche la Santa Famiglia proprio per la sua natura umana, non fu esente da sofferenze e da dolori.
Basta pensare ad alcuni episodi centrali della vita di Maria e di Giuseppe che pur dovendo affrontare prove dolorose, hanno mantenuto sempre fiducia in Dio Padre con profonda fede, con incontrollabile speranza nelle promesse del Signore, umilmente sottomessi alla volontà di Dio. Credo che nell’evento della Passione troviamo il significato dell’Addolorata, così come dice Giovanni:
<<Stavano presso la Croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria di Magdala. Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre:<<Donna ecco il tuo figlio”>> poi disse al discepolo:<<ecco la tua madre>>.
<<Anche la Beata Vergine avanzò nella peregrinazione della fede e serbò fedelmente la sua unione col Figlio sino alla croce, dove, non senza un disegno divino, se ne stette soffrendo profondamente col suo unigenito e associandosi con animo materno al sacrificio di lui, amorosamente consenziente all’immolazione della vittima da lei generata. >>.  
Fra Immacolato Brienza, costretto nel letto per decine di anni a causa di una grave malattia “ha raccontato la sua esperienza personale, il suo vissuto quotidiano, mai, però, esibito volutamente, mai soggetto della narrazione, mai imposto al compianto o al confronto”.
L'esigenza di raccontare sprazzi importanti della sua interiorità trova giustificazione dunque nella duplice necessità di mostrare che "la croce è davvero il mistico bacio del Signore all'anima sua sposa". Il tema del mutuo soccorso delle anime votate al sacrificio della vita nel dono di sé domina la corrispondenza di Fra Immacolato non meno di quello del valore salvifico della sofferenza>>.

Fra Immacolato e il senso del dolore

Desidero a questo punto soffermarmi con voi sulla “Realtà della sofferenza”, del nostro Arcivescovo Padre Giancarlo Bregantini, estrapolato dal volume “… ma perché ti sei fatto prete?”
“Perché? Come mai? A che scopo? Che senso ha tutto questo? Da dove viene? Che male ho fatto”? Sono gli interrogativi che attanagliano quando ci si trova di fronte al dramma della sofferenza. Fisica o morale che sia, difficilmente si trovano risposte adeguate a tali domande. Padre Giancarlo cappellano del CTO di Bari ed in precedenza del carcere di Crotone, conosce entrambe le realtà che vedono la sofferenza del corpo integrata con quella dell’animo.
[…] <<La sofferenza – dice a chi vive a contatto col malato – ha in sé un grande capitale per cui la società lo deve investire bene. Bisogna evitare che la sofferenza uccida l’uomo, lo renda più cattivo. E ciò può capitare se non è gestita bene, non è seguita, non è accompagnata, non è solidarizzata. Nella vita la sofferenza è un potenziale nelle mani di chi educa: può trasformarsi in realtà positiva del malato. Va perciò gestita con saggezza: senza rifiutarla né emarginarla. Chi trova un ambiente adatto, dei servizi efficienti, delle persone che condividono la sofferenza questa si trasforma in una realtà positiva. Certo dipende molto anche dalla struttura psicologica, umana e spirituale del malato. In genere un uomo di grande fede è più portato a trasformare in positivo la realtà della sofferenza, ma è altrettanto necessaria la carica umana. Non va dimenticato che è parte della vita di tutti i giorni e che bisogna prepararsi perché chi sa soffrire è capace aiutare anche gli altri.

La società dovrebbe visitare di più gli ospedali e meno gli stadi perché certe cose non si capiscono se non guardandole dalla stanza di un ospedale.
Padre Giancarlo che come cappellano raccoglie le lacrime, disperazione, solitudine e ringraziamento di tanti malati, ama suggerire il brano della passione del Signore che per il credente dà i diversi passaggi ed atteggiamenti della realtà della sofferenza. A cominciare dal rifiuto avvenuto inizialmente anche in Gesù ed espresso nella frase “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato” fino al momento della morte in cui confidando nella bontà di Dio, dice: “Tutto è compiuto, nelle tue mani, Padre, affido il mio spirito”.
Attraverso il commento della passione di Gesù, l’ex cappellano ospedaliero che agli operatori sanitari e ai volontari chiede gentilezza, qualità e competenza, spiega come Gesù non sia stato “super partes”, cioè al di fuori. Anche Lui ha vissuto i vari passaggi che racchiudono in sé il rifiuto, la rassegnazione, l’accettazione, la sublimazione. Momenti che esistono in ogni malato che vanno compresi e decodificati specialmente da chi è chiamato ad assisterli con pazienza, Non a caso afferma che coloro che lavorano presso chi soffre hanno dentro un cuore e un’umanità, pertanto vanno valorizzate>>.

Come si è comportato Gesù nei confronti della sofferenza?

Gesù è il buon samaritano che non perde occasione per trarre fuori dal baratro della sofferenza chi incontra sulla sua via. Il teologo Piero Coda, nel suo libro dal titolo: “Quando a soffrire è il Figlio dell’uomo”, si sofferma su due pagine del Vangelo di Marco, la prima sulla guarigione del paralitico, la seconda sulla morte di Gesù in croce.
“Trovandosi di fronte il paralitico che gli viene calato innanzi, Gesù prima gli rimette i peccati, annunciandogli in questo modo che Dio lo ama, e poi lo guarisce. Scegliendo di andare liberamente incontro alla morte in croce, invece, Gesù si cala dentro la sofferenza”.
La figura profetica del Servo di Jahwéh  preannuncia la missione di Gesù.
Ancora Piero Coda precisa: “Dio salva in questo modo: attraverso il suo giusto servo che adempie fino in fondo la missione che gli è stata confidata, rispondendo con ferma adesione alla volontà di Dio al rifiuto, all’ingiustizia, all’oppressione”. Il culmine del suo soffrire sta nel grido: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.
Il grido di Gesù, attraverso l’interrogativo ‘perché?’ manifesta il significato ultimo del suo patire. Il grido ci dice che il suo patire non è solamente fisico e psichico, derivante dall’essere stato inchiodato sulla croce, e questo basterebbe già di per sé. Il soffrire di Gesù è lancinante, perché vissuto anche moralmente e spiritualmente come un fallimento della sua missione: è condannato dall’autorità religiosa giudaica, i suoi discepoli si disperdono e Lui si sente abbandonato dal Padre suo!
Giovanni Paolo II, nella Lettera Apostolica “Salvifici Doloris”, al n° 18, spiega che queste parole di Gesù sul Golgota: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? ”, nascono sul piano dell’inseparabile unione del Figlio col Padre, e nascono perché il Padre fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti e sulla traccia di ciò che dirà San Paolo:
“Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccatore in nostro favore.
Insieme con quest’orribile peso, misurando ‘l’intero male di voltare le spalle a Dio, contenuto nel peccato, Cristo, mediante la divina profondità dell’unione filiale col Padre, percepisce in modo umanamente inesprimibile questa sofferenza che è il distacco, la ripulsa del Padre, la rottura con Dio. Proprio mediante tale sofferenza egli compie la Redenzione, e può dire spirando “Tutto è compiuto”>>.
Gesù non ha conosciuto peccato, ma ha provato prendendole su di sé, le conseguenze dolorose del peccato che il Papa Giovanni Paolo II indica con le parole ‘distacco’, ’ripulsa’ e ‘rottura’ con Dio.
Ed ancora ricordiamo insieme le parole di Giovanni Paolo II:
<<Il Vangelo della sofferenza significa non solo la presenza della sofferenza nel Vangelo, come uno dei temi della buona novella, ma la rivelazione altresì, della forza salvifica e del significato salvifico della sofferenza nella missione messianica di Cristo e, in seguito, nella missione e nella vocazione della chiesa>>.  
E’ molto importante che Gesù ci faccia conoscere Dio come Padre: questo ci conforta e ci dà forza per affrontare i nostri momenti difficili. La sofferenza però, a volte è così intensa, pesante, da sembrarci priva di valore al punto da mettere in dubbio che Dio sia veramente Padre! Che Padre è, se permette una sofferenza così atroce?
Questo è l’interrogativo ricorrente durante i secoli ogni qual volta, l’uomo si trova di fronte e dentro la sofferenza; è l’interrogativo affrontato da tanti scrittori, filosofi e teologi e mai risolto, se non quando si giunge all’accettazione della sofferenza come ‘mistero’ che ci riguarda tutti, di un mistero che trova senso pieno non solamente nella morte in croce di Gesù, ma nella sua risurrezione. Solo con Lui abbiamo la vita nuova, la vita eterna!
La sofferenza di Cristo sulla croce ci salva e dà senso anche alla nostra sofferenza. S. Paolo così scrive ai cristiani di Colossi: […]“Ora io sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e dò compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa”.
E’ chiaro che la sofferenza va combattuta! La scienza medica è chiamata a tentare ogni via per far regredire il più possibile la malattia, la sofferenza e anche la morte, che mantengono però un significato nell’economia della vita umana.
Papa Benedetto XVI ci ricorda nell’Enciclica “Spe Salvi”, che la sofferenza fa parte del mistero stesso della persona umana e che “eliminarla completamente dal mondo non sta nelle nostre possibilità semplicemente perché … nessuno di noi è in grado di eliminare il potere del male, della colpa che – lo vediamo - è continuamente fonte di sofferenza.”.

“Vero altare di immolazione”
di Mons. Pietro Santoro

Nella pienezza dell’adolescenza, mentre i suoi amici si orientavano verso la scelta della propria vita, sognando il domani, Aldo Brienza, fragile esistenza, veniva colpito da un terribile morbo inguaribile che lo inchiodava al letto di dolore.
Iniziava la sua tragedia, quella della mamma desolata, del babbo costernato, dei numerosi familiari.
In un primo momento il giovinetto Aldo non afferra appieno il senso dell’avvenimento ma, subito, illuminato dallo Spirito Santo, comprese che era stato prescelto per una missione, una missione di mezzo secolo in silenziosa sofferenza per Cristo che lo voleva accanto alla sua Croce.
Soffrire, pregare, studiare, mentre le sue membra si consumavano, prepararsi alla missione, all’offerta radiosa, piena di luce, direbbe “ Mons. Santoro”.
Soffrire e consigliare i suoi mille e mille visitatori in cerca di lumi, di consigli di preghiere; essere, per mezzo secolo come un “ parafulmine di Campobasso ”, così lo definì Mons. Carinci.
Pregare nell’oasi della stanza al 3° piano accanto all’immagine della Madonna del Carmelo la quale ha suggellato la sua vocazione facendolo membro del suo Carmelo il più antico ordine della Chiesa.
Fra Immacolato Giuseppe di Gesù continua così la sua missione da religioso consacrato su quel letto “vero altare di immolazione”, ascoltando personalmente e telefonicamente le mille coscienze anelanti in attesa di lumi, di pareri, di preghiere.
E noi tutti che lo abbiamo conosciuto trascorrendo ore ed ore di conversazione, mai stanchi di dialogare ed ascoltare la sua voce flebile, accogliere il suo sorriso, anche nelle sofferenze più amare, il suo sguardo dagli occhi profondi penetranti e dolci che sembravano leggerci dentro.
Alle richieste si pronunciava benevolmente con un sereno giudizio ed attraverso le poche, meditate parole si scopriva la misericordia del Signore.
Infondeva coraggio, assicurandosi, in nome di Dio fiducia nella Provvidenza.
E a lui religiosi, sacerdoti, vescovi, professionisti, mamme desolate, popolane, giovani accorrevano dal Molise e fuori.
Ora che Fra Immacolato è lassù, egli che qui per 50 anni è stato “ Ostia sul Mondo ” sarà anche al nostro fianco insegnandoci col suo sorriso, sorriso che dovremmo noi pure comunicare agli altri anche fra le sofferenze più amare.
Che dire di lui:
le esperienze e le intenzioni più vere e più belle saranno quelle taciute.
- Le vere, le nostre.-
Questo perché il suo segno di vita fu solo il soffrire, ma non il morire.
Un privilegio il tuo soffrire con Cristo.
E quando non avevi più possibilità di soffrire, la tua anima è volata a Dio nel silenzio come offerta radiosa.

Tratto da "Il carmelitano scalso Fra Immacolato Giuseppe Brienza fra terra e cielo" di Anna di Nardo Ruffo.

 

Le foto sono state gentilmente offerte dal Sig. Diego De Vivo

 

MdL Anna di Nardo Ruffo con la collaborazione del MdL Antonio De Blasio

 
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