CONCORSO “VOGLIA DI NUOVO,VOGLIA DI MOLISE”

Si mai state nu' Molise?Si mai state nu' Molise?

Prima d'incominciare la vostra conoscenza con un molisano, chiedetevi se e proprio fondamentale che ciò avvenga. In caso affermativo, sappiate che ci vuole Bona creanza e molta pazienza.
Ricordatevi quel che disse il verme alla noce: "damme tiémpe cha te spertose" (dammi tempo che ti buco).
Da Molisani: "Lassa sta u monne cume ze tròve" (lascia il mondo come si trova) di Ivana Mulatero – Le Giude Xenofobe Edizioni Sonda, srl Torino

 

MULISE


"Come vorrei lungo i tuoi tratturi
terra mia dolce, unirmi ai tuoi pastori
che lenti vanno e muti come numi,
antichi nel silenzio sopra l'erbe
o per le strade unirmi ai pellegrini
a ritrovar la fede dei miei padri
dietro un ramo intarsiato fatto croce...
Ma non odo che pianto nei crocicchi
e sulle soglie vedo solo addii.
Non si piangono morti qui ma vivi!
Uomini vanno col fardello carico
di stracci e di illusioni, chissà dove
partono!
Parte tutta la mia gente
per approdi lontani.
Partono all'alba come i condannati.
Ah, fermateli! É triste. Non più gioia
ne amore nelle case desolate,
non più canti di sposa ne vagiti
di culla, non più voci... ma silenzio,
deserto come morte:
Ah, tornate alle case,
alle case che gemono nel vento!
Ma non ode nessuno: il nostro cuore
è pietra di sepolcro.
Nella sua quiete alta la montagna
al dolor degli uomini fa eco.
Le primavere sacre si rinnovano
tormento se crudeli senza miti."

Sabino d'Acunto








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    Il concorso "Voglia di nuovo voglia di molise" richiede agli studenti di analizzare la realtà locale sotto il profilio storico archeologico, culturale e delle tradizioni.

    Gli scopi che questo Consolato intende perseguire, con questo concorso, sono molteplici:
  • conoscenza del luogo in cui si vive: da un'inchiesta fatta è emerso che il 60% dei ragazzi non conosce la propria Regione, e neppure, purtroppo, il paese in cui vive;
  • inculcare l'amore per la propria terra promuovendo e rafforzando l'identità culturale e senso di appartenenza alla propria comunità locale;
  • favorire il turismo giovanile, rilevato che il turismo deve essere visto come una risorsa che crea occupazione, e questo obiettivo, se raggiunto, potrebbe evitare l'emoragia di giovani alla quale da sempre assistiamo impotenti;
  • studio dell'ambiente: nella nostra Regione esistono diverse oasi non del tutto conosciute e quindi non valorizzate al meglio.

Federazione Maestri del Lavoro d’Italia
Consolato Regionale del Molise

CONCORSO “VOGLIA DI NUOVO,VOGLIA DI MOLISE”
VI EDIZIONE 2004

... ... ggente ch’ ancora
sente la crijanza
e a la parola
ammesca ru sorrise:
Quiste è da sempe:
quiste è ru Mulise!
(E. Spensieri )

REGOLAMENTO

Art 1
Scopo del concorso è quello di inculcare, fin dalla più tenera
età, il significato dello sviluppo del turismo nella nostra
regione, che dovrà rappresentare il settore trainante di tutta
l'economia molisana

.

Art 2
Il concorso è riservato esclusivamente agli scolari delle classi IV e V elementare
dei seguenti Istituti Comprensivi e relative sezioni associate di:

-BONEFRO -MORRONE
-CAMPODIPIETRA -PALATA
-CASTELMAURO -PETACCIATO
-FILIGNANO -RICCIA
-GILDONE -RIPABOTTONI
-MIRABELLO -URURI


Art 3
Gli studenti si dovranno cimentare in una attivi che li ponga di fronte alla scoperta del proprio paese, sotto il profilo storico,archeologico, naturalistico, antropologico, geografico, economico, produttivo, sportivo, culturale e delle tradizioni. Gli insegnanti che desiderino maggiori chiarimenti possono contattare il Consolato Maestri del Lavoro del Molise c/o :
Anna Di Nardo Ruffo tel.0874 91017


Art 4
Si prega di inviare la “ SCHEDA DI PARTECIPAZIONE “ entro il 20 ottobre 2003

Art 5
Da questa preparazione che presuppone ricerche, visite, interviste sul territorio, dovrà essere
prodotto un lavoro integrato anche dai nuovi sistemi informatici, che stimoli l'interesse di
altri studenti a visitare la nostra regione.

Art 6
Gli elaborati dovranno essere inoltrati entro e non oltre il 20 marzo 2003 al Consolato Regionale dei Maestri del Lavoro d'Italia, c/o Anna di Nardo Ruffo, Via De Pretis n° 30
-86100 Campobasso.-
Il materiale presentato non verrà restituito.

Art 7
A giudizio insindacabile di una qualificata commissione, sarà all’uopo, stilata la graduatoria, considerando Istituti comprensivi o Sezioni Associate. Ai primi tre classificati, saranno attribuiti premi. La natura dei premi è costituita da materiale informatico. A tutti gli alunni che parteciperanno al concorso verrà rilasciato un attestato.
Agli insegnanti dei vincitori, verrà assegnata la medaglia dei maestri del Lavoro .Alle scuole partecipanti,il Consolato consegnerà una pergamena artistica.

Il Concorso viene effettuato con la valida e fattiva collaborazione
dell’IRRE Molise e Direzione Scolastica Regionale.

 

I disegni riprodotti sono stati realizzati dagli alunni delle scuole di:
AGNONE - CASACALENDA
CAMPOMARINO - S.CROCE di MAGLIANO

 


Le immagini offerte dai comuni molisani, sono il frutto delle ricerche fatte dagli scolari delle classi IV e V elementare, che hanno partecipato al concorso Regionale"Voglia di nuovo voglia di Molise".


Scarica la ricerca sul Paese che ti interessa.

Busso Montefalcone del Sannio
Belmonte del Sannio Montenero di Bisaccia
Campomarino Poggio Sannita
Capracotta Rionero Sannitico
Casacalenda Sant' Elia a Pianisi
Castropignano San Felice
Cerro al Volturno San Pietro Avellana
Ferrazzano Vinchiaturo
Guardialfiera

GLI ANTICHI MESTIERI

ORIGINE DI SAN GIACOMO DEGLI SCHIAVONI

ICome riferisce il Canonico Q. Recchia ( nella cronistoria di Guglionesi ) San Giacomo appartenne a Guglionesi fino al 1294. Nel secolo XIV passò all’Università di Termoli e fu assegnato alla Mensa Vescovile, da dove ebbe origine la baronia vescovile.
Appena si arriva sul colle, in contrada delle Piane, a sinistra della strabella interpoderale, che da San Giacomo, passando davanti alla fontanella (dove si prendeva l’acqua..) porta al vallone dell’eremita sul terreno del Commendatore Graziani si trovano ancora oggi dei ruderi, attribuiti ad un’antica chiesa a San Pietro Apostolo. Questa, certamente distrutta dal terremoto del 1456 indicherebbe il sito del paese primitivo.

Dal libro di Elia Della Porta

Nella Contrada delle Piane e precisamente sul territorio del Commendatore Graziani vi sono ancora oggi i ruderi del paese antico distrutto dal terremoto nel 1456. Tali resti appartengono alla chiesa dedicata a San Pietro Apostolo.
I pochi sopravvissuti al terremoto si trasferirono in una zona sottostante, dove in un terreno sabbioso a friabile scavarono 7 grotte quante era il numero delle famiglie.
A una maggiore antichità di San Giacomo ci fanno pensare un grande spiazzale fatto con lastroni di argilla e alcune anfore e lucerne dell’epoca ellenistica (II a III a.c.)ritrovati nel terreno del beneficio Parrocchiale quando alcuni anni fa venivano eseguiti degli scavi per la costruzione delle fosse biologiche.
Nel 1564 il paese cominciò a risorgere con la venuta di poche famiglie di Schiavoni venuti dall’Istria per sfuggire alla tirannia turca. Enea piccolomini, poi Papa Pio II (1458 – 1464) asserisce che ai tempi suoi l’Istria era chiamata Schiavonia e gli abitanti Schiavoni di origine slava. Della ricostruzione del paese nell’anno 1564 lo testimoniano una colonnina in pietra ritrovata durante gli scavi murari nella casa di Marolla e una lastra d’argilla situata sulla facciata della torre civica, tra l’arco e il quadrante dell’orologio. Su questi oggetti sono scolpiti l’effige del Santo Patrono e nella lastra d’argilla (yacopo) con lo stemma e il nome del vescovo Vincenzo Durante, Bresciano

VIN. DURAT
BRISINEPS
TERMULAR
1564

SAN GIACOMO – geograficamente
Questo paese è situato in mezzo ad un vasto territorio, ricco di oliveti e vigneti ha una superficie di millecentotto ettari, il territorio è fertile e ben coltivato, produce: vino, olio, cereali, foraggio e piante da frutta.
San Giacomo è distante da Termoli 6 Km, sorge a 160 metri sul livello del mare.

ALLA RICERCA DEI LAVORI MOLTO RARI E SCOMPARSI


VIAGGIO NEL PASSATO

Nella nostra epoca un numero sempre maggiore di lavori è affidato alle macchine, alle catene di montaggio, ai robot.
Diviene sempre più difficile osservare i lavori agricoli o artigianali che l’uomo ha compiuto per secoli.
Questa sezione è una specie di viaggio nel passato alla ricerca di lavori diventati molto rari o addirittura scomparsi.

INCHIESTA AI NONNI: GLI ARTIGIANI DI UNA VOLTA

Quanti cambiamenti, dal tempo dei nonni ad oggi.
Anche se tantissimi sono i cambiamenti rispetto al passato, ci sono però delle cose che continuano nel tempo, che gli anziani trasmettono alle generazioni più giovani da tantissimi anni.
Mio nonno mi ha raccontato che il suo papà faceva il contadino, anzi il mezzadro. Lavorava e faticava nei campi e poi doveva dare metà del raccolto, metà delle mucche, metà delle uova, metà di tutto al proprietario. C’era anche l’usanza che in certe occasioni, era obbligatorio fare dei regali al padrone, come a Natale. La vita era dura, mica come oggi che abbiamo tutto e non siamo contenti di niente.
In casa erano molto numerosi e c’era tanto lavoro e fatica per tutti, vecchi, bambini, donne e uomini. Al mattino presto gli uomini e i ragazzi grandi andavano nei campi, il loro lavoro durava dall’alba a notte.
Poi mio nonno mi ha raccontato di essere andato a scuola fino all’età di otto anni e dato che non c’erano i soldi per il libri e neanche per mangiare così bisognava che anche i bambini lavorassero. E lui si è impegnato facendo di tutto in bottega da un calzolaio, in campagna, da un barbiere etc.. L’occasione per lasciare i campi si presentò con il militare. Poi andò in fabbrica dove lavorava dieci ore al giorno e prendeva quindici lire alla settimana, con cui comprava un chilo di pane, un litro di lattee un fiasco di vino.
La mia nonna è morta però mio nonno mi ha raccontato che anche lei ha cominciato a lavorare piccolissima. Già a dieci anni, finita la scuola, faceva i pizzi a tombolo. Lavorava al tombolo dalle otto di mattina a mezzanotte e poi i pizzi li davano a un tale che li vendeva. Inoltre andava in campagna a raccogliere le olive o l’uva e quando bisognava lavare i panni si andava alla fontana dove venivano lavati a mano.
Molte cose che sembrano naturali come ad esempio avere l’auto, la TV o la lavatrice una volta non si potevano nemmeno sognare.
Mio nonno ha raccontato un po’ della sua vita ma lo ha fatto volentieri perché ama parlare del tempo passato. Parlare del passato vuol dire ricordare. Gli anziani sono amati e rispettati per la loro saggezza e conoscenza ma ciò non succede nella nostra società dove vengono lasciati soli negli ospizi.

 



LA SPIGOLATRICE
La spigolatrice è uno dei tanti mestieri che oggi non esistono più, ma che tanto tempo fa rappresentava fonte di guadagno e di sostentamento per molte famiglie meno abbienti.
Questo lavoro era esclusivamente femminile; le donne che erano dedite a questo mestiere, per tempo, si recavano dai proprietari di terreni seminati a cereali e chiedevano il permesso di poter, una volta effettuata la mietitura, raccogliere le spighe che la mano dell’uomo non era riuscita a legare nei covoni.
A fine giugno, alle prime luci dell’alba, per la campagna risuonavano i canti di queste donne, che dal paese, a piedi, raggiungevano il posto di lavoro. Indossavano gonne lunghe, dei corpetti dalle tinte sbiadite, calzavano scarponi pesanti e in testa portavano dei fazzoletti legati dietro la nuca. Sulla gonna avevano un grembiule con una tasca immensa, che serviva per mettere le spighe; questa una volta riempita, veniva svuotata in un sacco. Giunte nel campo, le donne, incominciavano pazientemente a cercare le spighe; più ne trovavano più erano felici e lo si avvertiva anche dai motivi delle canzoni che diventavano allegre. Lavoravano per 10-12 ore, e l’unico sostentamento, durante queste ore di lavoro era un pezzo di pane. All’imbrunire si caricavano il sacco sulle spalle e tornavano a casa pronte per riprendere il lavoro l’indomani.
Una volta ripulito il campo dalle spighe, ringraziavano il padrone; del grano che riuscivano a ricavare, un po’ lo conservavano per farne pane e pasta per la loro famiglia, lo vendevano o lo barattavano con altra merce.
La figura della spigolatrice semplice e cordiale è avvolta da un sentimento intensamente affettuoso. Diventa il simbolo di un caro passato purtroppo scomparso.

IL LANTERNAIO
Nonno Rocco racconta:
“Quando ero piccolo (avevo all’incirca quattro o cinque anni), la mattina mi alzavo molto presto, andavo a divertirmi, cioè andavo al faro per trovare il mio amico lanternaio. Ormai era diventato un mio grande amico, quindi andavo lì, oltre che per fargli compagnia anche per vedere come svolgeva il suo lavoro (lo distraevo anche dal suo lavoro). La mattina il lanternaio non aveva un orario fisso (perché dipendeva dalle stagioni) ma si alzava lo stesso presto; doveva salire moltissime scale fino ad arrivare alla cima del faro, lì scrutava il mare e vedeva come era il tempo. Poi accendeva il grosso faro con del fuoco (spesso usava dei fiammiferi) e del petrolio e dopo stava tutto il giorno ad avvistare le navi e a fargli i segnali con le luci per indicare la direzione giusta da prendere. Solitamente si vestiva con dei pantaloni molto larghi sotto e una cinta molto larga; sopra indossava una camicia a quadrettoni ed un berretto messo in modo obliquo. Molte volte mi cacciava dal faro perché lo distraevo e non aveva nessuna intenzione di perdere il posto di lavoro, perché era solo il lavoro del lanternaio che gli permetteva di mantenere la famiglia.
Ormai questo lavoro sta scomparendo e purtroppo è scomparso anche il mio amico, ma mi rimarrà sempre nel cuore il ricordo de “U’ lanternar””

L’ACQUAIOLO
Al giorno d’oggi, con il progresso che fa passi da gigante, tanti mestieri o professioni sono andati via via scomparendo come lo spazzacamino, il maniscalco, il banditore, l’acquaiolo e tanti altri.
Quest’ultimo è quello che più mi ha incuriosito e perciò ho chiesto spiegazioni a miei nonni che lo ricordano ancora. Io ho sempre pensato che per avere l’acqua bastasse aprire un rubinetto, invece, riflettendoci bene, anticamente non poteva essere così, dato che i rubinetti e le tubature non esistevano ancora. Per risolvere questo problema, c’era un uomo che aveva scelto di fare l’acquaiolo. Questo signore si recava con uno o due asini, che portavano diversi barili, al ruscello o alla sorgente più vicina e, una volta riempiti i barili, tornava in paese per rivendere l’acqua.
Andava in giro per le strade del paese gridando. “l’acquaiul” e chi aveva bisogno di un barile d’acqua lo chiamava, se lo faceva portare a casa e lo pagava.
Altri invece andavano a casa dell’acquaiolo e ordinavano per il giorno dopo i barili di cui avevano bisogno.
Sia i miei nonni che mia zia sono unanimi nell’affermare che quell’acqua era buonissima e freschissima.
Anch’io avei voluto tanto assaggiarla e mi dispiace di non averlo potuto fare, però ad essere sincera è più comodo avere il rubinetto in casa.
Il mio papà dice che anche noi oggi saremmo costretti a chiamare l’acquaiolo perché, l’acqua che esce dal rubinetto, ha un cattivo sapore, solo che l’acquaiolo dei nostri giorni invece dell’asinello ha il furgone e al posto del barile la cassetta dell’acqua.

IL CAMPANARO
Oggi, quando sentiamo suonare una campana, sappiamo che, per farla suonare viene utilizzato un congegno elettronico.
Fino a non molto tempo fa tutto questo non c’era. Infatti c’era un’apposita persona che doveva suonare, in determinate ore, la campana. Era “un campanar”.
Il suo mestiere non era molto faticoso e piuttosto facile.
Mio padre mi ha raccontato che, quando era ancora piccolo, qualche volta andava a suonare le campane quando c’era la messa, accompagnando il campanaro.
Costui si doveva alzare presto al mattino perché la prima messa si celebrava alle 7:30. Ancora oggi in alcuni paesi è sopravvissuto questo mestiere ma si tratta di paesi molto piccoli.

IL VETRAIO
Come si è arrivati alla scoperta del vetro?
Quando è noto il mestiere del vetraio?
Forse è andata così:
In una notte buia, alcuni marinai sbarcarono su una spiaggia sabbiosa per preparare la cena. La loro nave trasportava carbonato di sodio in blocchi estratti da sotto terra. I marinai ne portarono a terra alcuni blocchi per farne un focolare su cui appoggiare la pentola. Poi accesero un fuoco.
Mentre si affollavano intorno al fuoco, preparando il cibo, avvenne una cosa strana e meravigliosa. “Fiumi di granelli” gridò un marinaio. E gli altri guardarono nel punto che il marinaio indicava. La sabbia arroventata, mescolata al carbonato di sodio, aveva formato il vetro.
Non si sa se il vetro fu scoperto così o in un altro modo, ma probabilmente la scoperta è avvenuta per caso.
Dopo che gli uomini ebbero imparato a fare il vetro con la sabbia, cercarono sempre nuovi sistemi per lavorarlo. Si diffuse quindi il lavoro del vetraio che impararono a mettere lungo un cannello (una specie di gigantesca cannuccia) nel vetro bollente e fluido mentre ancora era nel fuoco, poi, sollevato il cannello con un po’ di vetro attaccato in fondo, vi soffiava dentro finché il vetro s’induriva.
Questi operai, detti soffiatori, fabbricavano bottiglie, vasi, bicchieri e qualsiasi cosa di vetro. In seguito i soffiatori impararono, girando rapidamente il cannello, a spianare la bolla di vetro finché diventava una lastra. Quando la lastra era fredda staccavano il cannello dal vetro solidificato. Così ottenevano un vetro trasparente , che usavano per le finestre. Per rendere il vetro più limpido e trasparente i vetrai appresero che si poteva levigarlo con la sabbia. I vetrai più bravi andavano a creare dei vetri molto belli, tutti colorati e molto lavorati che creavano effetti di luce straordinarie. Erano dei veri e propri maestri, artisti eccezionali capaci di dipingerli.


IL GELATAIO
Il racconto di mio padre che risale a circa trentacinque anni fa non esistevano le odierne e soprattutto comode gelaterie. All’epoca vi erano signori con carrette colme di gelato che giravano in lungo e in largo la vecchia Termoli, costituita dal paese vecchio, per guadagnare un po’ di soldi.
Mio padre ricorda che quando arrivavano loro era una festa, infatti i due signori più amati dai bambini riuscivano sempre a convincere le mamme dei bambini ad acquistare loro un bel cono gelato, vendendone sempre grosse quantità. CUOLARIELL (uno dei due) annunciava il suo arrivo con un sonoro grido dicendo: “Geeelatiiii” mentre ZI BASS (l’altro gelataio) aveva una sua frase personale, diceva. “chiagnet vuaio, chiagnet ai mamm bell (piangete ragazzi, piangete dalle mamme belle). “Purtroppo (dice mio padre) mia mamma non era una donna che si convinceva molto facilmente, soprattutto quando si trattava di soldi, ma anche io ero un con la testa dura e cercavo sempre di guadagnarmi con qualche favore, un bel cono gelato da “dieci lire”; io infatti, ogni volta che il gelataio chiedeva aiuto per poter giungere alla fine della salita con la cariola colma di gelato, e quindi molto pesante, ero sempre il primo che gentilmente offriva il suo aiuto al buon vecchio. Purtroppo ora tutto ciò è quasi completamente scomparso. Tuttavia CUOLARIELL è ancora in vita e continua la sua attività mentre l’altro membro ovvero ZI BASS è ormai morto.
I tempi sono cambiati, la scienza e la tecnologia hanno fatto passi da gigante. In questi ultimi trentacinque anni Termoli si è triplicata, la situazione economica complessiva è notevolmente migliorata; anche CUOLARIELL è cambiato; infatti i bei capelli neri sgargianti ora sono diventati bianco-panna, al suo bel fisico si sono aggiunti non so quanti chili, gli acciacchi insieme all’età, ormai si fanno sentire. Anche il nostro ormai vecchio gelataio si è dovuto tenere al passo con i tempi, aggiungendo alla tradizionale cariola una lambretta vecchio stile; ma due cose non sono cambiate in tutti questi anni: la sua frase di richiamo, l’ormai famosa: geeelatiiii! E soprattutto non è ancora cambiata e credo non cambierà mai la bontà dei suoi gelati”.


IL CALZOLAIO - “U scarpar”
Fin dall’antichità il mestiere del calzolaio era molto popolare. A prima vista può sembrare facile ma in realtà è molto complicato. Per fare il calzolaio servivano molti attrezzi come la “subbia che era una specie di ago per cucire le scarpe; il coltello che serviva per tagliare il cuoio; le forbici che servivano per tagliare e mettere le suole alle scarpe; il martello che serviva per inchiodare i chiodi sulle suole. Inoltre la tenaglia serviva per tirare via i chiodi dalla suola, le forme in ferro venivano adoperate per applicare le suole, quelle in legno invece servivano per dare la forma, ed erano di diverse dimensioni. Infine c’era lo spago che serviva per cucire.
Tutti questi attrezzi si trovavano posati su un banchetto della bottega.
Per le suole il calzolaio utilizzava il cuoio; la tomaia invece ricopriva la parte superiore.
Per fare le scarpe su misura “u scarpar” doveva prendere la misura del piede e impiegava parecchio tempo per completare un paio di scarpe che per questo motivo venivano a costare caro.
Oggi questo mestiere non è tanto praticato perché la piccola bottega del calzolaio è stata sostituita dal calzaturificio dove macchine sempre più sofisticate riescono a produrre molte paia di scarpe in poco tempo.

“U SGGIAR”
Era un mestiere che richiedeva molto tempo. Infatti consisteva nell’impagliare le sedie.
Le ore di lavoro non erano mai ben definite; dipendeva tutto dal tipo di sedie che dovevano essere riparate.
Infatti molte volte “U sggiar” apriva la bottega verso le sette del mattino per chiudere alle sei o alle sette di sera.
Egli doveva procurarsi il legno e la paglia ritorta, necessaria per impagliare la sedia.
Per la riparazione di una sedia, il prezzo variava da cinquecento s mille lire, quindi il guadagno mensile era in media di 37.000 lire.
Quando si entrava nella bottega ci si trovava di fronte ad una serie di sedie diverse nella forma e molto rovinate.
La mano esperta dell’artigiano in un tempo non molto lungo riusciva a trasformarle e a farle ritornare come nuove.
Era un lavoro molto richiesto.

“U MUGNAR”
Il mulino è una opera ingegnosa che sfrutta le energie naturali per la trasformazione e lavorazione dei cereali. Veniva utilizzato fino a 50 anni fa per macinare il grano e farlo diventare farina.
Purtroppo, con il progresso, il mulino è stato sostituito da moderni edifici con macchine che trasformano il grano in farina in pochissimo tempo. Vediamo anzi che i chicchi dei cereali entrano in queste macchine e escono trasformati in pasta. Insomma non c’è più la certezza di un prodotto genuino e naturale come quello che garantisce il mugnaio.
Il mugnaio era colui che stava nel mulino e dirigeva i lavori.
Nelle zone ove scorrevano acque sufficientemente impetuose, là nascevano i mulini. Essi potevano essere ad acqua o a vento.
Il lavoro del mugnaio dipendeva anche dal raccolto di grano che si era avuto. Il mugnaio aveva un compito importante perché garantiva la produzione di pane nella zona.
Il suo lavoro comportava spese e guadagno. Doveva infatti affrontare delle spese perché, per costruire il mulino bisognava che avesse una cospicua somma di denaro; poi bisognava comprare il grano dai contadini; ma non mancavano i guadagni, che arrivavano dopo la vendita della farina.
Spesso tutti i familiari del mugnaio erano impegnati in questo lavoro.
I mugnai si svegliavano prestissimo al mattino. Scendevano al mulino e mettevano in moto le pale. Allora la macina cominciava a tritare i chicchi e il mugnaio doveva sistemare man mano i sacchi.
Indossava il suo grembiule bianco ed era sempre all’opera: di tanto in tanto levava la farina da sotto la macina e la metteva nei sacchi. A una certa ora arrivava il contadino col carro, che caricava i sacchi e li portava al paese.
Alla sera, col viso bianco di farina, il mugnaio tornava a casa a godersi i suoi pochi momenti di serenità familiare.


LA TESSITRICE: FILARE E TESSERE!
I vestiti che indossiamo sono fatti con tessuti prodotti a macchina nelle fabbriche, anche se in alcune parti del mondo esistono ancora stoffe tessute a mano.
Filare vuol dire trasformare, per esempio, la lana in un filo: poiché essa è composta da fibre piuttosto corte, nella filatura tutte queste fibre devono essere sovrapposte e unite insieme fino a formare un lungo filo ininterrotto. Questo lavoro oggi viene svolto rapidamente dalle macchine.
Una volta era compito della filatrice mettere un po’ di lana su un bastone chiamato rocca a conocchia. Con le dita tirava fuori e attorcigliava le fibre formando un filo che arrotolava poi su un altro bastone o fuso che essa faceva girare come una trottola: man mano che il fuso girava il filo si torceva, diventando molto lungo.
Oggi in qualche paesino c’è ancora chi fila usando il filatoio a mano, costituito da un congegno molto elementare per far girare il fuso e per ritorcere il filo: la filatrice infatti fa girare una cinghia di trasmissione e una puleggia. (La filatura è l’operazione che consiste nel trasformare le fibre tessili in fili. Le fibre hanno forma stopposa:tirandole nel senso della lunghezza, assumono una posizione più o meno parallela; attorcigliandole si ottiene dei fili di una certa resistenza)
Dopo la filatura viene la tessitura, che si fa con un telaio in cui un gruppo di fili passa sopra e sotto un altro insieme di fili, formando un intreccio. Più precisamente si tendono dei fili paralleli su due intasature separate e, attraverso gli spazi tra i fili, viene fatto passare il filo di ordito. Queste intelaiature si alzano e si abbassano per mezzo di argani del telaio detti licci, in modo da creare un’apertura attraverso la quale si passa la navetta che inserisce i fili di trama. Essi vengono pressati l’uno accanto all’altro con una specie di pettine, in modo che ogni filo di trama sia aderente all’altro. Poi si riportano i fili di ordito nella posizione iniziale e si apre un nuovo varco attraverso il quale passerà di nuovo la navetta per formare un’altra riga: alla fine, tutte insieme, esse formeranno il tessuto.

LO SPAZZACAMINO
Gli spazzacamini erano uomini che pulivano le ciminiere dalla fuliggine. Vestivano una tuta che era sempre sporca, nera come la loro faccia.
Giravano sempre portando con loro una specie di scopa lunga fatta di ferro, che serviva per grattare le ciminiere.
Questo lavoro era molto faticoso e pericoloso perché “l’uomo nero” doveva salire sui tetti ed era possibile anche scivolare.
Lo spazzacamino era un tempo una figura molto simpatica e utile perché le case erano provviste tutte di camini, unica fonte di riscaldamento.
Le ciminiere dovevano essere pulite periodicamente per evitare che si incendiassero.
Quando arrivava in paese tutti lo riconoscevano e lo invitavano nelle loro case, offrendogli anche da bere e da mangiare.
Oggi è una figura rarissima, quasi scomparsa.


L’ARROTINO
Il lavoro dell’arrotino è oggi quasi scomparso, ma all’età dei nostri nonni era abbastanza frequente incontrare l’arrotino; andava girando per i paesi con un carrozzino gridando “l’arrotino, è arrivato l’arrotino”. Allora le persone andavano da lui portando coltelli e forbici per farli arrotare.
L’attrezzo che usava per questa operazione era una specie di sgabello su cui girava una piastra d’acciaio di forma circolare e molto affilata che, a contatto con le forbici o coltelli, emanava scintille.
L’arrotino con molta cura e attenzione affilava gli oggetti che tornavano a brillare e a tagliare.
Quando arrivava lui molti si facevano aggiustare anche gli ombrelli che tornavano a funzionare con grande soddisfazione dei proprietari.

IL LUSTRASCARPE
Il mestiere del lustrascarpe risale a tanti anni fa e consisteva nel pulire e lucidare le scarpe di altre persone, anche di una certa cultura.
Molto spesso persone che non riuscivano a sopravvivere intraprendevano questo mestiere che di solito facevano in pubblico, soprattutto in città dove vivevano persone benestanti; il mestiere veniva esercitato nei posti più frequentati da queste persone che, mentre facevano la solita passeggiata si fermavano per farsi pulire le scarpe.
Il lustrascarpe doveva avere tutto ciò che serviva: una sedia comoda, un poggiapiedi, il lucido per scarpe di ogni colore, e dei panni di lana per lucidare.
Egli iniziava mettendo un po’ di lucido sulle scarpe; con una spazzola lo spalmava e poi lasciava asciugare le scarpe per qualche minuto; infine col panno di lana le lucidava.
Il lustrascarpe spesso svolgeva il suo mestiere in una bottega dove gli venivano lasciate le scarpe che venivano ritirate in un giorno stabilito. Esse, pronte per essere restituite, venivano prese con un attrezzo alle suole per non farle risporcare.

IL BANDITORE - U’ BANNITORE
Il banditore era la persona che, quando arrivava in paese un commerciante, andava per le strade per comunicare la notizia agli altri. Generalmente era provvisto di una trombetta che serviva per richiamare la gente, la quale si affacciava dalle finestre per sentire che cosa si vendeva in piazza.
Quando, per esempio, in un paese c’era un guasto all’acquedotto o alla rete elettrica, un impiegato comunale mandava il banditore per avvertire i cittadini che l’acqua o la corrente elettrica sarebbero mancate a un’ora precisa, per cui ognuno avrebbe pensato a farsi le provviste.
Possiamo considerare la figura del banditore come un messaggero pubblicitario che andava per le strade gridando ad esempio: “Attenzione, attenzione; è arrivato zio Nicola con le sue belle pere e cocomeri profumati. Tutti in piazza, accorrete…”. La notizia si diffondeva a tempo di record perché a quei tempi non esistevano né radio né altri mezzi per comunicare con gli altri.
A quel tempo si usava vendere la carne quando capitava a “bass macello” gli allevatori o i pecorai quando si accorgevano che qualche ovino o bovino soffriva di indigestione perché aveva mangiato troppo foraggio ammazzava subito l’animale e lo depezzava e lo vendeva ai paesani, tramite il banditore.
Durante le festività gli allevatori vendevano la carne fresca su richiesta di parenti o amici.
La carne doveva vendersi subito dopo la macellazione perché iniziava il processo di decomposizione.
Zio Nicola e altri commercianti naturalmente ricompensavano il banditore o dandogli del denaro oppure facendogli scegliere qualche oggetto che vendevano, che gli poteva servire per la casa o per sé.

U’ FIRR’ VICC!! –“ IL FERROVECCHIO"
Il mestiere del ferrovecchio è un mestiere che esiste da quando sono stati scoperti i primi giacimenti di ferro.
Il ferrovecchio era, fino a non molto tempo fa, colui che girava di paese in paese, raccogliendo tutte le rimanenze di ferro anche quello arrugginito.
Arrivava, trainando con cavalli o a mano, dei carri con dentro appunto del ferrovecchio.
Tutti lo riconoscevano perché il suo grido ormai era diventato molto familiare. Girava per le contrade ripetendo continuamente “u’ firr’ vicc”.
Le persone che avevano già messo da parte oggetti di fero che non servivano più, li prendeva per venderli a questo strano commerciante, il quale li pesava con una bilancia molto vecchia e pattuiva una cifra che spesso non accontentava il cliente.
Dopo una discussione spesso anche lunga si arrivava ad un accordo ed entrambi rimanevano soddisfatti.
Oggi, dato che l’industrializzazione ha fatto grandi progressi, il ferro non viene trasportato più a mano, ma con degli appositi container, che dopo essere stati caricati su dei grandi camion, vengono trasportati nelle grandi fonderie.

IL VASAIO
il vasaio era un artigiano che fabbricava vasi. Egli metteva l’argilla su un torno a pedale; la pressione su quel pedale faceva muovere il torno che si metteva a girare.
Il vasaio, con una lieve pressione delle dita sull’argilla, dava forma ai vasi, che, alla fine del lavoro, venivano cotti i una forma speciale dove, ad altissima temperatura, si indurivano sempre più.
L’artigiano esperto controllava le cotture minuto per minuto, per impedire che i vasi si rovinassero, poi al momento opportuno li estraeva e li lasciava raffreddare.
Una volta raffreddati, il vasaio dava un tocco di classe alla sua “opera d’arte”, dipingendola, disegnandola, rendendola più attraente.
L’acquirente, quando entrava nella sua bottega, poteva ammirare i vasi variopinti e di diverse forme e misura che erano tutti allineati e facevano bella mostra di sé sugli scaffali. Sceglieva quello che più gli piaceva e, dopo essersi accordato sul prezzo, prendeva il suo vaso e lo portava via.


LO SCRIVANO
Lo scrivano si occupava della copiatura dei documenti e delle stesure della lettera per conto di quelle persone che non sapevano scrivere.
Scrivano deriva dalla parola latina scriba che significa colui che sa scrivere.
Questi prestava il suo servizio a chi lo richiedeva, dietro un compenso in denaro, oppure prestava la sua opera sotto un padrone.
Lo scrivano pubblico era invece un vero e proprio segretario dello Stato.
C’erano scrivani addetti alle copiature degli atti dell’ufficio dello stato civile e degli atti del senato e dei tribunali. Questi scrivani non solo scrivevano documenti ufficiali ma si prestavano ala lettura delle lettere che pervenivano alle persone analfabete, che avevano parenti o amici lontani.
Si prestavano anche alla stesura di lettere.
Non avendo possibilità economiche, il contadino o l’artigiano pagava con merce, con un “pollo o un po’ di grano ecc…….”.

“U SANA PRCILL”
Un tempo, nei paesi, c’era l’usanza che ogni famiglia allevasse uno o due maiali per la provvista annuale di insaccati.
Il maiale, quindi, era fonte di ricchezza alimentare e di benessere familiare. In un dell’anno, precisamente in primavera, quando il maiale, destinato alla macellazione, aveva pochi mesi, arrivava all’improvviso un forestiero:”u sana prcill”.
Veniva da un paese limitrofo, girava per le viuzze del paese, gridando a squarciagola: “u sana prcill, u sana prcill”. I contadini del paese, lo conducevano nelle stalle per fargli compiere il consueto rito di castrazione del suino.
Il forestiero, molto pratico del mestiere che gli era stato tramandato dal padre, praticava un’incisione al suino, che poi veniva ricucita e medicata. Il contadino, doveva aver cura di pulire il giaciglio di paglia su cui dormiva il maiale per evitare un’infezione.
Grazie a questa piccola operazione, il maiale, in seguito diventava grosso e grasso, pronto per essere ammazzato.

LO SPACCAPIETRE - U’ SPACCAPRETE
Vi sono mestieri che una volta erano molto diffusi. Oggi molti sono scomparsi per via di nuovi progressi tecnologici. Uno di questi è lo spaccapietre. Su massi di pietre o su un’incudine schiacciava le pietre con piccone e mazzuole di diverse dimensioni per realizzare ciottoli, breccia per la copertura di strade e la formazione di gabbiotti ( i gabbiune?) per sostenere terreni scoscesi a ridosso delle strade.
Il mio bisnonno, come mi ha detto mia nonna, era uno spaccapietre soddisfatto di questo lavoro, anche se gli permetteva di guadagnare poco.
Il mio bisnonno andava in montagna in cerca di una roccia e, individuatala, cominciava a spaccarla, ad ammucchiare le pietre che poi vendeva. Esse infatti erano la materia prima per costruire la casa che, in quei tempi, venivano fatte con le pietre.
Egli, quando andava alla ricerca di roccia, affrontava mola difficoltà.
Bisognava avere molta forza e tanto coraggio.
Usava piccone e martello per il suo lavoro e la sua forza muscolare.
Certe volte andava insieme ad altri.
Per sentire meno il peso del lavoro spesso si sfidavano e facevano delle scommesse su chi spezzava in minor tempo più pietre. Si interrompevano di tanto in tanto per asciugarsi il sudore e per riprendere fiato.
C’era un intervallo più lungo quando veniva consumata la prima colazione.

IL FALEGNAME
Il falegname aveva, nella sua bottega, attrezzi necessari per lavorare il legno.
Egli si procurava il legno andandolo a tagliare nei boschi. Una volta avuto questo legno, egli lo sezionava in tante parti da cui ricavava le tavole.
Quando andava qualche acquirente a ordinare un mobile, il falegname si metteva subito a lavorare.
Prendeva una tavola adatta e iniziava a piallarla. Una volta che aveva finito di piallare, incominciava ad unirla alle altre che aveva preparato e, pian piano, veniva fuori la sagoma del mobile desiderato.
Il legno richiedeva poi un lungo e paziente lavoro di lucidatura.
Alla fine si poteva ammirare il prodotto finito abbellito anche da intarsi che lo rendevano più attraente.
Una volta finito il lavoro, rivisti gli angoli, attuata qualche rifinitura, il falegname usava lo smalto per non far rovinare il mobile e lo consegnava al suo acquirente.
Per fare questo lavoro impegnava giornate.

IL BOTTAIO
Il bottaio era colui che lavorava le botti ricavandole dal tronco degli alberi.
Per fare queste botti doveva procurarsi il legno che comprava dai tagliaboschi.
Lo trasportava nella sua bottega dove, con un lungo e paziente lavoro, ricavava da questo materiale tante assi che univa con cerchi di fero.
Il legname per costruire una botte doveva essere elastico e compatto, e gli alberi più adatti per costruire una botte erano: la quercia, il ciliegio e il castagno.
Le botti servivano per conservare e anche invecchiare i vini.
La figura del bottaio è molto antica.
Egli non costruiva solo le botti ma anche barili, mastelli di varia forma e grandezza.
Oggi è difficile trovare botteghe dove lavora, secondo la tradizione, il bottaio.
Oggi viene fatto con le macchine e molto più rapidamente.
E’ però scomparso il fascino della tradizione antica.

IL FUNAIO - U’ ZUCHERE
Il funaio filava e costruiva le funi di juta o canapa e l’avvolgeva in grandi gomitoli con il manganello.
Girando la ruota per torcere attraverso il distributore del filo le binatrici e ritorcitrici, tirava la fune camminando all’indietro per venti o trenta metri. In questo modo si distanziava dal manganello e si riavvicinava all’attrezzo formando in un giorno due o tre matsse di funi dello spessore idoneo ad un particolare utilizzo.
Esistevano funi per il contadino, per le carrucole, per il muratore, per glia artigiani e le massaie.

IL GHIACCIAOLO - U’ JACCIAIULE
Era una persona che nel suo podere aveva fatto costruire una pozza profonda con le pareti cilindriche costruite con mattoni pieni la cui altezza superava di 4 metri il livello del terreno.
D’inverno i nevaioli, raccoglievano la neve con le pale, riempivano le ceste e le conghe e riempivano la pozza, poi vi entravano dentro e pressavano la neve con i piedi o la battevano con le pale. Formato uno strato di neve, vi sovrapponevano uno strato di paglia e, stratificando raggiungevano il bordo,
In estate la neve che era diventata solida, quindi ghiaccio, veniva venduta come conservante o per fare sorbetti rinfrescanti in assenza di frigoriferi.

IL MANISCALCO - U’ FERRARE
Il maniscalco ferrava i cavalli e poneva le briglie di ferro, appena il puledro cresceva per diventare cavalo da soma.
Poneva anche dei fermi di ferro negli zoccoli perché l’unghia crescendo procurava dolore.
Quindi ogni contadino stipulava un contratto annuale con il ferraio e ad ogni periodo stabilito conducevano il proprio animale alla bottega per il cambio dei ferri se erano consumati o per il taglio delle unghie.
Di solito dopo la raccolta del grano si portava un mezzetto di grano al fabbro, al medico, al lattaio al barbiere.

I CANTONIERI - I CANTUNIRE
I cantonieri distribuivano la breccia sulle strade ed avevano anche il compito di tagliare l’erba che poteva crescere tra una pietra e l’altra o lungo il bordo delle strade.
Scavavano anche cunette laterali per fare affluire l’acqua piovosa e livellare o ricolmare i dissesti provocati dalla pioggia o dal passaggio dei carri e dei carrelli.

“MASSAIE
…………Voi fate troppo, autunno, verno, estate.
Rosa, se non lavate, voi stendete!
Rosa, se non tessete, voi filate!
Per voi non c’è momento di quiete.
Tutto tenete lindo, netto, asciutto; lustrate ogni solaio, ogni parete.
Parete un uccelletto, biondo, sdetto, snello, che cala, becca, salta, frulla in un minuto. E sola fate il tutto!. E siete sempre piccola, fanciulla……… “ povera mamma, è lei che non ha posa! Senza mia madre non sarei far nulla”.
Giovani Pascoli (frammento della poesia “la lodola”)

LO SPAZZINO - U’ BECCHINE
Lo spazzino al tempo dei nostri nonni e bisnonni aveva un triplice compito: pulire le strade, raccogliere i rifiuti domestici ed organici ed in più tumulare i morti.
Puliva le strade con scope di saggina o di “ranarelle” (piante spontanee che costeggiano i tratturi o crescevano sui terreni incolti o nelle siepi.
I rifiuti organici e domestici venivano raccolti in botti di stagno o di legn o e trasportati con un carretto spinto a mano.

IL SAPONAIO - U’ SAPUNERE
Il saponaio faceva condensare il sapone, lo tagliava e lo vendeva nella sua bottega, oppure si recava, nelle case dei clienti per dosare gli ingredienti giusti per la riuscita di un ottimo sapone.
ANTICA RICETTA DEL SAPONE “COTTO”
INGREDIENTI:
Kg. 4 di grasso di maiale (strutto o cigoli)
Lt. 4 di olio di scarto (resto di fritture oppure posa di olio vecchio)
Lt. 12di acqua
Kg. 1 di soda caustica (a medicine dù sapène)
ESECUZIONE:
Il saponaio versava tutti gli ingredienti in una “callare” di rame e li portava in ebollizione. A fine cottura il preparato doveva filare e condensare in un piatto di coccio.
RICETTA DEL SAPONE “A CRUDO”
Si faceva bollire dapprima un Kg. di cenere in 12 litri di acqua.
Ad acqua raffreddata si formava la “lisciva” vergine cioè un detergente liquido capace di pulire, smacchiare, disinfettare. In seguito si setacciava bene con il setaccio un Kg. di farina. Si metteva quindi dentro una tinozza in rame o in legno (mai di ferro) tutta la lisciva, si versava la farina setacciata, 4 litri di olio usato ma fatto decantare, un Kg. di soda caustica e si gira il miscuglio per un ora in senso orario con una asta di legno. Trascorso un giorno, il preparato condensava e si poteva tagliare.

LA LAVANDAIA – A RELAVE PANNE
La lavandaia era una donna che per guadagnarsi da vivere lavava nella propria casa o nelle case dei ricchi i panni a mano con la “struvelatore”.
I panni venivano prima messi a bagno (a mulle) in grandi tinozze di stagno o di legno nella lisciva “lesce” dopo aver lavato usando anche il sapone di casa “de case” metteva ad asciugare sulle funi rette da una forcina di legno “fercenella2 il bucato; quindi una volta asciutto veniva stirato con i ferri da stiro”a carevone”.
Infine riconsegnava i panni mettendo al loro interno petali essiccati di fiori profumati o foglie di mela cotogna che davano un bellissimo profumo.

IL BARBIERE
Il barbiere radeva la barba recandosi a casa el cliente, oppure presso il suo spoglio salone di bellezza “u salune”.
Usava forbici di acciaio per tagliare i capelli e il rasoio della stessa lega metallica per radere la barba.
Il barbiere disponeva di sanguisuga per curare la polmonite del cliente su prescrizione medica.
La sanguisuga è il nome comune degli Anellidi Irudinei (invertebrati dal corpo allungato e provvisto di ciglia) usata per fare salassi in quanto si nutre del sangue dei mammiferi.
Il salasso praticato al tempo dei nostri nonni mirava a curare le malattie, specie la polmonite attraverso la sottrazione di sangue dall’organismo. Quindi riducendosi il sangue scompariva anche la malattia.
Il numero di sanguisughe che il barbiere poneva sulla schiea veniva deciso dal medico e, quando queste erano gonfie di sangue (es. una settimana dopo), il barbiere le toglieva.

IL PECORAIO - U’ PECURERE
Il pecoraio faceva una vita molto dura, piena di sacrifici ed era u’attività che rendeva poco.
Portava la mandria delle pecore al pascolo “ a pasce” a brucare l’erba fresca, se il tempo era bello altrimenti la lasciava nel recinto o nell’ovile a mangiare la paglia, il foraggio, l’erba raccolta precedentemente.
Le pecore erano animali domestici allevate per i loro prodotti: la carne, il latte, la lana. La lana veniva tessuta per farne vestiti,cappotti, giacche,maglioni, cappelli, calzettoni, guanti, etc.
La moglie del pecoraio, zia Iolanda, faceva bollire sul fuoco il latte fresco munto dalle pecore a mano, spremendo le tette delle pecore. Dopo averlo fatto bollire per tre volte di seguito, con la schiumarola raccoglieva la ricotta. Il siero restante veniva fatto ribollire e si aggiungeva il cagli: sostanza ricavata dallo stomaco dei ruminanti. Si girava con un legno lungo “u leganere” o “a cucchiarelle”, quando apparivano le prime particelle addensate si toglieva dal fuoco e veniva colato il tutto in un colino dal quale fuoriusciva il siero e rimaneva “u macciucche”, parte solida che veniva strizzata con le mani, poi messo in una “fiscella”, cestino fatto di canne o bacchette d’ulivo. Quando tutto il siero fuoriusciva, veniva salato e si poteva mangiare fresco oppure stagionato.
Il siero veniva utilizzato per i maiali.
Un tempo c’era a San Giacomo anche la latteria, la signora Giuseppina vendeva il latte sfuso. Le casalinghe andavano a comperare il latte con una tazza o una bottiglia – mezzo litro o un litro – a seconda delle esigenze familiari.


COME VENDEMMIAVANO I NONNI
In autunno si compie uno dei lavori agricoli più antichi e che, attraverso i secoli ha conservato tutta la sua suggestione: “la vendemmia”.
Mio nonno, parlandomi della vendemmia mi ha fatto capire soprattutto l’aspetto festoso, e vi racconterò come vendemmiava la sua famiglia. Quando incominciava la vendemmia, le vigne erano popolate da vespe e calabroni.
Mentre gli uomini raccoglievano i grappoli più alti, le donne con le loro ceste si adagiavano per cogliere l’uva più bassa. L’aria era frizzante e verso mezzogiorno, l’ampia vasca per la pigiatura e la fermentazione del mosto si riempiva e tutte le vespe si riunivano sopra il palmento.
Mio nonno è stato punto due volte dalle vespe, speriamo che non succeda più perché è stato molto male.
Mentre pigiavano l’uva, l’aria si riempiva di un intenso profumo che si mescolava a quello dolce delle uve che non riuscivano a contenere i succhi per la quantità di grappoli che nel torchio il peso stesso faceva uscire. Quando mezzogiorno era alto, i vendemmiatori si riunivano all’ombra di un melograno e bevevano la bottiglia di un vecchio vino, mentre i ragazzi si inseguivano nell’orto. Le donne erano scalze pronte ad entrare nel palmento per affondare i piedi fra i grappoli che facevano un rumore ed un profumo capaci di stordire. E mentre le donne continuavano questo lavoro, i vendemmiatori tra cui mio nonno, riprendevano il loro lavoro nei campi